Maturità 2026, Franck Furedi e la furia iconoclasta della "sinistra radicale"

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Maturità 2026, Franck Furedi e la furia iconoclasta della "sinistra radicale"

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di Andrea Zhok*

Ieri, a seguito della pubblicazione delle tracce delle tracce per i temi di maturità, si è scatenata la furia iconoclasta della cosiddetta "sinistra radicale".

Dapprima Christian Raimo si è prodotto in una stroncatura scoppiettante delle tracce scelte, accusando il ministero di aver "dichiarato guerra contro i ragazzi" (ehi Raimo, come andiamo con questo maschile plurale sovraesteso? Non ti funzionava il tasto asterisco?)

A breve giro di posta Sinistra Italiana ha ricicciato il post di Raimo, mettendolo in italiano, per dire esattamente le stesse cose.  Non ci provo neanche ad entrare nei dettagli della critica, perché - come sempre - non sono dettagli argomentativi, ma moti di ripulsa emozionale rivestiti da parole.  Un passaggio mi ha però colpito particolarmente, ed è quello in cui ci si inalbera contro il fatto stesso di aver citato in una traccia un libro del sociologo Frank Furedi. Per capire la drammaticità dell'accusa, per Raimo è come se in una traccia fossero comparse, cito: "una citazione di Charlie Kirk o un brano di un libro di Passaggio al bosco."

Notiamo il meccanismo.

Per Raimo (e per l'attuale intellighentsia "de sinistra") il problema non è mai il contenuto che viene proposto, ma la sua provenienza. Il contenuto è sempre indifferente, non viene valutato proprio, non fluisce nei circuiti neuronali ma incontra una diga preliminare. Ci sono autori, editori, persone che "non sono kosher", sono impure, fuori casta, cui non bisogna dare la chance di "corrompere i giovani" (la celebre accusa contro Socrate). 

Il rogo mentale dei libri come seconda natura.

Ecco, questo spiega benissimo molte cose, e su ciò voglio tornare in un'altra occasione.

Tuttavia, siccome, accidentalmente, mi è capitato di scrivere le prefazioni per ben due libri di Furedi, pubblicati in Italia, tra cui il citato "I confini contano", voglio riportare una piccola selezione della prefazione stessa al libro, a titolo di chiarimento delle molte sciocchezze che sono circolate nelle ultime 24 ore. - (Premetto che il passo estratto appartiene alla sezione dedicata ai confini territoriali, mentre la traccia del tema di maturità concerneva i confini soggettivi, specificamente quelli intergenerazionali.)

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"Il libro che Frank Furedi ha dedicato al significato assunto oggi dal tema dei “confini” rientra nel novero dei libri necessari. È un libro necessario in quanto, in un panorama di pubblicistica tutta rivolto in senso opposto, esamina processi che tutti abbiamo incontrato con disorientamento, quando non con schietto imbarazzo. Furedi fornisce una splendida rassegna della pervasività con cui nell’ultimo mezzo secolo il discredito ha coperto l’idea di confine, il suo senso simbolico e politico, e lo fa mostrando con sobrietà ed acribia la pervasività egemonica di questa delegittimazione. Guardando ai contributi intellettuali, spesso rinomati, che Furedi cita come illustri denigratori dell’idea di confine, non si può non rimanere colpiti dalla apparente trasversalità di quest’opinione che vede nei ‘confini’ una sorta di ‘significante immorale’, un concetto contaminato che evoca fantasmi tribali, ottusa brutalità, magari razzismo. Nella retorica contemporanea il “confine” si contrappone alla “apertura” come le tenebre alla luce nella religione di Zoroastro.

(...)

Uno dei maggiori pregi del testo di Furedi consiste nell’osservare come l’opera di demolizione dei “confini” non si limiti all’idea di confine geopolitico, nazionale, ma sia una forma di discredito concettuale che coinvolge l’idea di “confine” in sé. Ad essere minata è l’idea stessa che avere confini possa avere valore: gli unici confini buoni sono confini morti. Qui le formulazioni astratte della retorica trascolorano in visione metafisica. Nell’ultimo mezzo secolo, ci mostra Furedi, è emersa e si è consolidata una prospettiva che nutre sistematicamente associazioni positive per tutto ciò che “supera i limiti”, che “abbatte i muri”, che “scavalca i confini”, che “rompe i legami”, che “fluidifica le identità”, che “trasgredisce le regole”.

