La salute è anche una questione di classe

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La salute è anche una questione di classe

 

di Federico Giusti

Qualche visita, possibilmente non da malati o degenti, negli ospedali andrebbe fatta giusto per capire lo stato in cui versa la sanità pubblica, un autentico viaggio di istruzione tra cliniche, ambulatori, Residenze per anziani. Avremmo molto da imparare, tanto dall’utenza quanto dalla forza lavoro impiegata, potremmo almeno farci una idea diretta senza pendere dalle labbra dei menzogneri commenti di parte politica. Perché, a scanso di equivoci, la soluzione non è data dal ritocco delle percentuali di spesa per la sanità che poi, in rapporto al Pil e alla tipologia della popolazione (età anagrafica, classi sociali di appartenenza, patologie pregresse e mai curate per mancanza di prevenzione e disponibilità economiche), resta ancora inferiore alla media europea.

La sanità non si è mai ripresa dai tagli della spending review, per usare una metafora potremmo dire che i vari interventi legislativi hanno tamponato le falle senza mai guardare a tutto lo scafo e quello scafo oggi presenta problemi strutturali.

Spazi di pronto soccorso angusti e del tutto inadeguati ad accogliere una utenza in costante crescita, poco personale e grande presenza di specializzandi, interinali e cooperative al posto di personale a gestione diretta, protocolli rigidi costruiti solo per abbattere le spese, lunghe liste di attesa per prestazioni erogate dal servizio pubblico, una trafila burocratica infinita tra impegnative, accettazioni e prenotazioni che rappresentano un problema quasi insormontabile per  anziani, migranti e le classi sociali più basse, ossia le componenti  della popolazione  meno attrezzate e senza competenze informatiche. Chi oggi va in Pronto soccorso, in taluni casi, prova ad accedere a cure e prestazioni che il servizio pubblico ha rinviato di mesi, si cerca di accedere alle cure entrando dalla porta di servizio ma nel frattempo sono stati adottati rigidi protocolli che limitano le prestazioni erogabili.

I medici di base sono pochi, hanno numeri elevati di pazienti da seguire, accrescendo i mutuati si riduce la qualità della prestazione erogata oltre a tutte le incombenze burocratiche imposte nel tempo.

Le disuguaglianze sociali ed economiche hanno effetti sulla stessa salute, lo si sa da sempre e il dato è ormai accertato anche a livello statistico, non esiste una predisposizione genetica a certe malattie, se in un quartiere popolare i casi di diabete ed obesità, di malattie cardio vascolari sono maggiori la causa va ricercata soprattutto nella disparità economica che a sua volta comporta diversificati accessi alle cure, alla prevenzione, a una alimentazione sana e a uno stile di vita funzionale alla tutela del benessere psico fisico.

Diversi anni or sono ci occupammo della alimentazione nei quartieri popolari, di dove le famiglie erano solite rifornirsi, quali cibi si trovavano sulle loro tavole, ebbene la parte del leone la facevano i discount, i prodotti acquistati erano per lo più surgelati, vino e liquori di bassa qualità , poco pesce, verdure fresche  quasi inesistenti, latticini freschi con il contagocce o ristretti al solo cartoccio di latte (quando non veniva acquistato il prodotto a lunga conservazione di solito meno caro).Nel quartiere popolare trovi un numero di fumatori decisamente elevato rispetto ad altri ambienti, lo stile di vita è sedentario con gli spostamenti tra casa e lavoro e famiglia ad occupare parti significative della giornata. Le ingiustizie sociali lasciano sui corpi e nella mente delle persone segni indelebili, le disuguaglianze sociali sono la causa principale di ferite profonde che alla lunga provocano malattie mortali. Ci siamo fatti aiutare da un libro di Luca Carra e Paolo Vineis (Il capitale biologico Codice edizioni 2022) per fraternizzare con concetti e parole oscure, sconosciute al mondo reale, concetti tuttavia imprescindibili per chiunque voglia conoscere l’impatto delle disuguaglianze sulla nostra salute.

Ad esempio, l’orologio epigenetico ossia quella tendenza all’invecchiamento precoce che si manifesta nelle parti meno ricche e per questo svantaggiate della società. E per farci una idea di quanto scritto basta osservare la realtà che ci circonda, ad esempio a proposito di carico allostatico ossia le tante forme di stress che attraversano le esistenze della popolazione meno ricca costretta a barcamenarsi tra lavori e lavoretti per arrivare a fine mese.

E ricordiamoci sempre che la esposizione a fattori dannosi per la salute psico fisica si manifesta fin dai primi anni di vita, certe patologie o disturbi dovrebbero essere diagnosticati e curati prima della loro degenerazione, con celerità da un servizio sanitario e sociale capace di interventi tempestivi per i quali servono strutture idonee e organici adeguati. E per approfondire il glossario delle disuguaglianze di cura potremmo anche menzionare la programmazione biologica o guardare ai contesti familiari e sociali nei quali lo sviluppo corporeo e mentale sono a rischio per alimentazioni inadeguate (ad esempio si fa incetta di cibi ultraprocessati) o mancati stimoli alla crescita dei bambini fin dall’età prescolare.

