Fulvio Grimaldi - L’INVINCIBILE Iran. Tremila anni e andare

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Fulvio Grimaldi - L’INVINCIBILE Iran. Tremila anni e andare

 

di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico

Il passato chi ce l’ha, chi meno

I padri romani, ai quali non nuoce mai rifarsi a indicare come l’evoluzione ogni tanto faccia delle inversioni a U e per capire cosa stesse succedendo o potrebbe succedere, raccomandavano repetita juvant e, anche Historia magistra vitae. Una raccomandazione che a forza di dar retta ai nordamericani, che da repetere non hanno che una raccolta di scalpi indiani, noi l’abbiamo buttata al vento dell’ovest.

Se invece, a dispetto di tutti coloro a cui serve che ce ne liberiamo, la memoria cui si consegnavano i romani la coltivassimo ancora, potremmo ricordare ai collezionisti di scalpi che sono 80 anni che non vincono una guerra e, quando non la perdono, si lasciano dietro una roba dalla quale non viene niente di buono a nessuno, nemmeno a loro. Vale pari pari anche per Israele. Ne ha vinte un paio, 1948 e 1967 e da una, Kippur 1973, ne è stato salvato per la collottola dagli USA quando, soccombendo, stava già innescando le atomiche. Due ne ha perse ignomignosamente contro una guerriglia in ciabatte, Libano 1980 e 2005 e una, la penultima, contro l’Iran nel giugno dell’anno scorso, quando, alla faccia del soccorso USA, ne ha beccate di più di quante ne abbia date.

Immemori di quanto è successo nel mondo prima di Wounded Knee e Gary Cooper, inconsapevoli di quanto vi sia di preciso in questo mondo sotto Starlink e al di là di Washington DC, quelli di Trump si sono lasciati trascinare in un’altra partita a perdere. E proprio da coloro – ebrei polacchi, russi, moldavi, tedeschi, inglesi, italiani, iberici e quant’altro - che, invece, rivendicando (del tutto abusivamente) un retroterra di 2.600 anni fa, disceso dal Sinai e esteso a tutta la Palestina, storicamente la dovrebbero sapere più lunga.

Un dato va premesso ed è indiscutibile. Dei risultati della risposta militare dell’Iran all’aggressione israelo-statunitense, che è devastante, dai nostri media e circoli politici sappiamo un decimo. Questo decimo andrebbe integrato da quanto riporta la stampa del mondo fuori dalla cupola imperial-sionista. E’ che, mentre il resto dell’umanità, cittadini di Mosca e Tehran compresi, ha pieno accesso all’informazione occidentale, le nostre democrazia ci vietano l’accesso alle fonti dei “cattivi”. Potremmo farci delle “illusioni”.

Andata come doveva andare, nelle ore del giorno in cui sto compilando queste spensierate ponderatezze, Israele stalla. Colpita, insieme alla costellazione di suoi partner e compari del Golfo, da chi doveva soccombere tra un sabbath e l’altro, alla terza settimana di botta e risposta, con tutto un popolo nel bunker, prova a salvarsi la faccia andando a picchiare il Libano. Facile, trattasi del più debole dei paesi dell’area, con il governo più imbelle e complice. Cosa c’è di meglio che gazizzare un piccolo paese nel quale quel governo amico e una borghesia munita di Falange collaborazionista ti tengono a bada il proletariato nazionale che prova a difendersi?

A essere meticolosi, comunque, non si può dire che i giochi, tra i due Stati con gli eserciti che si dicono i più forti, rispettivamente, del mondo e della regione, e la nazione portatrice di una delle civiltà più antiche del mondo, siano fatti. Ciò che si può però dire è che la seconda cammina da più tempo e su gambe più solide, sapendo tutto della sua complessità e da dove viene. Mentre il primo degli altri due sa a malapena chi esso sia, tanto che ogni due per tre se la prende con una delle sue componenti (vedi ICE) e il secondo tira in ballo, a pretesto degli abomini che compie, un libro di miti su genti che tagliavano le teste già qualche tempo fa. Saranno questi gli elementi, piuttosto che gli F35 e lo sterminio di scolarette, che determineranno l’esito finale.

