Una transizione incompiuta

Le sfide irrisolte del dopo Gheddafi libico ed i rischi di una nuova penetrazione fondamentalista nella regione

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Una transizione incompiuta

L’assalto al Consolato americano di Bengasi nel quale hanno perso la vita quattro funzionari statunitensi, tra cui l’Ambasciatore USA in Libia, Christopher Stevens, ha riportato l’attenzione internazionale sulle insidie di una transizione, quella libica, ancora incompiuta. Anche se si inserisce nella scia di proteste contro la diffusione de “L’innocenza dei Musulmani” - film prodotto negli Stati Uniti, ritenuto offensivo nei confronti del Profeta Maometto – l'episodio, rivendicato da al - Qaeda, trova una più corretta collocazione all’interno del complesso scenario libico.

Le sfide di Shagour. A due mesi dalle elezioni di un Congresso Generale Nazionale che, rompendo un trend in atto nel nord Africa, ha consegnato la maggioranza ad una coalizione di forze liberali, la Libia è ancora tutta da ricostruire e pacificare. Contemporaneamente ai fatti di Bengasi, il CGN individuava in Mustafa Abu Shagour il nuovo Primo Ministro e lo investiva di  un compito immane: la ricostruzione di un Paese che, dalla caduta di Gheddafi, manca di un poter centrale forte in grado di imporre la sua autorità su gruppi di thuwar (rivoluzionari) che si spartiscono di fatto il territorio e che da oltre un anno dalla caduta di Tripoli  rifiutano di deporre le armi. 
La Libia del dopo Gheddafi soffre poi di gravi problemi di sicurezza interna, acuitesi negli ultimi mesi. Episodi che sebbene non mitighino la drammaticità della morte dell’Ambasciatore, aiutano a collocarla in un quadro di ordine interno che andava progressivamente deteriorandosi. Scontri tra tribù rivali e milizie armate erano ormai all’ordine del giorno, così come frequenti erano divenuti gli attacchi contro gli  uffici delle Forze di sicurezza del Paese o le sedi del Comitato Internazionale della Croce Rossa o anche l’attacco, sempre a Bengasi, del convoglio dell’Ambasciatore inglese e della Cancelleria britannica. Si era registrato anche un aumento della violenza settaria, con la profanazione di diversi santuari sufi da parte di organizzazioni radicali salafita che avevano portato alle dimissioni del Ministro della Difesa, Fawzi Abdelal. L’azione di questi gruppi radicali si era intensificata sempre di più negli ultimi mesi, spesso anche tollerata dalle autorità, con la conseguenza che la loro retorica populista ha avuto sempre più presa su una popolazione oppressa dalla crisi economica. 
 Le priorità dell’azione del nuovo esecutivo restano allora: la stesura di una Costituzione che, nel rispetto dei diritti delle minoranze e delle appartenenze tribali ed etniche, rappresenti il primo passo per la costruzione di uno Stato – nazione unitario, a superamento delle rivalità regionali. La Libia è un paese giovane che prima dell’occupazione italiana del 1934 non si riconosceva come Stato ma come Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Va poi ricostruito l’apparato di sicurezza e di intelligence, senza più tollerare l’azione di queste milizie, alcune delle quali affette da fanatismo. C’è poi la questione economica. Il rilancio economico è la prima garanzia di stabilità interna e rappresenta anche la risposta più immediata contro la diffusione degli estremismi.   
 
Una crisi regionale. Non è solo la Libia a soffrire una crisi interna al processo di democratizzazione. L'uccisione dell'ambasciatore americano in Libia J. Christopher Stevens rappresenta solo l'evento più drammatico di una serie di violenze che hanno scosso diversi paesi medio orientali e che hanno fatto crescere la preoccupazione sul ruolo dell'islamismo fondamentalista nelle giovani democrazie sorte dalla primavera araba.  Ali Soufan -  alla guida delle investigazioni FBI dei bombardamenti alle ambasciate Usa in Africa orientale nel 1998 e dell'attacco alla USS Cole nel 2000 - ha sottolineato un aspetto forse poco rimarcato dai media internazionali: le violenze non hanno riguardato l'intero mondo musulmano, ma solo le nazioni che hanno iniziato un processo di transizione democratica dopo la primavera araba.  
Queste proteste, anche se giustificate ed in gran parte ricondotte al video blasfemo contro il profeta Maometto prodotto negli Stati Uniti, aprono scenari più complessi e richiedono risposte incisive. Il fondamentalismo islamico - fortemente indebolito dalla morte di Osama bin Laden e dalla mancata presa della retorica  della jihad globale sulla primavera araba – ha cercato nuovi metodi operativi e nuovi strumenti di lotta per infiammare i propri sostenitori e trovare nuove reclute nella personale guerra all'occidente. E lo ha fatto sfruttando proprio il vuoto di potere nei paesi dove sono caduti i regimi autoritari della regione.
Secondo Robert Danin, esperto medio orientale del Council of Foreign Relations, le violenze in Libia, Egitto, Yemen, Tunisia in occasione dell'anniversario dell'undici settembre dimostrano la difficoltà di instaurare relazioni pacifiche con queste nuove democrazie. Si tratta del banco di prova decisivo per le nuove leadership al potere e la comunità internazionale nel suo insieme: contrapporre alla nuova retorica di al-Qaeda e dei suoi alleati, un modello vincente di stato-nazione e progresso economico. Il tempo a disposizione è poco. 
La retorica fondamentalista si sta diffondendo velocemente dal Mali allo Yemen, dalla Libia alla Somalia, dalla Siria al Libano. Il rischio è quello che queste organizzazioni fondamentaliste armate riescano ad ottenere il controllo di porzioni territoriali sempre maggiori e minare la stabilità regionale. L'attacco in Libia è proprio la dimostrazione di come l'autorità centrale del nuovo primo ministro Mustafa Abu Shagour non possieda il monopolio dell'uso della forza all'interno del paese. Come dimostra il caso degli Hezbollah,  attualmente al governo in Libano, la presenza di organizzazioni fondamentaliste con una propria milizia armata al di fuori del potere centrale non sono una novità nella regione. Solo eliminando questa anomalia nei paesi della primavera araba, tuttavia, si potrà pensare di avviare un serio processo di transizione democratica. 
 
Gli Usa nel mondo arabo oggi.  Dal celebre discorso del Cairo di Obama ad oggi, gli Stati Uniti hanno ottenuto alcuni risultati importanti nella regione e soprattutto offerto un messaggio condivisibile: aiutando il popolo libico a liberarsi di Muammar al-Qaddafi e supportando i milioni di egiziani di piazza Tahrir, gli Stati Uniti hanno fatto capire di essere pronti a sostenere le popolazioni del mondo arabo, se la protesta è indirizzata nella costruzione di uno stato moderno, democratico e liberale. La tesi dell'inevitabile scontro di civiltà può e deve essere quindi confutata. Fondamentale sarà l'approccio dei governi arabi nell'affrontare l'attuale crisi e stride sotto questo punto di vista il diverso comportamento tenuto dal governo libico - che ha presentato subito scuse formali per l'accaduto e promesso che coloro che hanno perpetrato quest'attacco saranno presto condotti alla giustizia - e quello egiziano, dove, al contrario, il governo di Fratellanza Musulmana ha preteso scuse formali per il video incriminato e non offerto quelle per la violazione delle sedi diplomatiche americane. Per il neo presidente egiziano Morsi è il momento di scelte coraggiose da cui dipenderanno i destini dei processi di transizione democratica di tutto il mondo arabo.

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