Università e guerra: il piano per trasformare gli atenei in laboratori militari
di Federico Giusti
Anni fa negli Usa il mondo accademico, in università quasi tutte private, venne coinvolto nel progetto del Pentagono per fare vita a un centro di ricerca dedicato alla "scienza cognitiva del terrorismo" con fondi ministeriali a dir poco generosi.
Di questo abbiamo avuto notizia direttamente da ricercatori e docenti contattati per il progetto e che allora avevano declinato l’invito pensando di boicottare sul nascere questi laboratori di guerra, la guerra cognitiva del resto è indispensabile premessa della guerra combattuta con le armi. A distanza di anni questi "centri di eccellenza" sono spuntati come funghi, ve ne sono una dozzina presenti in 23 università statunitensi prendendo in esame le minacce (o presunte tali) provenienti dal territorio nazionale e da ogni area del Globo. Un’autentica ossessione quella del Governo Usa per il terrorismo considerato la madre di ogni minaccia tanto da spendere enormi capitali pubblici per progetti di utili all’intelligence per le guerre e le campagne di repressione preventiva.
Sono centinaia i progetti di ricerca finanziati e dedicati all’attivismo politico, alla sua radicalizzazione, alle culture giudicate conflittuali, in tutti i casi presi in esame la esperienza israeliana risulta tra le più gettonate per la sicurezza interna e la repressione sistematica con ampio utilizzo di tecnologie di ultima generazione.
La maggior parte dei paesi alleati degli Usa dispongono di istituti di istruzione superiore dedicati alla formazione degli ufficiali militari, gli Stati Uniti ne hanno 18, tra i quali college e università finanziate da privati, da fondi federali o statali.
Ma al contrario degli altri paesi gli Usa hanno il ROTC (Reserve Officers Training Corps) ossia un programma universitario che offre a studenti e studentesse l'opportunità di conseguire un diploma di laurea mentre si preparano per un servizio militare o per servire come ufficiali dopo la laurea al fine di completare il programma.
A sancire il coinvolgimento militare degli Stati Uniti nei college e nelle università, il governo federale nega finanziamenti alle università che escludono il ROTC o impediscono ai militari di reclutare direttamente i futuri militari nei campus selezionandoli tra gli studenti cosiddetti meritevoli.
Le proteste contro il genocidio in diverse università sono state oggetto di feroci repressioni, licenziamenti, hanno definanziato docenti e progetti ritenuti lontani dagli interessi materiali ed ideologici della amministrazione Trump. Se il finanziamento della ricerca ha origini lontane e risale a un secolo fa, oggi i fondi militari per la ricerca sono amministrati da agenzie spendendo colossali quote di soldi pubblici sottratti alla istruzione e alla sanità. Il bilancio del Dipartimento della Difesa (DoD) Usa del 2014 stanziava 12 miliardi di dollari per "scienza e tecnologia",
L'obiettivo fin dall’inizio era assai esplicito ossia "formare la prossima generazione di scienziati accademici, ingegneri e matematici in discipline chiave che concentreranno una parte significativa della loro carriera su questioni relative al Dipartimento della Difesa e alla sicurezza nazionale".
Il complesso militare-intelligence-sicurezza-accademico sta lavorando alacremente nelle università italiane per influenzare i progetti di ricerca, per sviluppare percorsi di studio funzionali alla realizzazione di tecnologie indispensabili per i nuovi sistemi di arma. E spesso siamo tratti in inganno dal carattere apparentemente neutro di alcuni progetti di ricerca che coinvolgono università, Cnr, per capire la loro finalità militare dobbiamo reperire i documenti del Ministero della difesa legati a ricerca, innovazione e sviluppo nella speranza che non sia emanata qualche legge per negare alla cittadinanza il diritto alla informazione.
Perfino la legge che in teoria dovrebbe evitare la vendita di armi a paesi che non rispettano i diritti umani è oggetto di attacchi da parte Governativa con l’intento di approvare una nuova norma che escluda il passaggio in Parlamento per la vendita di armi e tecnologie militari ad altri paesi. Un po’ come accadrà presto con l’obbligo di riservatezza che, in virtù dei codici di comportamento potrebbe essere presto imposto negli atenei per impedire il diffondersi di notizie sui rapporti tra industrie belliche e università. L’applicazione dei codici di comportamento è stata un’arma, nel senso quasi letterale del termine, atta a piegare la resistenza della forza lavoro, trasformare il conflitto in ordine pubblico e nei luoghi di lavoro imporre norme comportamentali improntati alla cieca obbedienza e alla mera subalternità ai dettami aziendali.
Siamo da anni disabituati a dei collegamenti, del resto i test a crocette sono divenuti una standardizzazione delle conoscenze, la incapacità di collegare fatti e circostanze settoriali è di per sé un pericolo per società sempre meno avvezze a gestire il conflitto sociale e culturale preferendo la normalizzazione securitaria, forti anche dell’analfabetismo funzionale o di ritorno che sia.
Il sindacato dovrebbe prendere coscienza di questi pericoli, iniziare una campagna di disobbedienza rispetto all’obbligo di riservatezza, non sottraiamoci al compito di denunciare le collaborazioni sempre più diffuse tra ricerca e aziende di guerra, la presenza sistematica di militari nelle scuole, di fondazioni e agenzie legate al complesso industrial militare. Non abbiamo molto tempo per farlo, del resto questi processi sono comprensibili ai nostri occhi con anni di ritardo rispetto al loro inizio, anni nei quali è stata sottovalutata (erroneamente) l’americanizzazione della nostra società.

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