Suez 1956 = Hormuz 2026

 

Questo a vedere il quadro grande e profondo, strategico. Ma la memoria ci insegna anche meravigliosi paralleli tattici. Ricordate la Crisi di Suez del luglio 1956? Gamal Abdel Nasser, dà il calcio d’inizio alla rinascita nazionale panaraba, nazionalizzando il Canale di Suez, sottraendolo al controllo geostrategico e ai profitti anglofrancesi. Un’armada di questi paesi, ancora fermi su pretese coloniali divenute illusioni, si lancia sul boccone disputato. Sei portaerei distruggono l’aeronautica egiziana mentre gli israeliani demoliscono le forze corazzate di Nasser nel Sinai.

L’Egitto sembra spacciato. Ma Nasser ha in serbo un colpo maestro. Prima che gli anglofrancesi arrivino sul Canale, affonda dozzine di navi arrugginite al terminale nord del Canale, così recidendo il cordone ombelicale che unisce i giacimenti petroliferi del Golfo all’Europa. Gli USA, allora senza Trump, capiscono l’antifona e ordinano il ripiegamento. Imposto, del resto, dall’evidente tramonto, così sancito, dell’epoca euro-coloniale.

Il pensiero non corre agli Stretti di Hormuz, bloccati e minati da Tehran? Passano solo i trasporti non nemici, suscitando il panico globale e riducendo lo spaccamontagne dagli impulsi inconsulti a pietire l’aiuto dei sottoposti europei. Che riluttano. Anzi, negano.

Sei dissidente? Sei esperto!

 

Piovono come cavallette, e dagli esiti infausti analoghi, gli “esperti” iraniani che nutrono di sé gli schermi e le pagine della nostra strutturale informazione ad usum delphini bellicus. Di cosa sia il loro paese non sanno nulla, essendo fuorusciti da quasi mezzo secolo. Sono residui monarchici, nostalgici dei fasti ultraliberisti pahleviani, quando trequarti della popolazione era analfabeta, ma per gli arruolati nella preparazione bellica tramite calunnie e falsità sono oro colato.

Perlopiù rozzi e ripetitivi nelle accuse da decenni, ogni tanto ne spunta uno dalla trovata originale che supera il logorio dello stereotipo propagandistico dell’agenda CIA-Mossad. Un mio amico, rimastone convinto, me ne ha trasmesso le argomentazioni. Il nocciolo del mistero iraniano starebbe nel fatto che “gli iraniani si rapporterebbero all’Occidente con tratti chiaramente morbosi, anzi patologici”. Quali sarebbero? Ecco qua: “un attaccamento eccessivo, un’ammirazione acritica, un amore maniacale, che impedirebbero qualsiasi distacco epistemico”. Con questo Occidente in cui immergersi, l’Iran si troverebbe di fronte allo “standard definitivo di razionalità, progresso, perfino virtù”. Non aspetterebbe che farsene modello universale.

Bum! Di colpo svaporata una civiltà trimillenaria del tutto originale, multiforme, sincretica, zoroastriana, islamica, moderna, che ha irradiato di sé la Mesopotamia e, da lì, mezzo mondo conosciuto. Svaporato un conflitto, questo sì epistemologico, tra due mondi dalla visione opposta dei rapporti inter-nazionali, interpersonali, sociali. Dissolti nel nulla le ragioni per cui 93 milioni di persone si oppongono a una normalizzazione occidentale di cui hanno sofferto l’imposizione e di cui sanno che altererebbe in profondità quanto esse sanno di essere. Il paradigma di un’infima minoranza di dissidenti espatriati, nostalgici di una minuta borghesia nelle grazie dell’imperatore torturatore e famulus degli USA, elevato a carattere identificante di un popolo che, come pochi altri, vanta e difende la sua diversità attuale e storica.

In ogni casa una sottile trappola cognitiva nella quale far sì che ci si rassicuri che, se proprio dobbiamo abbattere e disgregare questa nazione, lo si dovrà fare per farne emergere l’autentico carattere “euromaniaco”. Quello di società e civiltà a tutti superiori.

Dell’aggressione israelo-trumpiana all’Iran si sono dette incongruenze che rasentano l’ottusità. Per bloccargli la bomba atomica, ma se non se l’erano mai sognata ed erano disposti a trasferire all’estero l’uranio arricchito a scopi energetici e medici. Per fermarne lo sviluppo di missili balistici, che potevano minacciare gli USA, pur non superando i 2.000 km. Per salvarne (disintegrandole) le donne velate, emarginate e represse, che però erano il 64% dei laureati, tasso più alto del mondo, e quindi in posizioni decisionali a tutti i livelli: ricerca, sanità, scienza, istruzione accademica, parlamento, organizzazioni civili….. Infine. per il regime change, ma chi mettere al posto degli attuali dirigenti, visto che, a parte l’impresentabile figlio dello Shah e pappagallini dissidenti alla Machado, non si reperiscono interlocutori? E visto che, a parte quella infiltrata, tanta opposizione non ci deve essere se, ogni due per tre, milioni vanno in piazza a sostenere il governo e per le strade tra la gente passeggiano i massimi dirigenti dello Stato.

