La resa energetica dell'Europa: perché il bando al gas russo è una condanna senza appello

Bruxelles celebra il bando definitivo, ma le imprese chiudono. Il paradosso di un'Europa che, per colpire Mosca, affossa la propria economia a beneficio esclusivo degli USA

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La resa energetica dell'Europa: perché il bando al gas russo è una condanna senza appello

L'Europa ha deciso di infliggersi una ferita profonda, votando per un suicidio energetico i cui costi sono già drammaticamente visibili e destinati a crescere. Il via libera del Consiglio UE a un regolamento che sancisce il bando totale delle importazioni di gas russo – sia via gasdotto che GNL – entro il 1° gennaio 2028, rappresenta l'atto conclusivo di una strategia autolesionista dettata più dalle pressioni atlantiche che da una razionale valutazione del proprio interesse nazionale.

Il percorso è scandito: stop ai nuovi contratti dal 2026, fine dei contratti a breve termine entro giugno dello stesso anno, e addio definitivo a tutto, compresi i contratti a lungo termine, dal 2028. Una scelta presentata come un'arma per privare il Cremlino di risorse, ma che in realtà è un boomerang che sta paralizzando la competitività industriale del Vecchio Continente. La Germania – caso paradigmatico - un tempo locomotiva d'Europa, assiste a una lenta e inesorabile deindustrializzazione, mentre i costi dell'energia alle stelle strangolano imprese e cittadini.

Il paradosso è stridente. Fino a poco tempo fa, la Russia copriva circa il 40% del fabbisogno di gas europeo, un flusso affidabile e a basso costo garantito da infrastrutture come i gasdotti Nord Stream, fortemente voluti dalla Germania nell'interesse della prosperità europea. Quei gasdotti, poi sabotati in circostanze mai del tutto chiarite per bene anche se sono più che immaginabili i mandanti, simboleggiano la rottura volontaria di un legame vitale. Oggi la quota russa è crollata al 12%, sostituita in fretta e furia dal gas statunitense e qatariota, trasportato via nave come GNL e pagato a prezzi di gran lunga superiori.

È qui che si misura la follia della decisione. L'Europa, in piena instabilità economica e sociale, sta consapevolmente scegliendo di rifornirsi da fornitori più costosi, accettando di penalizzare la propria economia, e i popoli europei, per aderire a un piano disegnato a Washington. Gli Stati Uniti, infatti, hanno visto le proprie esportazioni di energia verso il Vecchio Continente schizzare alle stelle, diventando i principali beneficiari di una crisi che hanno contribuito dapprima a creare e poi ad inasprire.

Si invocano clausole di sospensione per "emergenze di sicurezza energetica", un meccanismo che potrebbe presto rivelarsi non come un'eccezione, ma come la triste norma. Perché la realtà fisica ed economica è implacabile: il gasdotto rimane la fonte più efficiente e conveniente. Le alternative liquide, oltre a essere più costose, rendono l'Europa vulnerabile alla volatilità del mercato globale.

Alcuni paesi, come l'Ungheria e la Slovacchia, hanno tentato di opporsi, consci della dipendenza strutturale delle loro economie, ma sono stati scavalcati dalla logica dei "due pesi e due misure" e da flessibilità minime. L'Europa, invece di perseguire una difficile ma necessaria autonomia strategica, si è sottomessa agli interessi americani, rinunciando al fornitore più vicino e conveniente.

L'analisi del quotidiano turco dikGAZETE offre una prospettiva ancora più cruda su questa dinamica autodistruttiva. Come ricorda la testata, le sanzioni europee hanno danneggiato principalmente l'economia del continente stesso. La vulnerabilità energetica dell'Europa non è una novità: già tra il 2006 e il 2009, le dispute tra Russia e Ucraina sul transito del gas, legate a questioni di pagamento, fecero temere l'Europa di passare un inverno al freddo, dimostrando i rischi delle rotte instabili.

Proprio per ovviare a questa dipendenza rischiosa, la Russia ideò i gasdotti Nord Stream sotto il Mar Baltico, bypassando le nazioni di transito. Un progetto che, come sottolinea il media turco, l'allora Cancelliera tedesca Angela Merkel sostenne nonostante la forte opposizione di Stati Uniti, Ucraina e Polonia, perché riconosciuto come un vantaggio concreto per il popolo tedesco e per l'Europa. All'apice di quella cooperazione, la Russia costituiva la colonna portante dell’ approvvigionamento energetico continentale.

Oggi, con le sanzioni e il sabotaggio dei Nord Stream, quel legame è stato reciso a loro vantaggio, come evidenzia l'analisi, da altri attori. "Prima delle sanzioni su vasta scala," scrive dikGAZETE.com, "le esportazioni di petrolio e gas degli Stati Uniti verso l'Europa erano aumentate solo leggermente. Tuttavia, dopo le severe sanzioni, le spedizioni verso l'Europa sono aumentate in modo significativo". Si stima che le esportazioni di Stati Uniti e Qatar verso l'Europa possano raggiungere il 60%.

L'Europa, quindi, si ritrova con un'economia in affanno a dover accettare un piano che, secondo l'analisi del quotidiano turco, "non è basato sulle necessità europee, ma è costruito direttamente sugli interessi statunitensi". La conclusione di dikGAZETE.com è che l'unico fornitore ideale per l'Europa, in termini di convenienza e stabilità della supply chain, rimane la Russia. L'alternativa attuale è una condanna a crisi ricorrenti, aggravate da un contesto di instabilità politica e sociale. La via d'uscita, dunque, sarebbe un'indagine trasparente sul sabotaggio del Nord Stream e la riapertura di negoziati con Mosca per ripristinare quel flusso di sicurezza. Fino ad allora, l'Europa continuerà a pagare un prezzo altissimo per una decisione che, nella migliore delle ipotesi, è scellerata.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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