Dai bombardamenti ai codici nucleari: escalation senza freni a Washington
In un contesto internazionale già estremamente teso, le parole di Donald Trump segnano un ulteriore scivolamento verso una pericolosa deriva guerrafondaia. Alla vigilia della fine della tregua con l’Iran, il presidente statunitense non solo esclude un’estensione del cessate il fuoco, ma dichiara apertamente di aspettarsi di “continuare a bombardare”, riducendo di fatto la diplomazia a una formalità marginale rispetto alla logica della forza. Il vertice previsto a Islamabad nasce così sotto il segno della sfiducia. Da un lato Washington rivendica una posizione negoziale dominante, dall’altro prepara apertamente la ripresa delle ostilità. Teheran, intanto, accusa gli Stati Uniti di aver già violato la tregua attraverso blocchi navali e azioni ostili, rifiutando qualsiasi trattativa “sotto minaccia”.
A pesare sul presente è anche l’eredità dell’operazione Operation Midnight Hammer, con cui nel 2025 gli Stati Uniti colpirono i principali siti nucleari iraniani. Un’azione che Trump continua a descrivere come una “completa obliterazione”, ma che non ha affatto stabilizzato la regione, contribuendo invece ad alimentare una spirale di escalation culminata in un conflitto aperto e prolungato. Il teatro dello scontro si è nel frattempo allargato, coinvolgendo snodi strategici come lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante delle forniture energetiche globali. Le minacce iraniane di controllare o limitare il traffico marittimo mostrano come il conflitto abbia ormai una dimensione sistemica, capace di incidere sugli equilibri economici mondiali.
A rendere ancora più inquietante il quadro contribuiscono anche indiscrezioni - non confermate - su una presunta volontà di Trump di ricorrere ai codici nucleari durante una riunione d’emergenza, fermato dal generale Dan Caine, secondo quanto riportato dall’ex analista CIA Larry Johnson. Al di là della loro verificabilità, queste notizie riflettono un clima decisionale sempre più radicalizzato. Eppure, dietro la retorica della superiorità militare statunitense, emerge una realtà meno lineare. L’Iran non solo ha resistito agli attacchi, ma ha progressivamente adattato la propria strategia, combinando pressione militare, uso di droni e missili e una gestione asimmetrica del conflitto che gli ha permesso di evitare il collasso e portarsi anche all’offensiva. È proprio questa capacità di resistenza prolungata, unita al controllo di leve strategiche come Hormuz, ad aver rafforzato la posizione negoziale di Teheran.
Mentre Washington punta su colpi rapidi e dimostrativi, l’Iran gioca una partita di logoramento, trasformando il tempo e la resistenza in strumenti di pressione. In questo scenario, la linea dura di Trump rischia di produrre un effetto opposto a quello dichiarato: invece di piegare l’avversario, contribuisce a consolidarne la legittimità e la forza contrattuale. La guerra, da strumento di imposizione, si trasforma così in terreno di costruzione del potere negoziale iraniano. Un esito che mette in discussione l’intera strategia statunitense e apre la strada a un conflitto sempre più lungo e strutturale.
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