Una primavera araba sui generis

Il voto in Giordania dopo le riforme introdotte da Re Abd Allah II

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Una primavera araba sui generis

Il 23 gennaio si sono svolte in Giordania le prime elezioni parlamentari dopo le riforme introdotte da Re Abd Allah II a seguito delle proteste popolari della "Primavera araba" che hanno interessato, sebbene in maniera meno eclatante, anche il Regno Hashemita. 
 
Una Primavera araba sui generis. Nonostante le proteste si verifichino in maniera regolare dal 2011, re Abd Allah II ha resistito alle turbolenze regionali relativamente bene. Le proteste che hanno interessato la Giordania si sono distinte da quelle che hanno portato alla caduta dei regimi di Tunisia, Libia, Egitto e Yemen per aver risparmiato - almeno all’inizio - la figura del monarca e aver avuto come oggetto il fallimento del governo nel combattere la corruzione e nell’attuare riforme economiche e politiche efficaci. Dal canto suo, il palazzo ha avuto cura di evitare la violenza e re Abd Allah II ha aperto ad alcune, seppur limitate, riforme politiche. Nonostante la tenuta della Monarchia, diversi osservatori concordano nel non ritenere la Giordania a riparo da ulteriori proteste e fanno del Paese la prossima probabile vittima della Primavera Araba.
Una risposta alla crisi potrebbe essere rintracciata in quella che alcuni osservatori definiscono come “modello Marocco”. Nel 2011, per placare le proteste popolari e garantire la sopravvivenza della monarchia, Mohammed VI ha concesso alcune modifiche costituzionali, rafforzando la carica del Primo Ministro e trasferendo alcune prerogative regie al Parlamento.
 
Le elezioni. I cittadini giordani hanno votato per il rinnovo della Camera Bassa del Parlamento, sciolta dal Re lo scorso ottobre. Le elezioni sono state boicottate dall’Islamic Action Front (IAF), braccio politico della Fratellanza Musulmana giordana e principale forza di opposizione del paese, e da altri partiti minori, che chiedono alla Casa regnante una maggiore rappresentanza politica, la revisione della legge elettorale introdotta lo scorso giugno, che privilegia il voto tribale a discapito della reale rappresentanza delle forze politiche presenti nel Paese, e la rinuncia ad alcune prerogative.  
La questione della legge elettorale ha dominato per decenni il dibattito politico giordano. Il governo ha lentamente messo in atto delle riforme elettorali portando il numero dei seggi da 80 a 110 nel 2007, a 120 nel 2010 fino all'ultima legge elettorale, approvata nel giugno 2012, che ha istituito un sistema elettorale misto con 150 seggi parlamentari. Per la prima volta, oltre al voto per scegliere il candidato del proprio distretto (per cui sono stati assegnati 108 seggi del Parlamento, divisi tra i 12 governatorati del Regno), gli elettori giordani hanno anche votato per una lista «nazionale» che assegna  27 seggi. 
La Fratellanza respinge il numero limitato di seggi attribuiti alla lista nazionale e continua ad opporsi al criterio utilizzato per le liste distrettuali che non terrebbe conto della «corrispondenza demografica» tra elettori ed eletti. La posizione sostenuta dall’Islamic Action Front è una riforma che assegni il 50 per cento dei seggi alla lista nazionale e il 50 per cento ai distretti. 
In base alle riforme introdotte, le elezioni sono state monitorate da una Commissione elettorale indipendente,  guidata dall’ex ministro degli Esteri, Abdul Ilah Khatib, garantiranno una rappresentanza femminile in seno all’Assemblea pari a 15 seggi e per la prima volta vedranno Re  Abd Allah II consultare il Parlamento eletto per la scelta del primo ministro.  
L'assenza degli esponenti della Fratellanza ha ridotto l'elezione ad una sfida tra leader delle tribù rurali filo-governative, figure istituzionali e gruppi imprenditoriali. Secondo i dati  della Commissione Elettorale, la maggior parte dei 150 seggi parlamentari sarebbero andati ai candidati indipendenti e delle tribù rurali fedeli alla Casa regnante. I dati relativi all’affluenza riportano invece che circa il 56,69% degli aventi diritto (3,8 milioni totali) si sarebbe recato alle urne, nonostante la campagna a favore dell’astensione lanciata dallo Iaf.
 
Il boicottaggio di Fratellanza Musulmana. Il boicottaggio delle urne deciso dalla Fratellanza pone dei seri interrogativi rispetto alla legittimità del prossimo Parlamento che si troverà a dover adottare un pacchetto di austerità richiesto dal Fondo monetario internazionale in cambio della concessione di un prestito di 2 miliardi di dollari per far fronte alla crisi economica, acuita dal massiccio afflusso di profughi siriani. E’ stato lo stesso Re giordano a lanciare un appello alla comunità internazionale dal World Economic Forum di Davos per una maggiore assistenza finanziaria alla Giordania che ospita oltre 30mila profughi siriani
Va, infine, considerato il contesto geopolitico in cui è inserita la Giordania, stretta tra la Siria in preda ad una guerra civile, dove si teme la possibile ascesa della Fratellanza musulmana e che espone la Giordania ad un confronto con il Qatar, e l’Iraq dove è in corso una protesta sunnita contro il premier sciita Nuri al-Maliki. 

Le ripercussioni da Damasco. L’evoluzione della crisi siriana rischia in particolare di avere delle ricadute sulla stabilità del Regno Hashemita alla stregua di quanto successo in Libano con l’autobomba che ha ucciso Wissam Hassan, il capo dei servizi segreti libanesi, e innescato una crisi di governo o in Turchia, che per  l’aperto sostegno concesso all'opposizione siriana si espone al rischio di ritorsioni da parte del Presidente Assad, attuato sotto forma di un rinnovato sostegno al PKK, o ancora in Iraq con la protesta sunnita contro il premier Nuri al-Maliki che ricalca la polarizzazione tra sunniti e sciiti in atto in tutta la regione, esacerbata e resa ancora più imprevedibile nel suo esito dal conflitto in Siria.

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