Iran, la guerra che rivela le difficoltà USA in uno scontro con la Cina
La guerra tra Stati Uniti e Iran, giunta al terzo mese, sta offrendo indicazioni rilevanti non solo sul piano militare, ma anche sugli equilibri strategici globali. Il conflitto ha infatti messo in luce una crescente vulnerabilità USA di fronte a forme di guerra asimmetrica, in particolare l’uso massiccio di droni a basso costo. Nei primi giorni di combattimento, Teheran ha lanciato circa 1.200 ordigni, il 70% dei quali droni economici.
La risposta dei sistemi di difesa occidentali è stata estremamente onerosa: centinaia di missili intercettori Patriot, dal costo unitario di milioni di dollari, sono stati impiegati per neutralizzare minacce dal valore di poche decine di migliaia. Una sproporzione che sta spingendo Washington verso una pericolosa “trappola di logoramento”. Il dato più critico riguarda proprio le scorte: in poche settimane, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno consumato gran parte dell’arsenale disponibile, sollevando dubbi sulla sostenibilità di un conflitto prolungato. Questo scenario mette in discussione la dottrina militare statunitense basata sul principio dello “shock and awe”, ovvero una superiorità schiacciante nei primi attacchi.
Secondo diversi analisti, tra cui Jennifer Kavanagh, il conflitto evidenzia i limiti strutturali di questa strategia: se il nemico resiste al primo impatto, manca un vero “piano B”. Una dinamica che potrebbe avere implicazioni ben più ampie, soprattutto in vista di un possibile confronto con Cina. Le analogie con lo scenario asiatico sono evidenti: basi avanzate vulnerabili, dipendenza da armamenti di precisione e crescente centralità dei droni. Proprio su quest’ultimo fronte, Teheran ha dimostrato un vantaggio competitivo, mentre Washington appare in ritardo. Infine, resta il fattore nucleare, che cambia radicalmente le regole del gioco.
In un eventuale scontro con una potenza come la Cina, il rischio di escalation renderebbe impraticabile la stessa dottrina USA. Per questo, secondo gli esperti, gli Stati Uniti potrebbero puntare sempre più su conflitti indiretti, evitando uno scontro frontale tra grandi potenze.
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