La Flat Tax non è la soluzione

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La Flat Tax non è la soluzione

 

di Federico Giusti

Ad essere obiettivi dovremmo attendere il testo della legge di Bilancio, approvato dalla Ragioneria dello Stato, prima di addentrarci in analisi e valutazioni critiche, tuttavia le anticipazioni e i testi provvisori pubblicati su autorevoli siti, le dichiarazioni dei singoli Ministri sono elementi sufficienti per capire dove si indirizza la Manovra di Governo.
 
Proviamo allora a riflettere su due singole questioni nella speranza di non ripetere concetti già espressi
 
La tassa piatta
La flat tax applicata agli autonomi ha destato perplessità anche in accreditati organismi economici, alla fine è diventata un'arma iniqua per favorire disparità di trattamento tra subordinati e partite iva , arma utilizzata per la campagna elettorale.
Ora il Governo rilancia la tassa piatta per il salario accessorio dei dipendenti entro un limite massimo di 800 euro e una  busta paga lorda annuale  sotto 50mila euro. Detto in altri termini i benefici in busta paga sarebbero nel migliore dei casi pochi euro al mese. Confrontiamo questi benefici con il potere di acquisto perduto dai salari negli ultimi anni e capiamo quanto sia parziale e inadeguata questa  norma, irrisoria la cifra a confronto con la erosione dei salari e folle l'entusiasmo dimostrato da qualche sindacato.
 
I fondi per i rinnovi contrattuali
Gli aumenti per il triennio scaduto (dal 2021 al 2024) sono pari a un terzo del costo della vita perduto, quelli futuri tengono conto di una inflazione programmata che sappiamo essere un dato poco veritiero, suscettibile di smentita tra dazi, guerre e incertezza dei mercati. Lo stratagemma è fin troppo abusato, anticipare dei soldi che poi mancheranno un domani, un po' come si fa con i tagli alle tasse, si esaltano i benefici sulle buste paga ma non gli effetti negativi sul welfare derivanti dalla riduzione delle risorse economiche distolte dal loro uso tradizionale per andare a sostituirsi alle imprese che un euro in più alle loro maestranze non intendono pagare
 
Vogliono chiudere in fretta e furia i trienni arretrati per cominciare il prima possibile a dedicarsi a quello in corso ma di risorse ne vediamo ben poche, sta qui il problema. E nella ristrettezza dei fondi a disposizione si è persa per strada l'ipotesi di equiparare gli stipendi degli enti locali agli altri comparti della Pubblica amministrazione, misura onerosa che farebbe saltare i fragili equilibri della Legge di Bilancio. E quindi? Le disuguaglianze si acuiranno ulteriormente
 
Fino ad oggi i contratti degli enti locali sono stati a carico degli Enti, il Governo Meloni annuncia invece dei cambiamenti con un fondo aggiuntivo di cui sappiamo ben poco se non che qualunque sia l'importo erogato non andrà ad inficiare quel rapporto tra spesa e debito sancito dalle regole di Maastricht. 
 
Temiamo invece l'ulteriore ridimensionamento del contratto nazionale proprio in virtu' della tassa piatta per il salario accessorio
 
Da alcune simulazioni si evince che gli interventi in materia di riduzione delle tasse produrranno ben pochi effetti, saranno tra i 12 e i 24 euro al mese aumentando paradossalmente per i redditi vicini a 50 mila euro con l’aliquota che  alleggerita del secondo scaglione si avvicina al suo effetto massimo.
 
Al posto di questi mezzucci l'alternativa sarebbe quella di aumentare i salari in base al costo della vita ossia 18 per cento per il triennio tra il 2021 e il 2024 e almeno il sei o sette per cento per i tre anni successivi, salvi ulteriori interventi in caso di aumento del costo della vita.
 
Queste misure porterebbero effetti reali sulle buste paga senza costruire un sistema fiscale nel quale pagare le tasse per intero diventa una sorta di demerito o di mera dabbenaggine.
 
Ma nel nostro paese queste proposte potrebbero essere sostenute da qualche sindacato con una mobilitazione seria e duratura nei luoghi di lavoro? Auspichiamo una risposta.

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