L’archivio che hanno tentato di uccidere

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L’archivio che hanno tentato di uccidere

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di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Esistono momenti nella storia in cui la carta diventa più pericolosa delle armi. Non perché i documenti possano distruggere eserciti, ma perché possono sopravvivergli. La straordinaria operazione condotta dall’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) per salvare milioni di documenti palestinesi da Gaza e Gerusalemme Est, non è stata un semplice esercizio amministrativo in condizioni di guerra. È stata una lotta per l’esistenza storica stessa.

Recenti inchieste del Guardian, insieme alle conferme del New Arab e a lavori accademici pubblicati sulla piattaforma Oxford Academic, attestano che il personale UNRWA ha condotto una missione clandestina durata dieci mesi per preservare materiale d’archivio che documenta lo sfollamento palestinese dal 1948 fino ai giorni nostri.

I documenti comprendevano schede originali di registrazione dei rifugiati, certificati di nascita e matrimonio, fascicoli familiari, riferimenti catastali e atti amministrativi che tracciano la distruzione sociale e geografica prodotta dalla Nakba.

I documenti sono stati spostati sotto i bombardamenti attraverso Gaza, trasferiti in buste camuffate attraverso i checkpoint, assemblati nei depositi di Rafah, trasferiti segretamente in Egitto e infine trasportati in Giordania a bordo di voli militari e umanitari prima della chiusura del corridoio di Rafah nel maggio 2024.

Contemporaneamente, gli archivi di Gerusalemme Est venivano discretamente rimossi nel mezzo degli attacchi crescenti contro le strutture UNRWA e delle pressioni israeliane per smantellare l’agenzia nel suo insieme.

Per la maggior parte degli Stati nazionali, gli archivi sono custoditi da ministeri, musei e istituzioni sovrane. I palestinesi non dispongono di alcun archivio statale consolidato capace di garantire la continuità documentale dell’esistenza nazionale. L’archivio svolge quindi una funzione del tutto diversa. Diventa una struttura dispersa di sopravvivenza. Una scheda di registrazione di un rifugiato non è un semplice modulo burocratico.

È la prova che un villaggio è esistito, che una famiglia vi esisteva al suo interno, e che lo sfollamento non è mito o astrazione ma un atto storicamente tracciabile. Come ha osservato la storica Anne Irfan, i palestinesi sono “un popolo apolide” il cui patrimonio archivistico riveste un’eccezionale rilevanza politica e storica.

Questo spiega perché l’archivio stesso sia diventato un obiettivo.

La guerra moderna distrugge la continuità insieme alle infrastrutture. Biblioteche, università, musei, cimiteri e registri amministrativi vengono eliminati perché collegano i popoli alla loro legittimità storica. La cancellazione oggi non è solo fisica. È indiziaria. Un popolo reciso dalla propria memoria documentale diventa più facile da rendere temporaneo, contestato, irreale. Ciò che non può essere provato non è accaduto, nella logica del potere.

Il caso palestinese è particolarmente acuto perché la lotta per la storia è sempre stata inseparabile dalla lotta per il territorio. Dal 1948, Israele ha considerato l’UNRWA non semplicemente come un’agenzia umanitaria, ma come un ostacolo istituzionale alla scomparsa della questione dei rifugiati. I registri dell’agenzia preservano la continuità giuridica e demografica dello sfollamento palestinese attraverso le generazioni, mantenendo vivi nomi, villaggi, confini catastali e genealogie familiari che i progetti di cancellazione richiedono vengano dimenticati.

Il precedente storico non è lontano. Durante l’invasione del Libano nel 1982, le forze israeliane si impadronirono degli archivi dell’OLP a Beirut, sottraendo documentazione che organizzazioni e individui avevano accumulato nel corso di decenni. I funzionari UNRWA coinvolti nella recente operazione di salvataggio temevano un esito identico. La loro preoccupazione non era che i materiali potessero essere distrutti, ma che potessero essere sequestrati, catalogati e controllati. Impossessarsi dell’archivio del nemico non è preservazione. È una forma di cancellazione più sottile.

Non si tratta di un timore isolato. L’Europa conosce bene questa logica: gli archivi delle popolazioni colonizzate sistematicamente sottratti, i registri delle comunità perseguitate dispersi o confiscati, la memoria amministrativa di interi popoli trasformata in strumento di dominio da chi li aveva già privati della terra.

La distruzione documentale non è un’invenzione del presente. È una tecnica antica di governo dell’oblio.

 

L’operazione rivela inoltre qualcosa di profondamente incriminante nell’ordine internazionale attuale. In un momento in cui i governi invocavano principi umanitari mentre permettevano la distruzione di Gaza su scala senza precedenti, il compito di preservare la memoria materiale di un intero popolo è ricaduto su archivisti di medio livello, amministratori, autisti e operatori umanitari. Il salvataggio è riuscito non grazie al funzionamento del diritto internazionale, ma perché individui all’interno di istituzioni in via di collasso hanno conservato il coraggio di agire prima che il patrimonio documentale scomparisse per sempre.

 Le istituzioni hanno tradito. Le persone no.

Oggi, quasi trenta milioni di documenti vengono digitalizzati ad Amman con il sostegno finanziario internazionale, in particolare del Lussemburgo. Più di cinquanta dipendenti UNRWA proseguono il paziente lavoro di scansione e catalogazione manuale: ricostruendo alberi genealogici, tracciando i percorsi dello sfollamento dal 1948, preservando prove documentali che potranno un giorno sostenere azioni legali, storiche e di restituzione.

Ciò che è emerso da Gaza non era semplicemente carta salvata dalle macerie. Era la preservazione della continuità contro l’oblio programmato.

L’archivio è sopravvissuto perché i palestinesi comprendono qualcosa che il mondo moderno spesso dimentica: la memoria non è sentimentale.

È politica, e sopravvivenza.

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