Dai migranti alla pandemia: ipnosi collettiva sulla Libia

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Dai migranti alla pandemia: ipnosi collettiva sulla Libia

di Michelangelo Severgnini

Nell’autunno del 2018 insieme all’amica Elise Cucinotta ragionammo su come rappresentare la storia che da alcuni mesi decine di ragazzi africani in Libia cominciavano a raccontarmi attraverso centinaia di messaggi vocali.

Decidemmo di chiamare questa storia “Ipnosi collettiva”.
E lei la tradusse graficamente con il disegno in foto.
Nell’ingenuità di quei primi mesi dell’esperienza Exodus - escape from Libya - fuga dalla Libia, non riuscivo a farmi una ragione del fatto che dalla Libia raccontassero una storia completamente diversa da quella che ci raccontiamo qui.
Eppure, convinti di quel che ci raccontiamo, noi Europei crediamo di essere attori decisivi nel ruolo confortante del salvatore.
E però, da quel che raccontavano i ragazzi, la nostra azione era totalmente avulsa dalla realtà.
Non era ciò di cui avevano (e hanno) bisogno.
 
MIGRAZIONE E COVID: LE FAGLIE SOVRAPPOSTE
 
Sono passati quasi 3 anni e questa ipnosi collettiva è tuttora pienamente in corso. Ogni tanto si apre uno spiraglio, dopo tanta fatica riesco a far passare la voce diretta di chi sta in Libia, qualche testata importante se ne accorge e poi si richiude tutto subito di nuovo.
Precisi interessi, bombardamento mediatico contrario, pigrizia intellettuale… Sono tanti i motivi per cui questo materiale impregnato di pura realtà non fa breccia nella narrazione dominante.
Tuttavia tra chi di fronte a questi messaggi si è voltato inorridito e chi li ha perlomeno presi in considerazione esiste una faglia che in questi quasi tre anni ho attentamente monitorato.
E confesso che da diversi mesi ormai constato come questa linea di rottura sia sovrapponibile con quella che nella società divide in questo momento chi si è bevuto la storia della pandemia a reti unificate e chi si è posto qualche domanda.
La “Sinistra”. L’auto-proclamata sinistra, quella che va dal PD a Potere al popolo, ai centri sociali. Chiusi da quasi tre anni a testuggine nel disperato tentativo di impedire che questi messaggi dalla Libia raggiungano un’ampia platea. Eppure le donazioni a Mediterranea sono per piazzare un testimone scomodo in mezzo al mare, loro dicono. Bene, ci sono migliaia di testimoni scomodi in Libia che già parlano quotidianamente e per altro dicono di non mettere navi in mare ma chiedono di essere strappati alle milizie, quelle stesse che proteggono il potere che noi sosteniamo a Tripoli.
 
Insomma, ci siamo capiti. E il disegno lo illustra.
Stessa reazione di fronte alla narrazione dominante sulla pandemia. Macché prove! Le cose stanno così perché lo dice chi ne sa.
E chi ne sa di più di chi in Libia è costretto a viverci, a fare lo schiavo per le milizie, senza neppure poter tornare a casa?
E chi ne sa di più dei medici in prima linea che hanno salvato la vita a migliaia di persone disobbedendo ai protocolli del vostro Speranza?
Niente, non ce la si fa: vaccino bene comune, schiavitù bene comune.
 
QUELLI FUORI DAL DISEGNO
Tuttavia in questi ultimi 3 anni (che coincidono con il mio rientro in Italia) nel frattempo mi sono accorto che ci sono altri concittadini oltre a quelli rappresentati nel disegno. Non ci sono solo quelli che applaudono e incoraggiano persone a rischiare la vita peggio degli animali.
Ci sono anche quelli in disparte, che non incoraggiano questo tipo di suicidio organizzato.
E cosa fanno fuori dal disegno?
Alcuni oltre a tifare contro chi tifa per la migrazione, non fanno altro. Soprattutto non si pongono il problema di cosa stia avvenendo al di là del mare. Anzi, non se lo possono proprio porre questo problema. Non se lo possono permettere. Perché accendere i riflettori su queste faccende significa farlo anche sugli interessi che il sistema Italia coltiva in Libia.
Interessi mal riposti, per altro, ostaggio di quella misera politica dello strapuntino, sancita dalla dottrina Minniti. Pensano di essere i più furbi e di saper trovare le milizie migliori da pagare, ignorando che lo schema stesso di potere basato sulle milizie è una costruzione politica turca che dalla Turchia in ultima analisi è controllata.
Questa è generalmente la destra in Italia.
Loro non sostengono il suicidio organizzato nel Mediterraneo, ma nemmeno hanno soluzioni per fermarlo, se non le cazzate come il “blocco navale”, quando l’unico che c’era da fare non ha funzionato: la missione "Irini" che doveva monitorare l’arrivo di armi in Libia, mentre nel frattempo la Turchia si è costruita due basi militari in Libia attraverso ponti aerei mai cessati e tuttora in corso.
Mentre in tema di pandemia stanno anche dalla parte di chi è stato costretto a chiudere a causa di decreti fuorilegge. Ma stanno soprattutto con Confindustria e il piano vaccinale.
Insomma, l’importante è che girino gli affari, senza troppo approfondire. La loro ipnosi collettiva sta lì.
E quando tu pensavi stessero facendo una battaglia contro l’Europa e per la sovranità, te li ritrovi poi più atlantisti di Trump.
 
