Un silenzio assordante
Il presunto raid israeliano al confine tra Siria e Libano ed i rischi sistemici per la regione
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di Mara Carro
Nella notte tra martedì 29 e mercoledì 30 gennaio, cacciabombardieri F-16 ed F-15 israeliani avrebbero effettuato un raid nei pressi del confine tra Siria e Libano. Obiettivo del raid, stando ad un comunicato diffuso dal Comando Generale dell’Esercito siriano e delle Forze Armate, “il centro di ricerche scientifiche di Jamraya”, considerato il polo tecnologico più avanzato del Paese, al centro del programma missilistico siriano. Fonti israeliane e occidentali riportano, invece, che obiettivo dei caccia israeliani era un convoglio che trasportava missili antiaerei di fabbricazione russa SA-17 dalla Siria al Libano e diretti probabilmente ad Hezbollah. Un’ulteriore tesi suggerisce che potrebbero essere stai colpiti entrambi.
Nella notte tra martedì 29 e mercoledì 30 gennaio, cacciabombardieri F-16 ed F-15 israeliani avrebbero effettuato un raid nei pressi del confine tra Siria e Libano. Obiettivo del raid, stando ad un comunicato diffuso dal Comando Generale dell’Esercito siriano e delle Forze Armate, “il centro di ricerche scientifiche di Jamraya”, considerato il polo tecnologico più avanzato del Paese, al centro del programma missilistico siriano. Fonti israeliane e occidentali riportano, invece, che obiettivo dei caccia israeliani era un convoglio che trasportava missili antiaerei di fabbricazione russa SA-17 dalla Siria al Libano e diretti probabilmente ad Hezbollah. Un’ulteriore tesi suggerisce che potrebbero essere stai colpiti entrambi.
Sebbene le informazioni a disposizione siano insufficienti e spesso contraddittorie, da giorni l’Israel Air Forces aveva intensificato l'attività di pattugliamento sopra i cieli libanesi, come confermato dalla forza Onu dispiegata nel sud del Libano. Il ministero della Difesa di Beirut è stato poi il primo a denunciare una violazione del suo spazio aereo da parte dei caccia israeliani.
Il silenzio di Tel Aviv. Il governo israeliano ha mantenuto il silenzio sulla vicenda ma non è la prima volta che è accusato di simili “covert action” nel quadro di quella che l’Esercito definisce “politica di prevenzione”. Nel settembre 2007, l’impianto nucleare in costruzione di Al-Kibar, situato nella regione desertica di Deir ez-Zor al confine con la Turchia, è stato distrutto dai raid israeliani nell’ambito dell’Operazione “Ochard”; nel gennaio 2009, un convoglio di 23 camion, sospettato di trasportare armi iraniane che dal territorio sudanese (e dal porto di Port Sudan) raggiungono l’Egitto e il Sinai per poi entrare nella Striscia di Gaza, è stato distrutto nel deserto sudanese; un simile episodio si è ripetuto nel 2011 e nell’ottobre 2012, quando una serie di esplosioni hanno distrutto il complesso industriale sudanese di Yarmouk, a 11 chilometri da Khartoum.
Altri segnali di un’imminente azione israeliana potevano essere rintracciati nel trasferimento delle batterie di Iron Dome dal confine con Gaza alla frontiera libanese a a Haifa e nei viaggi a Mosca e Washington del capo del Servizio di Sicurezza Nazionale Yaakov Amidror e il capo dell’Intelligence dell’Israel Defence Forces, Aviv Kichiavi. Una parziale conferma sembra essere arrivata dal ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, che ha dichiarato che “Ciò che è successo qualche giorno fa in Siria dimostra che quando diciamo qualcosa, lo diciamo sul serio: avevamo detto che non si può permettere il trasferimento in Libano di sistemi d'arma sofisticati”.
All’indomani dell’attacco, Damasco e Teheran hanno minacciato rappresaglie a sorpresa contro Israele. La realtà dei fatti evidenzia però che il rischio di una guerra tradizionale con l’Esercito siriano resta al momento remoto mentre più possibile è un confronto con attori non statuali che mettano in piedi risposte indirette contro obiettivi israeliani in patria o all’estero . Da un lato, Assad potrebbe essere tentato di reagire, sfruttando i sentimenti anti - israeliani della regione e dando corpo alla tesi delle “potenze straniere che fomentano la rivolta”; d’altra parte, l’intero esercito siriano è occupato a combattere i ribelli e aprire un altro fronte con Israele sarebbe controproducente per il regime.
L'instabilità regionale. Il raid aereo nei pressi di Damasco mette in evidenzia la preoccupazione di Israele per l'instabilità della scena siriana, in particolare per la proliferazione di armi strategiche e il rischio che possano cadere nelle mani di soggetti non-statali. Più volte, in passato, leader israeliani e occidentali hanno ribadito che la caduta di armi chimiche o armamenti sofisticati nelle mani di Hezbollah o ribelli siriani filo-qaedisti avrebbe costituito una “linea rossa”, un "casus belli". “E’ opinione unanime, tra tutte le nazioni del mondo libero, che deve essere assolutamente evitato che armi chimiche cadano nelle mani di estremisti e Hezbollah”, aveva dichiarato la domenica prima del raid il vice primo ministro e ministro della Cooperazione regionale israeliano Silvan Shalom, aggiungendo che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, non avrebbe acconsentito al profilarsi di questo scenario.
Mentre la comunità internazionale si concentra sull’arsenale chimico, Israele non è meno focalizzato sulle altre armi strategiche possedute dal regime tra cui radar, missili terra-aria, missili che potrebbero colpire navi israeliane o missili terra-terra a lunga gittata. Se Hezbollah dovesse entrare in possesso di tali armamenti assisteremmo ad un cambio dell’equilibrio balistico a sfavore di Israele che gli impedirebbe di sorvolare i cieli libanesi. Il raid aereo di Israele in Siria nella notte del 29-30 gennaio era apparentemente volto a contrastare tali minacce.
Allo stesso tempo Israele è preoccupato riguardo a che cosa accadrà in Siria dopo la caduta del regime. L’intelligence israeliana ritiene che, una volta caduto Assad, la situazione della sicurezza lungo il confine peggiorerà gradualmente. Questa valutazione si basa sul crescente numero di jihadisti in aree prossime al confine che potrebbero colpire Israele dopo il crollo del regime. Inoltre, l'Israel Defence Forces non ha escluso un attacco transfrontaliero di un regime siriano orami dato prossimo al collasso.
In ogni caso, l'establishment della difesa è convinto che Israele sta per entrare in una nuova era di instabilità in cui la sfida jihadista proveniente dal Sinai sarà affiancata da una sfida jihadista proveniente dalla Siria, senza escludere l’ipotesi di un coordinamento tra le due.
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