 

 

I dirigenti e il loro popolo

Da Ciro a Khomeini

Dalla fondazione del regno degli Achemenidi, con Ciro il Grande, nel VI secolo a.C., gli iraniani sono, insieme agli Abbasidi, la cultura dominante nello sconfinato mosaico di pooli, religioni, culture, etnie, che è il Medioriente. La loro identità è triplice, comprensiva, includente e si prolunga dall’antichità fino alla nazione moderna, islamica dal VII secolo e scita dal XVI, multireligiosa e multietnica. Con i persiani metà della popolazione, le minoranze più numerose sono i curdi, 10%, i beluchi 1,5 milioni, gli azeri 14 milioni e gli ebrei. 30.000. Ho avuto modo di incontrare quest’ultima comunità a Isfahan e ricordo il rabbino capo che definiva Israele “Stato criminale” e sottolineava la serena convivenza con il “regime” e le altre comunità.

E sulle diversità che compongono da secoli questo arazzo di colori distinti ma convergenti che l’incompetenza degli strateghi e analisti occidentali fonda la speranza di disgregazione interna del paese. Speranza dimostrata vana dagli esiti, regolarmente fallimentari, delle varie sommosse che si è tentato di innescare ricorrendo a queste minoranze, di solito dopo gli immancabili e vagamente screditati “brogli elettorali”. Minoranze  che, oltre a essere numericamente inadeguate a una sollevazione generale, non sembrano neanche di averne tanta voglia, se è vero che sono i curdi iracheni infiltrati, addestrati dalla NATO (compresi i nostri Carabinieri) a Irbil, a rivelarsi l’elemento armato della recente rivoluzione colorata.

Se qualcuno dovesse preoccuparsi di una insufficiente coesione tra le componenti della sua base sociale, sarebbe piuttosto Trump. Il suo clamoroso tradimento delle premesse/promesse pacifiste e isolazioniste del movimento MAGA che lo ha portato al potere, si è esplicitato in misura drammatica con le dimissioni e la denuncia anti-Trump di uno dei suoi esponenti più prestigiosi, Joe Kent, capo dell’Antiterrorismo USA. Le parole di Kent (seguite dalle mezze parola di Tulsi Gabard, capa dell’Intelligence), “Non c’era nessuna minaccia dall’Iran, siamo stati trascinati in guerra da Israele”, potrebbero preludere all’inizio della fine della parabola del ciuffo giallo. Riflettono un dato generale: solo il 27% dei cittadini statunitensi approva la guerra di Trump, mentre il 43% la disapprova e gli altri non dicono.

Decapitato l’Iran. O il petrodollaro?

A ogni impresa di Netaniahu, massimo esperto storico di assassinio extragiudiziale, individuale, o di massa (brevetto Peter Thiel di Palantir), gioiscono i giornali: “Decapitato il vertice”. Che è quello, via via, di Hamas, di Hezbollah, del Venezuela e, ora, dell’Iran. Il “manifesto”, che si duole del velo delle donne, si sente su una pista di bowling e titola: “Una testa dopo l’altra…”. L’abitudine dei media occidentali a facilitarsi le cose personalizzando, trascura il dato di civiltà altre, non affette da individualismo esasperato, che proseguono il loro cammino sapendolo di un destino comune e, dunque, potendo ricorrere, se non a 93 milioni di “teste”, a una loro buona percentuale.

Una variabile interessante e indubbiamente centrata su questa storia delle decapitazioni la offre Pino Arlacchi, già vicesegretario dell’ONU, quando quella era l’ONU, e zar della lotta al narcotraffico mondiale. Nell’ufficio ONU di Tehran, un suo funzionario mi illustra la collaborazione nella gestione delle tossicodipendenze e del relativo traffico che si era stabilita tra l’unità di Arlacchi e il governo. La definisce del più alto successo internazionale. Alle guardie di frontiera del paese era costata centinaia di morti negli scontri con contrabbandieri afghani che, sotto un’occupazione USA che aveva rilanciato la coltivazione dell’oppio, venivano incoraggiati a infiltrare lo stupefacente in Iran a evidente scopo di minarne la saldezza sociale.

