Fulvio Grimaldi: IL MIO IRAQ. E QUELLO DEGLI ALTRI. 16/1/2016, 25 anni dall'inizio dell'olocausto

“E finchè facevano guerre, il loro potere veniva preservato, ma quando ottennero l’impero, caddero. Perché dell’arte della pace non sapevano niente e non si erano mai dedicati a nulla che fosse meglio della guerra”. (Aristotele. Gli Usa, dalla nascita, hanno fatto in media una guerra all’anno).

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Fulvio Grimaldi: IL MIO IRAQ. E QUELLO DEGLI ALTRI. 16/1/2016, 25 anni dall'inizio dell'olocausto

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Di Fulvio Grimaldi

In Siria e in Iraq le forze patriottiche sono all’offensiva.
Quando racconto la verità, non è tanto per convincere coloro che non la conoscono, quanto per difendere quelli che la sanno”. (William Blake)
E finchè facevano guerre, il loro potere veniva preservato, ma quando ottennero l’impero, caddero. Perché dell’arte della pace non sapevano niente e non si erano mai dedicati a nulla che fosse meglio della guerra”. (Aristotele. Gli Usa, dalla nascita, hanno fatto in media una guerra all’anno).
 
Una partita con tre campi da gioco
 
In tutte le guerre, rivoluzioni, aggressioni che ho vissuto e ho provato a raccontare, si configuravano sempre tre schieramenti. Il primo stava sul campo “Realtà” ed era costituito dal popolo sotto attacco e dai suoi amici in giro per il mondo; il secondo stava sul lato opposto, in un campo chiamato “Menzogna” ed erano le armate e le parole di soldati, politici, banchieri, industriali colonizzatori. In mezzo, con una gamba di qua e una di là, in un campetto di nome “Né-Né”, ciondolavano gli Astenuti. Ho sempre pensato che, per primi, dovevano essere tolti di mezzo questi qua. Confondevano sia la vista, sia i suoni  dello scontro, che quelli della “Realtà” si sforzavano di percepire. Spargevano, anche all’occhio di chi guardava dalla finestra, una nebbiolina che offuscava i contorni. Per me combattere quelli del campo “Menzogna” significa far piazza puilita degli “Astenuti”.  Dopo, si sarebbero potuti affrontare i nemici, meglio identificati grazie alla scomparsa dei mistificatori. Con gli Astenuti, va detto, gli irreali non se la sono mai presa.

Sono parecchi i luoghi dove ho visto questi soggetti manifestarsi, sempre nella formazione appena descritta: Palestina 1967, Irlanda 1969-1990, Jugoslavia 1999-2001, Iraq 1977-2003, Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador 2002-2006, Cuba 1995-2005, Libano 1997-2006, Libia 2011, Siria dal 2012. Non mi sono mai potuto privare della scoperta di trovare, in tutti questi campi, immancabilmente gli Astenuti o “Né-Né”. In Palestina, pur biasimando il regime sionista, predicano la nonviolenza a coloro cui andavano sfasciando la testa le SS sioniste e arrivano a dare del “terrorista” a quelli a cui orde di robocop trovano (o mettono) un coltello addosso. Pur alzando il ciglio sull’occupazione  britannico-fascista dell’Irlanda del Nord, rampognavano la risposta dei repubblicani, troppo dura, e ne festeggiarono la resa, come trionfo della pace, con l’Accordo del Venerdì Santo (1998). In Palestina il “diritto dello Stato di Israele di esistere” si confonde con i pat-pat sulle spalle degli espropriati e genocidati. Fino a inebriarsi della truffa di Oslo e dei “Due Stati”.e caldeggiare marcette pacifiste di 10 palestinesi e 4 israeliani.
 
Con la Jugoslavia, l’epistemologia sulla natura di cosa andava succedendo e chi erano gli attori in scena ha visto la prima manifestazione della sindrome schizofrenica che colpisce gli Astenuti. Nato cattiva, ma Milosevic dittatore. Dunque, eticamente, né-né. Tra chi bombardava televisioni, ospedali, case, ponti, treni, scuole, fabbriche petrolchimiche, per ridurre in frantumi e contaminare un paese e chi questo trattamento lo subiva, fiorì rigoglioso il né-né. Né con la Nato, né con Milosevic. Ma in fondo, un po’ meno di meno, con quei ipernazionalisti del dittatore serbo.E così, succhiando linfa dall’informazione totalitaria e oligarchica, lastricavano di buone intenzioni la strada per l’inferno.
Con una coerenza invidiata da tutti noi, in Libia si incupirono più degli inesistenti “bombardamenti di Gheddafi sulla propria gente” degli spavaldamente esistenti missili a pioggia. E rivestirono di panni sgargianti di arcobaleno iinvasati terroristi che decollavano e scuoiavano civili e prigionieri. Spettacolino ripetuto per Iraq e Siria. Su un popolo cui per 25 anni hanno riservato un destino mostruoso, paragonabile a quello palestinese solo perché questo dura da settant’anni, hanno fatto pendere, e continuano a farlo, la spada di Damocle del dittatore Saddam. Ha sterminato 200mila curdi (sono ancora tutti lì e si mangiano pezzi di Iraq su mandato USraeliano), divorato il Kuweit (provincia irachena rescissa dai britannici), represso il suo popolo, sterminato 5000 comunisti (mai successo). E in fondo, ignominia!, anche amico degli Americani che lo hanno armato (mai amico, mai armato, se non dall’URSS). Così ha potuto essere tranquillamente preso a calci e appeso.
 
