Argentina, 50 anni dopo il golpe: memoria e resistenza nelle piazze

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Argentina, 50 anni dopo il golpe: memoria e resistenza nelle piazze

Il 24 marzo 2026 l’Argentina torna in piazza in modo massiccio per commemorare il 50° anniversario del colpo di Stato del 1976, in una giornata che unisce memoria storica e mobilitazione politica. Il ‘Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia’ si conferma così non solo come ricorrenza, ma come momento attivo di resistenza. In tutto il Paese, migliaia di persone hanno ricordato l’inizio della dittatura civico-militare, uno dei periodi più oscuri della storia argentina, segnato da repressione sistematica e circa 30.000 desaparecidos.

Un sistema costruito anche sulla dottrina della sicurezza nazionale sostenuta dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda. Al centro delle commemorazioni, l’omaggio alle Madres de Plaza de Mayo e alle Abuelas de Plaza de Mayo, simboli internazionali della lotta per la verità e la giustizia. Con i loro fazzoletti bianchi, queste donne hanno sfidato il potere militare e portato alla luce i crimini contro l’umanità.

Oggi, però, la memoria si intreccia con le tensioni del presente. Secondo l’analista Stella Calloni, il contesto attuale riflette nuove forme di dipendenza geopolitica e un ritorno di politiche che mettono a rischio sovranità e diritti sociali. Se ieri la repressione passava attraverso la violenza fisica, oggi si manifesta nel neoliberismo di Milei come esclusione sociale delle fasce più vulnerabili: poveri, pensionati e persone con disabilità. Un modello definito da alcuni osservatori come una deriva autoritaria che trova però un argine nei movimenti per i diritti umani. Le mobilitazioni di quest’anno dimostrano che la memoria non è solo commemorazione, ma uno strumento politico vivo. In un contesto regionale segnato da instabilità e nuove pressioni internazionali, l’Argentina rilancia il valore dell’organizzazione popolare.

A cinquant’anni dal golpe, il messaggio che arriva dalle piazze è chiaro: contro l’oblio e l’impunità, la memoria resta una forma di lotta. E la difesa della democrazia passa, ancora una volta, dalla partecipazione collettiva.


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