Assalto alla Repubblica Islamica: benvenuti nella prima guerra esistenziale
di Alex Marsaglia
Dopo settimane di preparativi, in cui gli Stati Uniti hanno dislocato gran parte del loro potenziale offensivo in tutto il Medio Oriente, schierando persino due delle portaeree di classe Nimitz (a propulsione nucleare) rispettivamente nel Mar Arabico la Lincoln e davanti alle coste occupate da Israele la Ford, è iniziato l’attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran.
I neocon Rubio, Hegseth, Ted Cruz, Lindsay Graham che hanno preso il potere nell’amministrazione Trump lo avevano promesso, delineando una strategia di attacco su tutti i fronti agli Stati sovrani che hanno sempre identificato come Asse del Male. Dopo poco più di un mese e mezzo dall’attacco al Venezuela è stato così il turno dell’Iran.
Nelle prime ore del 28 Febbraio un attacco congiunto delle forze israeliane e americane ha mirato ad una serie di obiettivi politici, militari, energetici e civili in tutta la Repubblica. L’obiettivo è stato decapitare i vertici: la Guida Suprema Ali Khamenei, il Presidente Pezeshkian, i principali comandi militari, nonché politici di spicco come Mahmud Ahmadinejad che evidentemente continuano a far sudare freddo gli yankee rendendo insonni le loro notti. Il Presidente statunitense ha accompagnato la seconda offensiva imperialista nel giro di pochi mesi con una insolita vera e propria chiamata al sacrificio del popolo americano: “le vite di coraggiosi eroi americani potrebbero essere perse e potremmo avere delle vittime”, intimando con il solito fare da gangster al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica di “deporre le armi e arrendersi” e infine chiamando al regime change i ribelli fomentati in questi mesi con un “acquistate il controllo del vostro proprio destino”. Era chiaro dallo scorso Giugno che un attacco alla Repubblica Islamica si sarebbe configurato come la guerra più pericolosa dalla Seconda Guerra Mondiale in cui gli Stati Uniti si sarebbero imbarcati con un coinvolgimento diretto. E date le capacità militari e missilistiche dimostrate dall’Iran nel bucare le difese aeree statunitensi, e le diverse basi statunitensi in zona, i rischi di perdite sul campo si avvicinano a quelle della guerra di Corea se il conflitto non sarà breve, cosa a cui l’Iran sembra essersi preparato.
Dunque, se si tiene presente un fattore di rischio così elevato capiamo i tentativi di sabotaggio dei militari americani scontenti imbarcati sulla Gerald Ford e capiamo i moniti di Trump di fronte ai numeri di vittime che si prepara a scontare. Ciò che è più difficile spiegare è come Trump si sia potuto cacciare in una simile guerra a distanza di poco più di un anno dalla sua tanto difficile e ricercata elezione. Ebbene, al di là delle lotte interne della fazione neocon che sembra aver definitivamente esautorato quella MAGA, vi sono una serie di problemi sistemici degli Stati Uniti che risultano irrisolvibili e che stanno conducendo alla guerra come la principale arma di distrazione da porre in campo. In poche parole, a Trump serve un parafulmine contro una serie di problemi di politica interna da cui non si intravede la via d’uscita: il "caso Epstein” si è rivelato un boomerang che ha causato un danno alla reputazione di Trump ben superiore a quanto si pensasse con la desecretazione iniziale dei file, tanto che Trump ha mostrato solidarietà persino alle udienze e testimonianze di Hillary e Bill Clinton; la "guerra all'immigrazione" a Minneapolis è stata essenzialmente persa, con vittime civili e cali dei consensi per la gestione dell’ordine pubblico. Infine è arrivata l’ultima tegola, la più grave: la cancellazione delle tariffe da parte della Corte Suprema ha inferto un grave colpo a quella che era tutta la sua strategia di politica economica basata sul reshoring, il Make America Great Again e la Golden Age. Distrutto definitivamente il programma MAGA a Trump non è rimasto che virare sulle politiche imperialiste classiche dei neocon, riprendendo in mano la strategia della caccia all’Asse del Male.
