Vecchie ferite riaperte
Il Tribunale penale internazionale rischia di gettare il Bangladesh nella guerra civile
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di Alessandro Bianchi
La volontà della Lega Awami del primo ministro Sheikh Hasina Wazed di fare giustizia sui crimini commessi contro la popolazione indù durante la guerra d'indipendenza dal Pakistan nel 1971 sta gettando il Bangladesh paese sul baratro della guerra civile.
La volontà della Lega Awami del primo ministro Sheikh Hasina Wazed di fare giustizia sui crimini commessi contro la popolazione indù durante la guerra d'indipendenza dal Pakistan nel 1971 sta gettando il Bangladesh paese sul baratro della guerra civile.
La terza sentenza di condanna emessa dal Tribunale dei crimini internazionali giovedì 28 febbraio ha portato i sostenitori del partito islamista Jammat-e-Islami a manifestare la propria rabbia in piazza contro la polizia. Con un tragico bollettino di vittime, che rischia di aumentare ulteriormente.
Il rischio di guerra civile è concreto? La volontà del primo ministro Hasina di creare un organo giudiziario in grado di condannare i collaborazionisti con le forze pakistane durante la guerra secessionista ha riaperto vecchie ferite etniche, che stanno minando anni di relativa tranquillità tra la maggioranza indù e la minoranza islamica nel paese. Il governo del Bangladesh stima che circa tre milioni di persone siano stati uccise durante la guerra d'indipendenza ed ha promesso di rendere loro giustizia, perseguendo coloro che in quel contesto storico si siano macchiati di gravi crimini.
Dopo la sentenza di condanna a morte emessa ieri contro il vice presidente del partito islamista Jammat-e-Islami, Delwar Hossain Sayedee, il bollettino delle vittime nelle strade del Bangladesh è tragico: 53 morti. Secondo il presidente dell'organizzazione umanitaria Ain O Salish Kendra, Sultana Kamalsi, gli scontri di giovedì 28 febbraio, proseguiti anche oggi durante le diverse manifestazioni indette dalle organizzazioni mussulmane nel giorno della preghiera e vietate dalla polizia, rappresentano il momento più violento che il paese ha vissuto dalla guerra d'indipendenza del 1971.
In precedenza il tribunale dei crimini internazionali aveva emesso altre due sentenze - di condanna a morte contro il noto predicatore Abul Kalam Azad residente in Pakistan e dii ergastolo contro un altro alto dirigente di Jamaat Abdul Quader Molla il 21 gennaio scorso - infiammando sempre la reazione della popolazione islamica nelle strade.
Le accuse contro i tre condannati. Le sentenze di condanna emesse dal tribunale si basano su reati estremamente deprecabili. Il vice presidente del partito islamista Jammat-e-Islami, Delwar Hossain Sayedee, è stato ritenuto colpevole di guidare una milizia pakistana ed essersi macchiato di omicidi e stupri contro l'etnia indù. Jamaat ha rigettato il verdetto come motivato politicamente ed accusato la polizia di aver ucciso suoi 50 sostenitori "innocenti".
Il 21 gennaio scorso Abdul Quader Molla, altro leader di Jamaat, è stato condannato all'ergastolo con l'accusa di uccisioni di massa e crimini contro l'umanità durante la guerra d'indipendenza dal Pakistan dal 1971. Il Procuratore capo del paese Mahbubey Alam, che aveva chiesto anche in quel caso la condanna a morte anche per Molla, ha sottolineato come il dirigente di Jamaat “aveva partecipato direttamente” all'uccisione di oltre 350 persone a Dacca nella guerra secessionista.
Il noto clericale musulmano Abul Kalam Azad, il primo imputato ad essere condannato in contumacia alla pena di morte dal tribunale speciale di crimini internazionale, infine è stato ritenuto colpevole di aver ucciso sei persone e stuprato alcune donne indù durante la guerra d'indipendenza del 1971. Azad ai tempi della guerra civile era uno studente membro del gruppo islamico di sinistra Jamaat-e-Islami e membro di Razakar Bahini, una forza ausiliaria creata per aiutare l'esercito pakistano per estirpare la resistenza locale e nota per aver intrapreso operazioni mirate a colpire civili indù, sospettati di simpatizzare con i nazionalisti bengalesi.
Un allontanamento pericoloso dalla prassi di giustizia penale internazionale. Le enormi atrocità commesse durante i nove mesi di conflitto nel 1971, dal quale il Bangladesh è emerso come stato indipendente, ancora tormentano il paese e gli sforzi per portare giustizia sono legittimi. Il fatto che il Bangladesh sia divenuto nel 2010 il primo stato del Sud Est Asiatico ad aderire alla Corte Penale Internazionale è un'importante testimonianza.
Tuttavia, l’instaurazione di questo organo giudiziario ad hoc getta diverse ombre sulle reali capacità di poter fare giustizia dal paese. I motivi per questa affermazione sono diversi: in primo luogo, ha espressamente escluso qualsiasi investigazione relativa agli ufficiali dell’esercito Pakistano - in gran parte considerati i maggiori responsabili dei crimini commessi - e focalizzato le sue indagini sull’attuale leadership dei partiti d’opposizione per il ruolo da essi esercitato durante il conflitto; in secondo luogo, la Corte continua a non applicare le garanzie di equo processo incluse nella Costituzione del Banglades,h così come previste dalla Norma sui tribunali contro i Crimini internazionali del 1973 e la successiva modifica del 2009; infine, la Corte ignora le sentenze ufficiali degli organi delle Nazioni Unite, dato che, dopo più di un anno, il Bangladesh non ha ancora risposto ad una sentenza formale emessa il 3 ottobre 2011 dal Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria che descrive la custodia cautelare da parte del tribunale di un leader del partito Nazionale del Bangladesh (Bangladesh National Party- BNP) e di cinque del “Jatiya Party” come “arbitraria” nonché in violazione dell’articolo 9 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dell’articolo 9 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Deprecabile anche l'utilizzo della pena di morte.
Per la mancata garanzia degli standard minimi processuali il lavoro della Corte è molto criticata dalle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. Si tratta, inoltre, di un modello del tutto peculiare rispetto al filone del diritto penale internazionale, la cui prassi si è consolidata nella formazione di tribunali internazionali ad hoc gestiti dalle Nazioni Uniti – noti i casi di ex Jugoslavia o Ruanda – o tribunali penali misti – come nel caso della Sierra Leone, dove l'azione di esperti giuridici Onu svolge un'azione complementare degli organi giudiziari interni. Senza il riconoscimento delle Nazioni Unite, il tribunale del Bangladesh perde di autorità e legittimità nell'emettere sentenze che invece di fornire giustizia riaprono vecchie ferite.
Scenari futuri. Al momento, sono imputati altri 8 membri dell'opposizione – non solo dirigenti di Jamaat ma anche due membri del partito nazionalista bengalese (BNP) — che devono rispondere di accuse simili ad i tre condannati. L'azione della Corte è ferocemente osteggiata dall'opposizione, che la giudica una vendetta politica da parte del governo Hasina. Con tutte queste premesse, invece di fornire giustizia e chiudere definitivamente una pagina drammatica della storia recente del Bangladesh, questa iniziativa potrebbe gettare il paese in scenari di guerra civile similare.
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