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Il senatore democratico Mark Kelly ha avvertito domenica, in un'intervista alla rete televisiva statunitense CBS, che il recente conflitto con l'Iran ha causato una riduzione "allarmante" delle scorte militari degli Stati Uniti, con dirette ripercussioni sulla prontezza strategica del Paese.

Nel corso della trasmissione Face the Nation, Kelly ha spiegato che i rapporti del Dipartimento della Difesa (Pentagono) indicano un consumo di munizioni superiore al previsto per diversi sistemi critici: missili da crociera Tomahawk, missili ATACMS, intercettori SM-3, e i sistemi di difesa antimissile THAAD e Patriot. "Si può tranquillamente affermare che è scioccante quanto abbiamo dovuto attingere a questi arsenali", ha dichiarato.

Secondo Kelly, questa situazione indebolisce la capacità degli Stati Uniti di affrontare conflitti prolungati, specialmente nell'Indo-Pacifico, con Taiwan menzionata come punto nevralgico della pianificazione strategica. "Il presidente ha trascinato il Paese in questa vicenda senza un obiettivo strategico, senza un piano e senza una tempistica. Di conseguenza, abbiamo sperperato enormi quantità di munizioni. Gli americani sono meno al sicuro, sia in un eventuale conflitto nel Pacifico occidentale con la Cina, sia in qualsiasi altra parte del mondo", ha criticato.

La CBS ha riferito che il conflitto è costato almeno 50 miliardi di dollari e che la ricostituzione di alcuni sistemi d'arma richiederà anni, creando una potenziale falla nelle capacità belliche in caso di guerra prolungata.

Kelly ha aggiunto che la durata di un eventuale scontro con la Cina sarebbe determinante: "Se durasse mesi o anni, ci troveremmo in una posizione ben peggiore rispetto a prima di questa guerra in Iran".

"Qual è il vantaggio per gli americani? Il presidente aveva promesso che non avrebbe iniziato nuove guerre e che avrebbe ridotto i costi. Ha fatto l’esatto contrario: guerra all’Iran e prezzi in continuo aumento", ha condannato.

Sul piano politico, il senatore ha criticato la gestione della crisi e le scelte di politica estera della precedente amministrazione, in particolare il ritiro dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (Piano d’azione congiunto globale, JCPOA), definendolo un fattore aggravante.

Ha inoltre bocciato l’approccio di bilancio del Pentagono, giudicando "esagerata" la richiesta di 1.500 miliardi di dollari per la difesa, ed espresso scetticismo su progetti come il cosiddetto "Golden Dome", un sistema antimissile. "La fisica di questi sistemi è estremamente complessa. Sono abbastanza certo che spenderemo un sacco di soldi per un sistema che non funzionerà", ha concluso.

Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra su larga scala e non provocata contro l’Iran, nella quale sono rimasti uccisi la Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei, alti comandanti militari e centinaia di civili. Secondo la medicina legale iraniana, si contano oltre 3.500 vittime.

Le forze armate iraniane hanno reagito con 100 ondate di attacchi di rappresaglia nell’ambito dell’Operazione True Promise 4, lanciando centinaia di missili balistici e ipersonici, oltre a droni, contro basi statunitensi in Asia occidentale e posizioni israeliane nei territori occupati.

L’Iran ha inoltre inasprito le restrizioni nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Le misure sono state rafforzate dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato, all’inizio di aprile, un blocco navale contro navi e porti iraniani, definito illegale da Teheran. Da allora, le forze navali statunitensi hanno ripetutamente attaccato navi mercantili civili.

L’8 aprile è stato raggiunto un cessate il fuoco mediato dal Pakistan, che ha aperto la strada a negoziati basati su un pacchetto di dieci punti proposto dall’Iran. Tuttavia, i successivi colloqui sono falliti a causa, secondo Teheran, di richieste considerate eccessive da parte di Washington.

 

 

 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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