L’analisi di Arlacchi, un tantino più articolata e sapiente di quella dei tanti autonominati esperti di Iran, ha colto il segno di un equilibrio delle forze in campo: qualsiasi distruzione che l’armamentario israelo-statunitense possa arrecare all’Iran, non vale una percentuale di ciò che viene inflitto agli USA dalla demolizione, tramite droni, missili o blocco di Hormuz, della sua valuta, sempre meno riserva mondiale. La cassaforte del debito pubblico e commerciale USA, costituita dai petrodollari accumulati dalle petrodittature, socialmente fragilissime, davanti all’evidenza che le basi USA non sono riuscite a proteggerla, si va aprendo all’accumulo di altre monete, in particolare dello yuan. Chi è che sta subendo la crisi più grossa, Tehran decapitata, o Washington, la cui massima leva del potere entra in bilico?  

Chi è teocratico?     

 

Ahamadinejad con Chavez e con la vedova

Tornando all’identità dell’Iran, universalmente descritto come sottoposto alla dittatura religiosa, teocratica, degli Ayatollah. Lo si pone a confronto con una “democrazia israeliana” che si dichiara immune e impunita, giacchè una tribù monoteista, fuggita dall’Egitto politeista, dal suo dio esclusivo era stata eletta suo popolo esclusivo. Una democrazia che dichiara il suo Stato riservato agli ebrei e in cui altre componenti sono di rango infimo e possono essere sterminate. Poi c’è l’Iran multiculturale, multietnico, multiconfessionale, in cui tutte le comunità sono rispettate e nessuna è discriminata. Dove regna la teocrazia, cioè dove si dispone delle cose e delle persone, senza limitazioni di diritto o morale, secondo un dettato valevole solo per chi se lo attribuisce?

Qualche dubbio dovrebbe venire ai propugnatori dello scontro del bene, laico e democratico, gli USA, con il male, oscurantista e bigotto, l’Iran e tanti altri, dal capo del Pentagono Hegseth che termina le sue arringhe ai soldati con la recita di salmi della Bibbia, o dal comandante in capo che si fa ungere “eletto del Signore” nel nome di Cristo da un’accolita di pastori evangelici. Questa ottenebrazione demenziale scende poi per li rami quando i comandanti dei reparti spiegano alle reclute che “tutto ciò che vanno facendo le armate del Bene, inclusa la mattanza delle 180 bambine a Minab, fa parte del piano di dio, come da lui descritto nel Libro dell’Apocalisse, dove si annuncia il ritorno di Cristo e la fine dei tempi”.

E, per altri versi, nella consapevolezza della propria impotenza, si manifesta nella distruzione mirata di ciò che costituisce il retaggio di un percorso millennario e delle creazioni che vi sono state forgiate. Come a Palmira, in Siria, a Niniveh, Babilonia e Baghdad, è la frustrazione dei mendicanti di cultura e civiltà che si sfoga accanendosi su queste testimonianze.

Palazzo Golestan a Tehran del 1500.

Forte del suo variegato passato, nel quale si è perpetuata la fusione tra politica e religione fin dai tempi preislamici, l’Iran ha maturato un equilibrio tra laicità e confessionalismo che attraversa via via varie fasi, senza irrigidirsi definitivamente su nessuna. Il predominio della Guida Spirituale Suprema, con Khomeini e Khamenei, è stato modificato da una dialettica in cui gli indirizzi strategici preminenti erano fissati da presidenti laici, sia radicali che moderati. La rimozione di Ali Larijani ha tolto di mezzo (e Israele ne è ben consapevole) l’esponente di punta di questa dialettica che, dopo la scomparsa della Guida Suprema, prometteva di assumere tratti secolari e pragmatici, sia sul piano geopolitico, che negli spazi dati alle varie componenti della società.

Si ricordino i due mandati di Mahmud Ahmadinejad, sicuramente al tempo stesso il più laico per la questione dei generi, il più impegnato sul piano sociale e il più visionario e dinamico sul piano geopolitico, di coloro che si sono succeduti alla presidenza. Indimenticabili le immagini del suo abbraccio con Ugo Chavez e le sue lacrime mentre, al funerale del comandante, ne abbraccia la moglie, comportamento inammissibile per il musulmano rigoroso. Oggi di Ahmadinejad si dice che si trovi in dissenso con l’establishment coltivato da Khamenei.