Un programma politico del genere però è quanto di più logoro vi sia in circolazione. Si tratta infatti di una strategia perdente che ha rovinato gli Stati Uniti nell’ultimo quarto di secolo e che oggi probabilmente determinerà l’ultimo e più grave fallimento del sistema politico americano. Un'ondata di malcontento sta già aumentando in tutto il Paese dove per la prima volta nella Storia i consensi verso la popolazione palestinese superano quelli verso quella israeliana.
Dall’altro lato della barricata troviamo la Repubblica Islamica dell’Iran che memore della guerra dei 12 giorni ha rafforzato la propria cooperazione militare con Russia e Cina, compiendo esercitazioni congiunte e condividendo tecnologie e dispositivi militari. Come annunciato più volte dai suoi vertici militari in queste settimane di finti negoziati, l’Iran è pronto ad utilizzare tutto il suo potenziale militare coinvolgendo l’intera regione senza linee rosse se percepirà di subire un attacco come minaccia esistenziale. Puntualmente questo è ciò che è accaduto. Nei minuti immediatamente successivi all’assalto imperialista israelo-americano all’Iran, le risposte iraniane si sono estese geograficamente all'intera regione, mantenendo la promessa. L’Iran ha colpito simultaneamente obiettivi militari statunitensi con lanci balistici in Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Gli alleati Houthi yemeniti hanno immediatamente annunciato la ripresa degli attacchi alle navi nel Mar Rosso. Il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchii ha poi dichiarato la diversa natura di questa seconda guerra tra il regime isaelo-americano e la Repubblica Islamica, avvertendo che verrà data “una lezione più grande della guerra di 12 giorni”, in cui “le nostre risposte agli USA e al regime sionista continueranno fino alla loro sconfitta”, ribadendo l’assenza di linee rosse in tali ritorsioni per cui “tutti gli interessi americani nella regione, a terra, in mare e nell'aria, sono obiettivi legittimi per l’Iran”.
Questo significa che la Repubblica Islamica ha inquadrato l'assalto imperialista israelo-americano come minaccia esistenziale e contrattaccherà senza remore di sorta, sino ad esaurire tutto il suo potenziale militare o, come si dice in gergo, fino all'ultimo sangue, consapevole di non avere più nulla da perdere se non la sua stessa esistenza.
È poi interessante notare che vi è anche un’altra possibile valvola di sfogo regionale delle tensioni cumulate nell’area. Proprio nei giorni immediatamente precedenti l’assalto, vi è stato l’innesco dell’ennesima guerra regionale: in seguito a degli attacchi alle guardie di frontiera il Ministro della Difesa pakistano ha dichiarato "guerra aperta" al governo talebano in Afghanistan. "La nostra pazienza ha raggiunto il limite. Ora è guerra aperta tra noi e voi", ha scritto Khawaja Asif che durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno aveva duramente condannato l'aggressione israelo-americana all'Iran, arrivando addirittura a paventare un asse di difesa comune dei paesi musulmani contro il progetto della Grande Israele.
Allo stesso modo l'Iran, poco prima di subire l'ennesima barbarica aggressione imperialista, si era offerto di mediare per la pace dimostrando di essere una importante forza stabilizzatrice in un’area che il colonialismo intende infiammare scatenando tutti i suoi proxy.
Insomma, il conflitto iniziato con la guerra dei 12 giorni lo scorso giugno si sta configurando sempre più come uno scontro all’ultimo sangue tra il sistema imperialista americano guidato dai neocon, spalleggiato dai democratici e votato alla guerra come unico strumento di sopravvivenza, contro quelli che un tempo erano lupi solitari, ma che oggi sono Paesi sempre più maturi e saldamente incastonati nell’alleanza del Sud Globale che vorrebbero solo poter aspirare alla pace e al progresso. L’imperialismo ancora una volta ha scommesso sulla guerra come mezzo di estrazione della rendita, dal petrodollaro nella fattispecie, e di salvezza politica in un contesto interno di caos. Questo mentre il Sud Globale sta chiedendo pace, libertà e progresso saldando alleanze e nuove prospettive di sviluppo. Come in ogni guerra esistenziale ne rimarrà soltanto uno in piedi e presto scopriremo chi sarà.

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