Vertice Asean in Cambogia: un flop

Nessuna soluzione su diritti umani e controversie sul mar cinese meridionale per l'atteggiamento di Pechino

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Vertice Asean in Cambogia: un flop

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Il vertice dell'Asean in corso a Phnom Penh rischia di concludersi con un buco nell'acqua a causa delle pressioni della Cina, che non vuole in alcun modo consentire ad alcun organismo sopranazionale di dirimere le questioni territoriali irrisolte. I Paesi membri hanno cercato di convincere Pechino a sposare un approccio multilaterale in tema di dispute territoriali, ma senza successo: per cercare di salvare le apparenze, hanno firmato poi una dichiarazione sui diritti umani che in pratica non cambia di una virgola la situazione attuale.
Da quasi 10 anni il blocco Asean cerca di arrivare a definire un codice di condotta sottoscritto da tutti per impedire gli incidenti di pesca, quelli legati allo sfruttamento di giacimenti petroliferi oppure quelli relativi ad arcipelaghi su cui esistono rivendicazioni contrastanti. Al momento i casi più urgenti sono quelli delle Diaoyu/Senkaku (contese da Pechino e Tokyo); quelle delle Dokdo/Takeshima (in cui sono coinvolte Tokyo e Seoul) e soprattutto la forte questione delle isole Spratlys e Paracels rivendicate da Cina, Vietnam, Brunei, Malaysia, Filippine, Taiwan.
Tuttavia fino a ora la Cina ha resistito a ogni pressing, indicando di ritenere come strada migliore quella dei rapporti bilaterali. Posizione già ribadita dal portavoce del ministero degli Affari Esteri, Qin Gang, secondo cui le discussioni "si devono intavolare fra la Cina e le singole parti interessate". A sostegno di Pechino c'è anche la Cambogia che, data la sua stretta alleanza con la Cina, ha sempre sostenuto la posizione di Pechino.
La stampa cinese ha riportato l'incontro fra il premier cinese Wen Jiabao e la sua controparte birmana Hun Sen: i due, secondo il China Daily e il Global Times, "hanno dichiarato che la questione non deve bloccare le relazioni cinesi con l'Asean". D'altra parte, Pechino è il maggior partner commerciale del gruppo.
I leader dei Paesi dell'Asia-Pacifico hanno inoltre deciso di firmare una dichiarazione - non vincolante e piena di zone d'ombra - sulla questione dei diritti umani. Nonostante le richieste di Washington e quelle di diverse Ong, ieri i capi di Stato e di governo hanno approvato un patto che - secondo i critici - non impedisce nuove atrocità. La dichiarazione chiede la fine delle torture, degli arresti arbitrari e di altre violazioni ai diritti umani commessi nei Paesi membri. Inoltre i firmatari si impegnano a "promuovere e proteggere i diritti umani, la democrazia, lo stato di diritto e il buongoverno".
Tuttavia, nel testo si prevedono ampie deroghe "per motivi di sicurezza nazionale, ordine pubblico o moralità". Inoltre, si legge nel testo, "la realizzazione dei diritti umani deve essere considerata nel contesto regionale e nazionale, avendo ben chiara in mente la differenza fra i vari Paesi in ambito politico, economico, legale, sociale, culturale, storico e religioso". Sono di fatto le parole usate da sempre dal governo cinese per giustificare le atrocità e gli abusi commessi sul suolo nazionale.
Anche Obama ha criticato per bocca di un portavoce l'accordo, per poi volare in Myanmar. Prima di partire per questa "storica" visita, il presidente americano ha voluto chiarire in conferenza stampa che "non si tratta di un gesto a sostegno del governo birmano. È soltanto un modo per riconoscere che in quel Paese è in corso un processo di cambiamento".

(Fonte Asia News)

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