LA MIA TRIBU’
Dove stanno invece quelli che la pensano come me nel disegno? Non ci sono. Sono anche loro fuori inquadratura. E non sono nemmeno quelli della destra sopracitata.
Anche loro soffrono però di una leggera ipnosi collettiva.
Sì, lo sanno che tutta questa vicenda ha più a che fare con lo schiavismo che con il salvare vite. Lo sentono. Lo capiscono.
Sì, lo sanno che nel 2011 in Libia si è consumato un attacco Nato, ben studiato a tavolino con il coinvolgimento della Fratellanza musulmana. Lo sanno che l’Italia sta finanziando gente poco raccomandabile a Tripoli. Lo sentono. Lo capiscono.
Eppure non fanno niente.
La Libia è stato un trauma talmente forte che la loro idea di Libia si è fermata là. Non c’è stata nessuna elaborazione del lutto.
Non c’è stato nessun desiderio di aggiornare i fatti, di seguire una lotta che non poteva andare dispersa e che infatti anche in Libia si è rigenerata, rimodellandosi, rispondendo a scenari in evoluzione, esattamente come qui in Italia e in Europa.
Sono passati 10 anni.
Nel frattempo abbiamo ignorato la cacciata da Tripoli del governo eletto dal popolo libico nel 2014, ad opera di quella Brigata di Misurata che è braccio destro della Nato e avamposto della Turchia in Nord Africa.
Abbiamo ignorato che quel governo legittimo, rifugiatosi a Tobruk, ha votato e costituito l’Esercito Nazionale Libico che a partire dal 2016 ha liberato il territorio libico da quella gente che combatteva al soldo degli interessi occidentali ispirata da un’ideologia jihadista.
Ma ciò che la mia tribù ancora non ha capito (e mi sento responsabile di non essere riuscito fin qui nel mio compito di raccontare questa verità) è che i cosiddetti “migranti” non sono stupidi ragazzi plagiati e che se la vedessero ONG e Salvini.
Quelle poche migliaia che raggiungono ogni anno le coste italiane, dei 700mila africani subsahariani, sono la minuscola parte manifesta di chi è in trappola in Libia e da lì non uscirà mai.
La parola “migrante” ha fuorviato tutti. Ormai chi è in Libia non migra più da anni. L’Europa per loro è servita come un’esca, non come una destinazione. La destinazione decisa per loro era la Libia, a marcire da schiavi per le milizie, non detenuti, ma forza lavoro gratuita cui spillare soldi anche attraverso tortura a scopo di estorsione.
Altro che maniere forti per non farli venire in Europa!
Le maniere forti sono semplicemente corollario di un sistema basato sulla schiavitù.
I ragazzi in Libia raccontano proprio questo.
Ed ecco perché vogliono tornare a casa.
Ed ecco perché la Libia non è una punizione per aver sognato di venire in Europa.
La Libia è il punto finale dove era stato deciso che affluissero. Le poche migliaia che vengono lasciate passare servono solo a tener viva l’illusione, l’unico motore che può ancora convincere qualche sprovveduto a raggiungere la Libia dall’Africa subsahariana in mano alle reti mafiose dei trafficanti.
 
LA LIBIA E’ LA NOSTRA BATTAGLIA
Questa leggera forma di ipnosi collettiva che coglie anche la mia tribù impedisce di comprendere che noi c’entriamo comunque con quelli che gli altri chiamano “migranti”.
Perché questi che affogano o attraversano (gli unici che la narrazione ufficiale accetta di considerare) sono una piccolissima porzione di un popolo di 700mila persone in stato di schiavitù in ostaggio delle milizie.
Impedisce di comprendere che il sistema energetico italiano si sta basando da anni sul saccheggio del petrolio libico, operato dalle milizie della Tripolitania, quelle che hanno messo in piedi questo colossale sistema di schiavitù da cui ogni anno alcune migliaia riescono a scappare per raggiungere l’Italia.
Impedisce di comprendere cioè che quando ci riforniamo di benzina al distributore, stiamo da anni verosimilmente finanziando una milizia libica che è la causa di quella che poi noi chiamiamo “migrazione”.
Stiamo verosimilmente finanziando coloro che tengono in ostaggio la Tripolitania e impediscono, con l’aiuto di Turchi, mercenari siriani e finanziamenti occidentali, che l’Esercito Nazionale Libico prenda il controllo di Tripoli a getti a mare questa mafia in salsa turca.
Non solo cioè siamo indifferenti. Non solo cioè rimaniamo aggrappati all’immagine romantica di Gheddafi.
Ma questa lieve ipnosi collettiva ci impedisce di capire che siamo i naturali sionisti della Libia e dell’Africa, ogni giorno che passa.
E proprio per questo motivo, questa è la battaglia sulla quale potremmo incidere di più, perché ci riguarda.
Non vorrei che l’ipnosi collettiva consistesse proprio in questo: nel vedere la Libia tanto lontana proprio perché della sua oppressione ne siamo più direttamente responsabili, oggi più di ogni altro.
 
LA LIBIA NON E’ MORTA
Domani 30 maggio 2021 ricorre il settimo anniversario dalla fondazione dell’LNA, l’Esercito Nazionale Libico, il più grande incubo della Nato in Libia dopo Gheddafi.
I festeggiamenti si terranno a Bengasi, perché nella capitale Tripoli ci sono le milizie.
Il premier libico Dabaiba non parteciperà. I Turchi non glielo permettono.
Parteciperanno i membri del parlamento libico e idealmente tutta la popolazione libica, chi è già stato liberato dal morbo della Nato e ancor più chi è ancora sotto controllo delle "nostre" milizie.
Non perché gli eserciti siano una soluzione.
Solo per dire che, nonostante noi, la Libia non è morta.
 

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