"Afghanistan papers": la storia segreta del disastro Usa

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"Afghanistan papers": la storia segreta del disastro Usa

di Maria Morigi

 

Gli Afghanistan Papers sono quei documenti con cui funzionari americani e alleati hanno denunciato la lunga serie di errori commessi in Afghanistan dal 2001. É il Washington Post a pubblicare la poderosa mole di documenti riservati - oltre duemila pagine di note, trascrizioni, registrazioni audio di circa 400 interviste governative, periodici rapporti Sigar (Special inspector general for Afghanistan reconstruction). I documenti sono stati resi pubblici dopo una battaglia legale durata tre anni, grazie al Freedom of Information Act, la legge che dal 1967 garantisce il diritto all’informazione e l’accesso a carte riservate governative.


Dagli Afghanistan Papers, il cui articolo iniziale At War With the Truth venne pubblicato dal reporter Craig Whitlock il 9 dicembre 2019, emerge una ‘storia segreta’ della guerra in Afghanistan, fatta di dubbi, bugie e statistiche manipolate. Una sorta di contro-storia del conflitto, paragonabile ai Pentagon Papers che svelarono la storia segreta della guerra in Vietnam.


Dall’articolo di Craig Whitlock: “In principio la logica che ha guidato l’invasione dell’Afghanistan era chiara: distruggere al-Qaeda, rovesciare i Talebani e impedire una ripetizione degli attacchi terroristici dell’11 settembre”. […] “Entro sei mesi gli Stati Uniti avevano ampiamente realizzato ciò che si prefiggevano di fare. I leader di al-Qaeda e dei Talebani erano morti, catturati o nascosti. Ma poi il governo degli Stati Uniti ha commesso un errore fondamentale che ripeterà ancora e ancora nei successivi 17 anni” […] “Funzionari Usa e alleati hanno ammesso di essere andati in direzioni che avevano poco a che fare con al-Qaeda o l’11 settembre. Espandendo la missione originale, hanno spiegato di aver adottato strategie di guerra fatalmente imperfette, basate su ipotesi errate su un Paese che non capivano. Il risultato: un conflitto impossibile da vincere…”.


Bastarono dunque pochi mesi a perdere i vantaggi raggiunti. All’inizio l’obiettivo era chiaro: distruggere al-Qaeda, evitare che si ricreassero le condizioni per un altro 11 settembre. Ma quella lucidità strategica durò poco. Il presidente e i ministri, specie Donald Rumsfeld, smarrirono  il senso della missione, facendosi risucchiare in un conflitto non pianificato, con nemici invisibili, radicati sul territorio. Jeffrey Eggers, ufficiale dei Navy Seal, consigliere di Bush e di Obama: “Che cosa ha trasformato i Talebani nei nostri nemici, quando eravamo stati colpiti da al-Qaeda? Il nostro sistema, nel suo complesso, era incapace di fare un passo indietro”. Nel 2003, quando gli americani controllavano poche aree del Paese, Richard Haas, coordinatore per l’Afghanistan, mise sull’avviso il presidente: “Suggerii di aumentare il numero dei soldati, portandoli da 8 mila a circa 20-25 mila. Ma non riuscii a vendere l’idea. Non c’era entusiasmo. C’era un senso profondo di impotenza”.

Eppure il primo maggio 2003 Bush dichiarava la vittoria in Iraq e quello stesso giorno Rumsfeld annunciava la fine dei massicci combattimenti in Afghanistan.


Bush, Obama e l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton rifiutarono ogni tipo di trattativa con i Talebani e tollerarono il doppio gioco del Pakistan, tanto che Ashfaq Kayani, capo dei servizi segreti pakistani, confidava all’ambasciatore americano Ryan Crocker: “Certo che noi puntiamo su diversi tavoli. Un giorno voi ve ne andrete e noi non vogliamo ritrovarci con un nuovo nemico mortale: i Talebani”.


Il 1 dicembre 2009 Obama lanciava il piano di invio di altri 30 mila militari in Afghanistan in aggiunta ai 70 mila già presenti, e il generale David Petraeus, capo del Central Command, annotava in un colloquio riservato: “Due giorni prima di quel discorso fummo tutti convocati nello Studio Ovale. Nessuno di noi aveva mai sentito parlare di quel progetto. Ci fu un giro di opinioni, ma il tono era: prendere o lasciare”. Dopo quella riunione, Obama decise che gli americani avrebbero cominciato a ritirarsi dopo 18 mesi, ma Barnett Rubin, esperto di Afghanistan al Dipartimento di Stato, commentò: “Restammo tutti stupefatti. C’era una contraddizione insanabile in quella strategia. Se metti una scadenza ai rinforzi, è inutile inviarli”.


Gli Afghanistan papers dunque accusano i presidenti George W. Bush e Barack Obama di aver fallito nella strategia di soluzione, tanto che la guerra in Afghanistan fu condotta del tutto alla cieca. Diplomatici e comandanti militari intervistati hanno ammesso la loro difficoltà a rispondere a semplici domande: Chi è il nemico? Su chi possiamo contare come alleati? Come sapremo quando avremo vinto? Un buio totale, un clima di incertezza che sarebbe stato sistematicamente occultato e falsificato vantando invece ‘progressi’. “Che cosa stavamo facendo in quel Paese?”, si domandava un funzionario che ebbe funzione di collegamento con la Nato. “Quali sono i nostri obiettivi? Costruire una nazione? I diritti delle donne? Non è mai stato del tutto chiaro nella nostra mente quali fossero gli obiettivi e le scadenze stabiliti”.

E il generale statunitense Douglas Lute, rappresentante permanente degli Stati Uniti presso la NATO dal 2013 al 2017, dichiarò: “Ci mancano le conoscenze di base sull’Afghanistan, non sappiamo cosa stiamo facendo”… affermazione che ha il sapore di una ‘lapide finale’.


Il bilancio di questa guerra, la più lunga della storia americana, è che gli Stati Uniti, ormai in una vertiginosa caduta di credibilità, devono ammettere che non solo i Talebani sono vincenti, ma possono godere di riconoscimento internazionale. E rimangono per tutti - USA, Europa, Russia, India e stati confinanti con l’Afghanistan - questioni complesse da risolvere: l’Afghanistan può essere lasciato in pace? o lo vogliamo avviare ad una nuova guerra civile? Sarà opportuno trattare con i Talebani? Si riconoscerà un nuovo Emirato e a quali condizioni? Ci si può fidare del Pakistan? Quanto è pericoloso il terrorismo SI- Khorasan innescato dalle manovre USA? E infine chi pagherà le conseguenze dell’esodo di migliaia di richiedenti asilo, illusi dalle promesse occidentali?

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