Un summit decisivo

L'incontro di oggi tra Abe ed Obama deciderà il futuro della politica estera giapponese

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Un summit decisivo

di Alessandro Bianchi

In un'intervista al Washington Post, il primo ministro Shinzo Abe ha definito "decisivo" l'incontro di oggi con il presidente Obama a Washington. Sarà sicuramente un summit fondamentale per il futuro equilibrio in Asia: al centro dell'agenda dei colloqui dei due leader ci sarà infatti la disputa sino-giapponese sulle isole nel mar cinese meridionale, che sta portando i due colossi asiatici vicini ad un conflitto, e l'escalation nucleare della Corea del Nord. 
Dalla risposta che Abe otterrà da Obama sulla volontà degli Stati Uniti di continuare a garantire la sicurezza del territorio giapponese, dipenderà il futuro delle scelte di politica estera del Giappone. Nell'analisi si tenteranno di sviluppare tutti i punti nevralgici in gioco nell'agenda dell'incontro bilaterale al vertice tra Tokyo e Washington.
 
Una tradizione pragmatista di politica estera. Come ha scritto il professore Gerard Curtis in Japan's cautious hawks sul Foreign Affairs di questo mese, dall'ultima metà del 1800, più precisamente dopo la cosiddetta Restaurazione Meiji del 1868, il Giappone ha mantenuto pochi chiari punti di riferimento in politica estera, sintetizzabili in una strategia volta a proteggere il paese contro la minaccia esistenziale posta dall'imperialismo occidentale. Non un destino manifesto americano o la civilizzazione in base ai propri valori di riferimento come la Francia, ma a muovere le scelte di politica estera del Giappone è stato l'obiettivo di assicurare la sopravvivenza in un sistema internazionale creato e dominato da paesi più potenti. Dalla seconda guerra mondiale, il primo ministro Yoshida ha delineato l'approccio pragmatico seguito fino ad oggi: l'alleanza con gli Stati Uniti, che ha garantito la sicurezza del paese, che potesse permettere a Tokyo di concentrarsi sulla crescita economica. La nuova politica assertiva, il programma nucleare coreano e la sostenibilità della primazia economica e militare americana nell'Asia orientale potrebbero però portare il Giappone a rivedere la sua politica estera tradizionale.
 
La figura di Abe. Nelle elezioni parlamentari dello scorso anno, il leader del partito conservatore liberal-democratico Shinzo Abe, in alleanza con nuovo Komeito, ha ottenuto la maggioranza dei due terzi dei seggi parlamentari, necessari per il nuovo governo per imporre tutte le leggi senza l'appoggio della Camera alta giapponese. Nella campagna elettorale, Abe ha promesso alcuni cambiamenti radicali, in particolare l'eliminazione dei vincoli costituzionali sull'esercito giapponese, riformare il sistema dell'educazione in chiave patriottica ed assicurare a Tokyo una maggiore leadership regionale. Tutti punti, che avevano allarmato in particolar modo la Cina e la Corea del Sud.
Ma le prime misure scelte da Abe, incentrate su come rilanciare l'economia stagnante, e l'avversità del popolo giapponese al rischio internazionale dimostrano come le future scelte  di Tokyo siano dipendenti dall'atteggiamento di Washington. La chiave è comprendere se gli Stati Uniti continueranno a mantenere una posizione dominante nell'area, in grado di garantire la sicurezza del paese. Solo se il Giappone dovesse ritenere che l'impegno americano a protezione della sicurezza del paese dovesse essere meno credibile, allora la politica estera di Tokyo potrebbe assumere pericolose deviazioni. Decisivo, in tal senso, sarà l'incontro tra Obama ed Abe di oggi.
 
Il riarmo giapponese. Il punto più importante in gioco è il limite costituzionale al riarmo giapponese, che Abe ha promesso di eliminare e che potrebbe aumentare le tensioni con i paesi limitrofi. Fino ad oggi, i governi nipponici hanno interpretato l'art. 9 della Costituzione - che indica chiaramente come il Giappone “rinuncia al diritto di muovere guerra” - in modo molto flessibile ed autorizzato un sistema missilistico, il dispiegamento di navi di guerra nel mar cinese meridionale, la partecipazione alla lotta al terrorismo del Golfo di Aden, e l'invio di truppe di peacekeeping dalla Cambogia ed Alture del Golan. L'Art. 9 riguarda in modo categorico il territorio nipponico, sul quale il punto di riferimento è l'art. 5, che prevede l'ipotesi di un'azione condivisa per “agire per i pericoli comuni” nell'eventualità di “un attacco armato contro una delle due parti nei territori sotto l'amministrazione del Giappone”. 
Abe ha espresso il suo desiderio di cambiare questa impostazione sulla sicurezza giapponese, ma sta procedendo in modo molto cauto sulla questione della sovranità delle isole contese con la Cina, attendendo la risposta americana sull'ombrello di protezione.
L'art. 5 del Trattato di sicurezza non chiarisce l'obbligo d'intervento americano nel caso di uno scontro per le isole Senkaku (o Diayou) per la distinzione tra sovranità e controllo amministrativo. Per questo, gli Stati Uniti devono compiere due passi importanti in relazione a questa controversia. In primo luogo, dimostrare la fedeltà dei suoi impegni all'alleato giapponese: ogni indicazione che Washington possa esitare di supportare Tokyo in un conflitto causerebbe costernazione crescente in Giappone ed il paese avrebbe il pretesto verso la militarizzazione, rischiando di compremettere lo status quo asiatico. Per questo Obama ha più volte dichiarato di considerare le isole Senkaku territorio giapponese e confermato l'eventuale necessario intervento americano in caso di attacco cinese. In secondo luogo, il governo americano dovrebbe usare tutto il suo potere di persuasione per far comprendere a Cina e Giappone l'importanza di allentare la tensione sulla questione.
 
Scenari futuri. Subito dopo la sua elezione Abe ha pubblicato "Asia's Democratic Security Diamond", un rapporto guida della politica estera che intende perseguire. Nell'articolo, il premier auspica una maggiore cooperazione multilaterale con gli alleati storici come Stati Uniti, Australia ed India, per promuovere la sicurezza marittima e la libertà di navigazione nell'Oceano Pacifico asiatico. Alcuni hanno giudicato il rapporto come un avvertimento diretto rivolto alle mire espansionistiche cinesi, ma al contrario, sottolineano correttamente J. Berkshire Miller e Takashi Yokota su Foreign Affairs, quello che Abe ha voluto offrire è un compromesso accettabile a Pechino per la sicurezza in Asia. Quello che si può leggere nel rapporto è come il primo ministro giapponese - nonostante continuerà a contrastare la pretesa della Cina di sovranità delle isole nel mar cinese meridionale - non arriverà a supportare la strategia dell'accerchiamento militare, ma procederà ad alleanze per assicurare una balance of power condivisa che possa garantire la stabilità in Asia.
Questo obiettivo di fondo è possibile però solo con l'ombrello di protezione americana. E per questo l'incontro di oggi a Washington chiarirà molto della politica estera prossimo futura del Giappone ed, in generale, sulla confermazione degli equilibri di forza in Asia.

Per un approfondimento dei temi trattati, si consiglia la lettura di:
1) H. Kissinger, Cina. L'ex Segretario di stato americano offre ottimi spunti riflessivi sui futuri scenari in Asia
2)K. Payle, Japan rising. Il miglior saggio recente sulla politica estera nipponica
3)The Us Pivot to Asia. Interessante rapporto del World Politic Review

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