(...)

Le pagine di 'Why Borders Matter' sono una brillante descrizione di una società malata, la nostra, una società incapace di diagnosticare la propria malattia, di interpretarsi, di stabilire una qualunque rotta. Sul piano dell’inquadramento causale, tuttavia, l’esposizione si attesta su una certa indeterminatezza, e questo può esporre il testo al rischio di essere percepito come mero ‘lamento moralistico’, come ‘rimpianto conservatore’. Siccome l’autore è perfettamente consapevole che la soluzione ai processi dissolutivi che espone non sta in nessuna risposta autoritaria, reazionaria o moralistica, è un peccato che questo rischio interpretativo non venga fugato.

(...)

Il ‘confine’, che riguardi i confini individuali o quelli collettivi, le personalità o le comunità, è ciò che permette l’esistenza. Esistere è essere determinato, e i confini, nelle loro varie accezioni, sono ciò che determina (omnis determinatio est negatio): solo come esistenti determinati possiamo coltivare ciò che siamo, e che non abbiamo scelto di essere. Se vogliamo stigmatizzare come ingiusto ogni confine e limite, dobbiamo stigmatizzare ogni determinazione ed esistenza. (...)

A monte della tendenza a condannare questa adesione alla finitezza dei nostri percorsi umani sta una forma di malinteso universalismo della ragione. Il confine, qualunque confine, è sempre una dimensione relativa a ciò che sta fuori dal confine. In questo senso la coltivazione di ciò che sta all’interno del confine si può nutrire delle virtù di ciò che sta al di fuori di esso. Il presupposto perché tale acquisizione di virtù avvenga, tuttavia, è che entro altri confini, altri soggetti le abbiano coltivate, prendendosi cura della propria determinatezza, con le possibilità che le erano proprie. Qui per descrivere la spinta all’assimilazione del nuovo e del diverso si ricorre spesso a metafore come ‘fusione’, ‘mescolanza’, ‘contaminazione’. Ma sono metafore essenzialmente fuorvianti. Noi possiamo apprezzare un contributo culturale a noi estraneo in quanto in passato esso è stato oggetto di approfondimento e devozione da parte di altri. Ciò può avvenire per la coltivazione di una tecnica, un’arte, una lingua, un intero sistema di relazioni umane, di modi di vivere, abitare, alimentarsi. Se qualcuno ha approfondito la propria determinatezza, le proprie condizioni di esistenza, il risultato può assumere un valore universale, nel senso che può essere compreso anche da altri, può essere significativo anche per loro, che quell’approfondimento non avevano fatto. Ciò che cresce dentro i confini può valicarli: questo è un universalismo dotato di senso e capace di opporsi a bigottismi e chiusure provinciali. Ma il presupposto perché ciò accada è appunto che confini vi siano, che la circoscrizione del campo si dia, che scelte vengano fatte, che aspetti vengano privilegiati, ecc. La ‘diversità’ è un valore se significa comprensione e apprezzamento di qualcosa maturato separatamente. Possiamo ammirare la cultura tedesca, o greca, russa o britannica perché queste realtà hanno avuto modo di maturare approfondendo alcuni aspetti a scapito di altri, investigando e sperimentando la propria collocazione storica e geografica. Invece la prospettiva dell’abolizione dei confini, è una prospettiva che distrugge le capacità di gruppi sociali territoriali di coltivare ciò che gli è proprio, nei tempi storici necessari per ogni maturazione. Al suo posto viene alla luce un mercato di gadget, frammenti esotici, stilemi ‘internazionali’ a buon prezzo, apparenze prive di radicamento e di comoda fruizione. Lungi dall’essere una ‘apertura alla diversità’, questa è la direzione dell’ottuso appiattimento sulla più anonima e insignificante superficialità."

*Post Facebook del 19 giugno 2026

Andrea Zhok

Andrea Zhok

Professore di Filosofia Morale all'Università di Milano

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