L’Iran risponde a Trump: abbiamo vinto noi la guerra dei 40 giorni
La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una nuova fase di forte tensione, con Donald Trump che torna a minacciare apertamente Teheran mentre i negoziati indiretti sembrano avvicinarsi a un punto di rottura. Dopo una riunione con il suo team di sicurezza nazionale, il presidente statunitense ha dichiarato che l’Iran “sa cosa accadrà presto”, lasciando intendere la possibilità di nuove operazioni militari in caso di fallimento delle trattative. Trump ha escluso qualsiasi concessione significativa sul dossier nucleare iraniano, respingendo perfino l’ipotesi di una moratoria ventennale sull’arricchimento dell’uranio, proposta discussa nei giorni precedenti. “Il tempo sta scadendo”, ha affermato il presidente, mentre a Washington cresce la pressione dei settori più aggressivi dell’establishment favorevoli a una ripresa delle operazioni contro la Repubblica Islamica.
Dal canto suo, Teheran continua a mantenere una linea durissima. Fonti vicine al team negoziale iraniano parlano di “differenze fondamentali” con Washington e accusano gli Stati Uniti di avanzare richieste “irrealistiche” e dettate dalla “avidità politica”. L’Iran insiste sul fatto che non rinuncerà né al proprio programma nucleare civile né alla richiesta di una revoca completa delle sanzioni economiche e dello sblocco degli asset finanziari congelati all’estero. Il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha inoltre chiarito che qualsiasi possibile accordo dovrà includere la fine totale delle ostilità regionali, il ritiro delle forze statunitensi dall’area circostante l’Iran, la fine del blocco navale e la cancellazione delle sanzioni. Secondo Teheran, è stata Washington a chiedere il cessate il fuoco e ad aprire i negoziati dopo quaranta giorni di guerra che la leadership iraniana definisce una “vittoria strategica” contro Stati Uniti e Israele.
Anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che la Repubblica Islamica “non si piegherà mai” alle pressioni straniere. In un discorso intriso di patriottismo, Pezeshkian ha accusato Stati Uniti e Israele di aver cercato di destabilizzare il Paese attraverso assassinii mirati e attacchi contro dirigenti militari, scienziati e civili iraniani. Nel frattempo, il fragile cessate il fuoco mediato dal Pakistan continua a reggersi su equilibri estremamente precari. La mancanza di fiducia iraniana resta comprensibilimente totale: Teheran ricorda il precedente del ritiro unilaterale USA dall’accordo nucleare del 2015, mentre Washington continua a pretendere limiti severi sul programma nucleare iraniano.
Il risultato è uno stallo che rischia di trasformarsi rapidamente in una nuova escalation regionale. Il punto è che gli Stati Uniti vorrebbero sfilarsi da questo conflitto che hanno scatenato su istigazione di Israele, ma per farlo dovrebbero ammettere di aver subito una sconfitta strategica non essendo riusciti a piegare l’Iran.
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