Va dunque posto fine, a essere seri, alla descrizione di questo Stato repubblicano a molti strati, tutti originati da elezioni, come “Regime dei Mullah”. Il religioso è stato sempre presente, a vari livelli, nelle strutture del potere, ma si allaccia alla tradizione imperiale degli Achemenidi e al suo universalismo. E’ dal VI secolo a.C. che l’Iran è la massima potenza culturale, politica e militare della regione, in fertile coesistenza con i califfi arabi in Mesopotamia, dalla visione altrettanto universalista e con per rivali, più tardi, solo i turchi dell’impero ottomano. Una visione della vita, del mondo e della società che si distanzia dai messianesimo millenarista sia dell’ebraismo ortodosso, sia dei cristiani evangelici che costituiscono le milizie politiche delle dissennatezze di Trump.

Dal popolo o dalla provetta?

Rimettendo, letteralmente, i piedi per terra, immaginiamoci che uno come Bin Salman, o Flavio Briatore, abbia voluto allestire un superspettacolo con un torneo dello sport che, comunque, resta il più fedele specchio della società, della guerra, della convivenza e collaborazione, del fine più avanzato da raggiungere. Torneo in cui figurino, da un lato, il Manchester United, creato nel 1878 dagli inventori del calcio, e, dall’altro, squadre di recente invenzione, come l’Inter Miami, o il Neom, della città dei 170 km lineari ancora da costruire, o l’Al Rayyan del Qatar (di quel paese, cioè, che corrompendo decisori dell’UE, si è fatto assegnare i mondiali del 2022 con gli stadi costruiti da un esercito di schiavi, molti dei quali defunti nel processo e prontamente oscurrati).

Escludendo doping, o scommesse da vincere, o partite vendute, o lobby pro-Qatar, chi, secondo voi, dovrebbe, almeno alla lunga, vincere? Chi ne avrebbe i titoli? Storici, morali, professionali e, azzardo, escatologici?

Usciamo dalla discutibile metafora e mettiamo su un fronte l’Iran che, da quasi tre millenni, è tutt’uno con l’habitat del quale condivide la terra, l’andare, venire e stare di genti da conoscere e alle quali unirsi, le idee, i progetti, le invenzioni, alberi e cieli, dolori e felicità. E’ come il Manchester United, espressione della città, dei suoi fumi e onori e oneri industriali e operai, quando l’ho visto giocare e c’erano i Bobby Charlton, i George Best, i Denis Law. E c’era Matt Busby, che guidò la squadra per 26 anni, dal 1945 al 1971 e ne fece l’indiscusso archetipo e protagonista del calcio europeo.

Monumento a Matt Busby

Sull’altro fronte abbiamo i collezionisti di scalpi, i genocidi di varia matrice, improvvisatisi dogsitters biblici di un rottweiler a Washington addestrato all’attacco. Ai loro piedi formicolano alcune migliaia di feudatari, nominati membri di famiglie reali, che i sovrani della metropoli, Windsor prima, Wallstreet dopo, hanno promosso loro fiduciari a guardia delle ricchezze che fanno andare il colonialcapitalismo. Questi ultimi senza popoli, ma con nomadi del deserto fatti vicerè dai Windsor (e poi dai sovrani di Wall Street) perché, sfruttando schiavi immigrati, garantiscano flussi fossili e monetari.

Tutti questi sono predatori messi lì da altri predatori. L’Iran è come Il Manchester United. Ha tratto la sua essenza e il suo destino, la sua anima, da quel che c’era prima e, arricchendolo, lo va perpetuando, oltre la frivolezza, l’effimero, il precario, il caduco dell’immediato, che caratterizza la nostra scintillante e tragica “modernità”.

Il Manchester United ha saputo essere tutt’uno con il territorio e le sue genti da 148 anni. Rappresenta l’essenza e l’anima del suo popolo, attraverso gli attimi come nello svolgersi  del suo destino.

Noi, che ci spianiamo le rughe con l’acido ialuronico, ci crediamo baldanzosi e nuovi e, grazie agli algoritmi marciamo – e pensiamo - a passo dell’oca, siamo convinti che i bagliori del tramonto siano il crepuscolo dell’alba. L’Iran è antichissimo ma, se c’è una fonte dell’eterna giovinezza, è il pezzo dell’umanità che vi è più vicino.

Permettetemi di dire che sono laico, agnostico e semmai politeista. Ma se un paese rivoluzionato sotto la guida dei mullah produce un popolo di eroi, beato questo popolo e ben vengano i mullah

L’Iran potrà essere ferito. Non ucciso. Per il mondo nel quale noi siamo costretti, è invincibile.

 

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