Il "fantastico" mondo dove vivono i neoliberali italiani (di Alessandro Volpi)

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di Alessandro Volpi*

 

Continuo a leggere "Neoliberali" e "liberali progressisti" che sono ostili ad ogni ipotesi di riforma fiscale e sostengono che in Italia il problema non sono le risorse destinate alla spesa pubblica, ma la qualità della spesa.
 
Parto dal primo punto. Fino al 90-95% della popolazione il sistema è progressivo per cui l'aliquota effettiva cresce all'aumentare del reddito. Oltre il 95° percentile (redditi sopra i 75-80 mila euro) la progressività si arresta o si inverte. Per il top 1% e 0,1% (ultra-ricchi) il sistema diventa chiaramente regressivo. Chi guadagna oltre 500.000 euro l'anno paga un'aliquota effettiva (circa il 36-37%) inferiore rispetto a chi sta nelle fasce medie o medio-alte. La regressività per i più ricchi è dovuta principalmente a tre fattori:
 
1) Tassazione dei capitali vs Lavoro. Mentre i redditi da lavoro sono soggetti alle aliquote IRPEF (che arrivano al 43%), i redditi da capitale (dividendi, rendite finanziarie, affitti con cedolare secca) sono tassati con aliquote piatte (flat tax) molto più basse, solitamente il 26%. Poiché i ricchissimi traggono la maggior parte del loro sostentamento dal capitale e non dal lavoro, il loro carico fiscale medio scende.
 
2) Contributi Sociali. I contributi previdenziali sono regressivi per natura poiché prevedono dei tetti massimi (massimale contributivo) oltre i quali non si paga più nulla, e non si applicano affatto sulle rendite finanziarie.
 
3) Erosione della base imponibile. L'introduzione di regimi sostitutivi (come la flat tax per le partite IVA fino a 85.000 euro) ha creato "nicchie" di tassazione agevolata che sottraggono redditi alla progressività dell'IRPEF. C'è poi il fattore della regressività "occulta" per le fasce basse rappresentata dalle imposte indirette. Per le persone con redditi bassi, la regressività non deriva dalle tasse sul reddito (spesso azzerate dalla no-tax area), ma dalle imposte indirette come l'IVA e le accise.
 
Negare questi dati, significa negare l'evidenza.
 
In merito alla sanità è necessario smontare la tesi liberal della cattiva natura della spesa e non della quantità. Il dato citato spesso è quello relativo alla crescita della spesa sanitaria nel corso del tempo.
 
Nel 2000, la spesa sanitaria pubblica era il 5,5% del Pil oggi è del 6,4%, quindi è maggiore, di cosa ci lamentiamo? In realtà questo confronto è folle perché non tiene conto dell'invecchiamento della popolazione, dell'avanzamento delle cure mediche che hanno introdotto farmaci decisivi ma ancora troppo costosi, della comparazione con gli altri paesi europei dove la spesa pubblica per la sanità è ormai vicina al 10% del Pil (Francia, Germania) e dell'aumento significativo della spesa sanitaria privata che rappresenta ormai oltre il 25% della spesa sanitaria globale.
 
I fenomeni neoliberal non vivono nel mondo reale.

*Post Facebook del 23 maggio 2026

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