Una transizione pericolosa
Il cambio della guardia a Pechino avverrà in un momento di crescenti tensioni interne e con lo status quo asiatico in bilico
1484
Alla vigilia di una storica transizione al potere a Pechino, la storia personale di Bo Xi Lai e la scomparsa temporanea di Xi Jinping, futuro leader del paese, dimostrano lo stato di grande incertezza che vive il sistema politico cinese. Il paese sta inoltre modificando il suo approccio di politica estera, assumendo una posizione maggiormente intraprendente e molto pericolosa per lo status quo asiatico.
Una transizione difficile. Prima che il caso scoppiasse, Bo Xi Lai era considerato come sicuro tra i nove che il 18° Congresso che si aprirà a novembre sceglierà per la formazione del nuovo Politburo, principale organo esecutivo del paese. La sua azione politica come capo del partito a Chongqing, volta a riscoprire i valori comunisti del passato ed eliminare il crimine organizzato gli è però costato il posto. Il suo programma economico, con milioni spesi in welfare sociale, lo ha reso un leader estremamente popolare ma, allo stesso tempo, una minaccia alle politiche riformiste e liberali decise dall'esecutivo di Hu Jintao. Per questo il partito comunista cinese ha deciso la scorsa settimana di espellerlo, con l'accusa di abuso di potere, corruzione ed altri crimini. La moglie di Bo, Gu Kailai, e l'ex-capo della polizia Wang Lijun, braccio destro di Bo nella lotta al crimine a Chongqing sono entrambi in carcere per lo scandalo innescato dall'omicidio dell'uomo d'affari britannico Neil Heywood.
In un paese estremamente rispettoso del protocollo diplomatico, l'assenza non giustificata del vice presidente cinese Xi Jinping in una serie di incontri programmati con leader stranieri, in particolare con il Segretario di stato americano Hillary Clinton, aveva generato ulteriori speculazioni sullo scontro interno al partito per l'assegnazione delle ultime cariche vacanti nello storico processo di transizione di potere che inizierà con il congresso del prossimo mese. Con l'esautoramento dei poteri di Bo Xilai, l'assenza di Xi può essere considerata come l'utimo atto della fase preparatoria prima dell'inizio del congresso, che assegnerà ad una nuova generazione di statisti cinesi il compito di affrontare le difficili sfide della modernità.
In un paese estremamente rispettoso del protocollo diplomatico, l'assenza non giustificata del vice presidente cinese Xi Jinping in una serie di incontri programmati con leader stranieri, in particolare con il Segretario di stato americano Hillary Clinton, aveva generato ulteriori speculazioni sullo scontro interno al partito per l'assegnazione delle ultime cariche vacanti nello storico processo di transizione di potere che inizierà con il congresso del prossimo mese. Con l'esautoramento dei poteri di Bo Xilai, l'assenza di Xi può essere considerata come l'utimo atto della fase preparatoria prima dell'inizio del congresso, che assegnerà ad una nuova generazione di statisti cinesi il compito di affrontare le difficili sfide della modernità.
Le sfide della prossima leadership. Come ha sottolineato recentemente Thomas Friedman nella sua rubrica per il New York Times, la sfida maggiore per Xi Jinping sarà quella di ideare un "sogno cinese" differente da quello americano, altrimenti il pianeta non potrà più sostenere lo sviluppo di Pechino. Un possibile modello è stato offerto da Peggy Liu, co-fondatrice dello U.S.-China Collaboration on Clean Energy, che ha dichiarato come obiettivo futuro della Cina debba essere quello di costruire una nuova identità nazionale, in grado di bilanciare i valori tradizionali e la realtà moderna urbana, attraverso una nuova definizione del concetto di prosperità personale: “maggiore accesso a prodotti e servizi, non per forza possederli, ma anche condividerli”.
Enfatizzare l'accesso contro il possesso sarà la sfida interna principale per la nuova leadership al potere. Xi Jinping ha due sfide nuove da affrontare rispetto ad Hu Jintao: in primo luogo, assicurarsi che il partito comunista continui a governare — nonostante le crescenti pressioni per le riforme da parte della classe media urbana — e questo richiede maggiore crescita per mantenere la popolazione soddisfatta dell'operato del partito. Ma deve anche gestire le sfide che derivano dalla crescita — controllo delle migrazioni alle città, affrontare la questione dell'inquinamento e distruzione ambientale – ed il solo modo per raggiungere tutto questo è combinare le aspirazioni della classe media con una Cina più sostenibile.
Una politica estera assertiva. La fase di transizione ed i dissidi di politica interna avvengono in un momento in cui Pechino sta modificando il suo paradigma di politica estera - “sviluppo e crescita in un contesto pacifico - con un approccio più assertivo, volto a rivendicare il ruolo di principale potenza nel Mar Cinese Meridionale.