In tempi come i nostri sono tornati i pregiudizi eugenetici da considerare come il prodotto naturale di teorie razziste costruite a difesa delle disuguaglianze sociali ed economiche, queste teorie sono particolarmente forti negli Stati uniti e in ambienti tipicamente reazionari.

E nell’Inghilterra degli anni Trenta (non nella Germania Hitleriana per intenderci), a proposito del dibattuto sulle condizioni igieniche nelle famiglie dopo la introduzione delle reti fognarie e dell’acqua corrente, veniva scritto che queste innovazioni permettevano anche alle razze geneticamente meno prestanti di sopravvivere

Il pregiudizio eugenetico ha accompagnato le società liberali fino alla Seconda guerra mondiale, e forse dovremmo prendere in esame anche il fattore colonialismo che aggiunge altre considerazioni al concetto di disuguaglianza ulteriori considerazioni, fatto sta che solo nel secondo dopoguerra iniziamo a parlare di pratiche sociali e non di comportamenti individuali, se si valuta un rischio va inquadrato dentro la società e ricondotto alle condizioni materiali di vita.

La causa economica e sociale delle disuguaglianze, le forme con le quali la disuguaglianza stessa si manifesta diventano sempre più importanti, vanno indagate a fondo senza cedere a pericolose e fuorvianti semplificazioni che poi sono a loro volta il prodotto di ideologie costruite per difendere lo status quo. Nell’epoca dei social la divulgazione di fake, di pseudo conoscenze antiscientifiche diventa a sua volta determinante per l’accettazione delle disuguaglianze evitando che la conoscenza reale dei fatti induca a processi di sensibilizzazione e azioni conflittuali per il cambiamento.

Chiudiamo con una considerazione ulteriore che arriva dai tempi pandemici: nelle case popolari di Milano la diffusione del covid è stata rapida e con elevato numero di morti centinaia di anziani e no, in spazi ristretti non erano nelle condizioni di evitare i contagi, anche in questo caso la condizione sociale è stata determinante per favorire o penalizzare alcuni ceti sociali.  In quei terribili mesi nei quali la memoria collettiva ha operato una rapida rimozione la idea che tutti fossimo in pericolo era diffusa ma anche la consapevolezza che le possibilità di contrarre il covid risentivano delle condizioni abitative

In una casa piccola e sovraffollata il contagio avviene con maggiore facilità, in quella casa i figli hanno minori occasioni di miglioramento sociale, sono bambini e adolescenti con meno stimoli e opportunità sociali inferiori ai compagni di scuola della classe media. E in caso di ritardi scolastici, di difficoltà di apprendimento, di scarsa padronanza della lingua non resta che la certificazione per avere un insegnante di sostegno augurandosi che attraverso questa figura si possa colmare almeno parte dei ritardi e delle lacune accumulate.

Sanità e istruzione pubblica sono, come abbiamo provato a dimostrare, strettamente connesse, non è casuale che saranno proprio loro le vittime sacrificali dell’economia di guerra come vittima della logica del profitto è stata la medicina del lavoro che in tempi lontani venne vissuta come conquista dello stato sociale e affermazione dei diritti della forza lavoro.

A distanza di anni i medici del lavoro sono una rarità, è cambiata la stessa nozione di salute e sicurezza, ci vogliono apparentemente in salute per sfruttarci con maggiore intensità, per questo l’attenzione è rivolta anche ad aspetti apparentemente neutri come la organizzazione della vita in azienda, scambiare l’aumento dei ritmi e della produttività con bonus aziendali legati al secondo livello di contrattazione, adottare campagne contro l’uso di tabacco e alcol, prevedere stili di vita salutari.

Se si allunga l’età lavorativa diventa prioritario portare la forza lavoro ben oltre i 60 anni di età in condizioni di salute sufficientemente buone per stare in produzione e avere un basso tasso di assenteismo. E un eventuale interessamento padronale alla nostra salute striderebbe con gli stili di vita imposti dall’impoverimento crescente e dalla spoliazione dei tempi di vita a vantaggio di quelli lavorativi, da come si mangia (anche in base al potere di acquisto), da quanta attività fisica svolgiamo, dallo stress che a sua volta induce al consumo di alcoolici.

Se hai una esistenza precaria difficilmente potrai seguire uno stile di vita apprezzabile, la qualità della vita è il prodotto del potere di acquisto, del buon funzionamento del welfare, non dimentichiamolo mai soprattutto quando ci parleranno di misure alternative allo stato sociale, di sanità e previdenza integrativa.

 

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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