Sequestrare un presidente per controllare un Paese: la dottrina imperiale contro il Venezuela
La crisi venezuelana entra in una fase senza precedenti. Lunedì 5 gennaio Delcy Rodríguez è stata formalmente investita come presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dopo aver prestato giuramento davanti all’Assemblea Nazionale. Una scelta definita “necessaria e costituzionale” dalle istituzioni di Caracas, assunta in seguito al sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima combatente Cilia Flores da parte degli Stati Uniti durante l’operazione militare del 3 gennaio. La cerimonia, guidata dal presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, si è basata sull’interpretazione dell’articolo 335 della Costituzione e sulle decisioni della Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia, che ha riconosciuto l’esistenza di un’“assenza forzata” del capo dello Stato.
In questo quadro, Delcy Rodríguez ha assunto tutte le attribuzioni presidenziali per garantire la continuità dello Stato e dell’Esecutivo. Nel suo discorso, la presidente incaricata ha unito toni solenni e accenti drammatici, parlando di “aggressione militare illegittima” e di “due eroi tenuti in ostaggio negli Stati Uniti”. Ha giurato di difendere la sovranità nazionale, la pace sociale e il futuro delle nuove generazioni, richiamandosi esplicitamente all’eredità di Simón Bolívar e Hugo Chávez. Il giorno successivo, Rodríguez ha compiuto un gesto altamente simbolico recandosi al Cuartel de la Montaña 4F, mausoleo di Chávez, dove ha ribadito la lealtà al progetto bolivariano e alla memoria storica del Paese.
Un messaggio rivolto tanto all’interno quanto all’esterno: le istituzioni restano operative e unite. Sul piano internazionale, Pechino ha assunto una posizione netta. La Cina ha condannato l’intervento statunitense, chiesto la liberazione immediata di Maduro e Flores e riaffermato il proprio sostegno “incondizionato” alla sovranità venezuelana, inserendo la crisi nel più ampio confronto sul rispetto del diritto internazionale. Di segno opposto le dichiarazioni di Donald Trump, che ha annunciato il mantenimento del dispiegamento navale USA nei Caraibi, pur parlando di cooperazione con Caracas e di maxi-investimenti delle compagnie petrolifere statunitensi nel settore energetico venezuelano.
Un linguaggio che intreccia minaccia militare, pragmatismo economico e controllo delle risorse strategiche. La vicenda venezuelana si conferma così come uno dei nodi centrali del nuovo disordine globale: tra difesa della sovranità, pressione imperiale e ridefinizione dei rapporti di forza in un mondo sempre più multipolare.
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