Oggi si esercitano con passione sulla Siria dove, con un copia-incolla dal Pentagono, trascrivono e diffondono  l’anatema contro “i governi che fanno la guerra ai propri popoli” (si sa quali) e l’auspicio, con un’ occhiata al “dittatore Assad”, “per la pace e la democrazia in ogni paese” (dove si sa cos’è questa democrazia e chi la esporta). Ma ovviamente, pur condividendone la ragioni, sono contro le guerre Nato. Né-né. Un messaggio che fa facile presa su gente che non vuole problemi..
Il 12 maggio del 1977, mio genetliaco,  un candelotto centrò il mio ginocchio. Mi inseguirono e fotografarono. Era la manifestazione pro-divorzio nella quale, anche sotto i miei di occhi, a Ponte Garibaldi di Roma, i “Falchi” omicidi di Cossiga ammazzarono Giorgiana Masi. La notte e il giorno dopo, rastrellamenti. Ne avevo viste e subite abbastanza per togliere il disturbo. Il compagno medico, Giorgio Alpi, papà della mia collega Ilaria, mi fece avere un certificato medico per il lavoro. Arrivai nello Yemen. Fu nell’estate di quell’anno che, dallo Yemen, il mio settimanale, “The Middle East”, mi spedì in missione a Baghdad.
 
Guerra e genocidio strisciante
 
Una metropoli enorme, accogliente come sempre gli arabi, rutilante di luci, straripante di vita, soprattutto giovanile, con attorno alla vita la scintillante cintura del Tigri. Percorsa in un fremito ininterrotto da popolazione, cantieri, trasporti, torme di studenti, ragazze in minigonna, formicolante di iniziative culturali nei mille e mille centri d’arte, letteratura, archeologia, di elaborazione politica, che erano sorti, accanto alle istituzioni statali e del Partito Baath, per iniziativa delle organizzazioni di massa, delle donne, degli studenti, dei lavoratori, dei poeti, degli anziani. Il primo contatto fu con il direttore del quotidiano Ath Tawra (“La Rivoluzione”), Nassif Awad, già braccio destro del poi ministro degli esteri Tariq Aziz, un palestinese con alle spalle la militanza nella resistenza del suo popolo. La nostra amicizia attraversò la gloriosa fase della costruzione di una nazione, la prima aggressione del 1991, la sbalorditiva ricostruzione in pochissimi anni, a dispetto delle tremende  privazioni dell’embargo, la forza e dignità di un popolo tuttavia in piedi, a dispetto delle bombe di Clinton e dell’assedio per fame. Fino all’ultimo incontro, a cena a casa sua, il 30 marzo 2003, con gli americani alle porte. Diventai il corrispondente da Roma di quel quotidiano e poi anche di “Baghdad Observer”, in lingua inglese, diretto da Naji al Hadithy, brillantissimo operatore culturale a Londra, dove l’élite intellettuale inglese frequentava il suo “Centro Culturale Iracheno” e, poi, ministro degli Esteri, con Saddam sino alla fine.
 
Sovrastata dalle immagini di rovina, disperazione, sgretolamento, di oggi, la memoria fa fatica a ricostruire ciò che erano la Baghdad e l’Iraq di allora. Un paese impegnato ad attenuare la centralità dell’Islam e ricostruire le fondamenta storiche della nazione, riappropriandosi laicamente di tradizioni e patrimoni millenari, sumeri, assiri, babilonesi, quelli della civiltà che ha partorito tutti noi. Quelli che i dominatori, bizantini, ottomani, britannici, avevano cercato di espellere dall’immaginario collettivo, dallo stesso DNA del popolo. Erano pratici di sradicamento della memoria e quindi dell’identità di genti da dominare. Quanto lo sono oggi i loro mercenari che polverizzano Palmira, Niniveh, Hatra, Assur, Nimrud, Ctesifonte… i predatori preferivano affidare la gestione della mente collettiva ai preti, tanto più che la religione con le sue varie confessioni, più della laicità e magari di un progetto socialista, apriva la possibilità all’irrinunciabile “divide et impera”.
Percorsi l’Iraq in anni vari da cima a fondo, dalle paludi intorno a Bassora sul Golfo  alle montagne del Kurdistan, al confine con un Iran dove già rumoreggiava la rivoluzione khomeinista (e quella dello scontro tra due validi e integri antimperialismi è stata la tragedia fondante della catastrofe, sollecitata da un Kissinger che sentenziò: “Si devono dissanguare a vicenda”  e oggi allargatasi allo scontro, una volta di più concepito e fomentato dai revenants colonialisti, tra sciti e sunniti in tutta la regione). Mohammed Ghani, sommo pittore, mi fa da guida attraverso una nuova  creatività artistica irachena, consapevole della modernità, simile a quella dei futuristi sovietici per slancio vitale e tematiche legate al riscatto del popolo.

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