Da quando l'11 settembre scorso il Giappone ha annunciato di aver formalmente nazionalizzato tre delle isole Senkaku nel Mar Cinese Meridionale, rivendicate anche da Cina e Taiwan, la situazione tra i due paesi si è rapidamente deteriorata, riaprendo ferite storiche in grado di deteriorare i legami politici e commerciale tra i due paesi, oltre che minare lo stesso status quo asiatico.
In un periodo di campagna elettorale in Giappone, dove il partito conservatore di Abe ha già alzato i toni nazionalisti della contesa con la Cina, la situazione è pronta ad infiammarsi ulteriormente e trasformarsi in conflitto aperto: giovedì, un portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hong Lei, ha dichiarato che la controversia ha creato gravi difficoltà tra i due paesi; mentre mercoledì il presidente della Banca centrale Zhou Xiaochuan ed il ministro dell'Economia Xie Xuren hanno deciso di boicottare il prossimo vertice del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale previsto a Tokyo.
Maggiormente colpite dalla controversia le aziende giapponesi, che hanno visto crollare la vendita dei loro prodotti in Cina del 18%. Toyota ha riportato un meno 49% a settembre; Honda e Nissan un meno 40% e 35% rispettivamente; Mitsubishi e Mazda cifre similari; infine, le proteste hanno costretto diverse aziende giapponesi a sospendere temporaneamente la loro produzione in Cina. Dopo le manifestazioni violente in Cina, le compagnie d'assicurazione giapponesi hanno annunciato la scorsa settimana di aver interrotto la stesura di nuovi contratti per danni ad agenzie e negozi in Cina per l'accrescere dei rischi.
La prima scelta di politica estera della nuova leadership cinese sarà quella di decidere fino a che punto spingere il conflitto con il Giappone. In ballo non c'è solo il futuro delle relazioni commerciali tra i due giganti economici, ma la nuova ridefinizione degli equilibi nel continente asiatico.
Enfatizzare l'accesso contro il possesso sarà la sfida interna principale per la nuova leadership al potere. Xi Jinping ha due sfide nuove da affrontare rispetto ad Hu Jintao: in primo luogo, assicurarsi che il partito comunista continui a governare — nonostante le crescenti pressioni per le riforme da parte della classe media urbana — e questo richiede maggiore crescita per mantenere la popolazione soddisfatta dell'operato del partito. Ma deve anche gestire le sfide che derivano dalla crescita — controllo delle migrazioni alle città, affrontare la questione dell'inquinamento e distruzione ambientale – ed il solo modo per raggiungere tutto questo è combinare le aspirazioni della classe media con una Cina più sostenibile.
Una politica estera assertiva. La fase di transizione ed i dissidi di politica interna avvengono in un momento in cui Pechino sta modificando il suo paradigma di politica estera - “sviluppo e crescita in un contesto pacifico - con un approccio più assertivo, volto a rivendicare il ruolo di principale potenza nel Mar Cinese Meridionale.
Da quando l'11 settembre scorso il Giappone ha annunciato di aver formalmente nazionalizzato tre delle isole Senkaku nel Mar Cinese Meridionale, rivendicate anche da Cina e Taiwan, la situazione tra i due paesi si è rapidamente deteriorata, riaprendo ferite storiche in grado di deteriorare i legami politici e commerciale tra i due paesi, oltre che minare lo stesso status quo asiatico.
In un periodo di campagna elettorale in Giappone, dove il partito conservatore di Abe ha già alzato i toni nazionalisti della contesa con la Cina, la situazione è pronta ad infiammarsi ulteriormente e trasformarsi in conflitto aperto: giovedì, un portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hong Lei, ha dichiarato che la controversia ha creato gravi difficoltà tra i due paesi; mentre mercoledì il presidente della Banca centrale Zhou Xiaochuan ed il ministro dell'Economia Xie Xuren hanno deciso di boicottare il prossimo vertice del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale previsto a Tokyo.
Maggiormente colpite dalla controversia le aziende giapponesi, che hanno visto crollare la vendita dei loro prodotti in Cina del 18%. Toyota ha riportato un meno 49% a settembre; Honda e Nissan un meno 40% e 35% rispettivamente; Mitsubishi e Mazda cifre similari; infine, le proteste hanno costretto diverse aziende giapponesi a sospendere temporaneamente la loro produzione in Cina. Dopo le manifestazioni violente in Cina, le compagnie d'assicurazione giapponesi hanno annunciato la scorsa settimana di aver interrotto la stesura di nuovi contratti per danni ad agenzie e negozi in Cina per l'accrescere dei rischi.
La prima scelta di politica estera della nuova leadership cinese sarà quella di decidere fino a che punto spingere il conflitto con il Giappone. In ballo non c'è solo il futuro delle relazioni commerciali tra i due giganti economici, ma la nuova ridefinizione degli equilibi nel continente asiatico.

1.gif)
