Trump alza i dazi mentre la Cina abbatte le barriere e favorisce lo sviluppo dell'Africa
di Fabrizio Verde
C’è un’immagine emblematica che girava sui social statunitensi la scorsa settimana. Un supermercato del Midwest, scaffali semivuoti, un cartello giallo che dice “ci scusiamo per il disagio”. Sotto, qualcuno aveva scritto a penna: “Grazie, dazi”. Questa la realtà delle tariffe imposte da Donald Trump, quelle che dovevano riportare la produzione in casa e far pagare il resto del mondo, stanno cominciando a mostrare il loro vero volto: sono pagate dai consumatori statunitensi in primis.
Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema ha bocciato gran parte dei dazi introdotti da Trump dal 2025 in poi, quelli basati sull’International Emergency Economic Powers Act. Insomma, il presidente aveva esagerato. Ma lui, da par suo, non si è perso d’animo. Il giorno dopo aveva già trovato un’altra legge, la Sezione 122 del Trade Act del 1974, per rilanciare con una tariffa globale al 10%. Almeno per 150 giorni. Poi si vedrà.
Questi sono gli Stati Uniti di oggi. Un paese in declino che si dibatte tra l’illusione di poter ancora dettare le regole del commercio mondiale e la fatica di accettare una realtà molto più complessa. Trump dice che le tariffe sono il suo piatto forte, che generano entrate, che proteggono i lavoratori. Ma chiedete a un piccolo importatore del New Jersey cosa ne pensa. O a una famiglia dell’Ohio che ha visto alzare il prezzo dei beni di prima necessità. I numeri parlano chiaro: miliardi di dollari in più pagati dai consumatori statunitensi, catene di fornitura sconvolte, e un clima di incertezza che non giova a nessuno.
E poi c’è la beffa delle aziende che fanno causa per farsi restituire quanto pagato. FedEx ha aperto la danza, ma centinaia di altre la seguiranno, dalla Revlon alla Bumble Bee. Il governo USA ha incassato circa 130 miliardi di dollari con quei dazi dichiarati illegali. E ora? Trump dice che un rimborso sarebbe un “gran casino”, quasi impossibile. Ma i giudici, prima o poi, dovranno deciderlo.
Mentre gli Stati Uniti si chiudono in una logica di confronto e scontro, dalla Cina arriva una strategia completamente diversa. Fatta di atti concreti. Pechino ha appena esteso il trattamento zero dazi a tutti i 53 paesi africani con cui ha relazioni diplomatiche, a partire dal primo maggio. Non solo quelli più poveri. Tutti. E non è un gesto simbolico. Parliamo di accesso reale al secondo mercato del mondo, senza barriere tariffarie per migliaia di prodotti.
A Nairobi, pochi giorni fa, un simposio organizzato dall’ambasciata cinese e dal ministero degli Esteri keniano si intitolava “Tariffa zero, opportunità infinite”. Non è un caso. I keniani, come tanti altri africani, hanno capito che questa è una svolta. Per decenni l’Africa è stata vista come fornitrice di materie prime, in base ai dettami neocoloniali vigenti in occidente. Con questa politica cinese, invece, si apre la possibilità di esportare prodotti lavorati, trasformati, con valore aggiunto. Caffè etiope, peperoncino ruandese, miele tanzaniano, carne malgascia. Tutti prodotti che prima non arrivavano perché i dazi li rendevano troppo cari.
Un imprenditore senegalese che fa commercio con la Cina dal 2003, Sourakhata Tirera, ha affermato – come riporta il quotidiano Global Times - che sta già cercando prodotti africani di qualità superiore da esportare. Perché il mercato cinese è enorme, e senza dazi diventa accessibile. E pensate un po’: mentre gli Stati Uniti alzano muri, la Cina apre ponti. Mentre Trump minaccia di chiudere tutto, la Cina allarga i suoi mercati.
Non è solo un fatto commerciale, è politico. La Cina sta dicendo al mondo che crede ancora nel commercio come strumento di sviluppo condiviso. Che non ha paura della concorrenza. Che non vede l’Africa come un territorio da depredare, ma come un partner. Ovviamente, ci sono anche interessi economici. Ma il metodo è completamente diverso. E i risultati si vedono: gli scambi tra Cina e Africa hanno raggiunto 348 miliardi di dollari nel 2025, in crescita del 17,7 per cento. Non sono numeri da poco.
Naturalmente c’è anche chi storce il naso e avanza la solita propaganda ormai stantìa In Occidente, qualcuno continua a parlare di “neocolonialismo cinese”, di debito, di asimmetrie. Ma sono narrazioni sempre più deboli, perché i fatti parlano da soli. L’Africa vuole industrializzarsi. La Cina offre un corridoio preferenziale per farlo. I dazi zero incoraggiano l’investimento in Africa, perché conviene produrre lì per esportare in Cina. Così si creano posti di lavoro, si trasferisce tecnologia, si costruisce capacità produttiva locale. Non è assistenzialismo, è sviluppo.
Tornando a Washington. Nella capitale imperiale l’umore è decisamente diverso. Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha affermato che le tariffe sono “pacificatrici”, che gli hanno permesso di chiudere guerre. Ha persino suggerito che un giorno potrebbero sostituire l’imposta sul reddito. I critici hanno sorriso, perché l’imposta sul reddito vale quasi duemila miliardi l’anno, mentre i dazi, anche quelli più alti, arrivano a stento a cento miliardi. Ma non è una questione di numeri, è una questione di narrazione. Trump vende l’idea che gli USA possano tornare a essere quelli di un tempo, autosufficienti e forti, facendo pagare gli altri. Peccato che l’economia globale non funzioni più così.
E mentre gli Stati Uniti litigano con i giudici e con i partner commerciali, la Cina costruisce: ferrovie, porti, zone franche. Un’economia sempre più forte E poi abbassa le barriere. Il contrasto non potrebbe essere più netto. Da una parte un paese che si chiude per paura di perdere il primato, dall’altra un paese che si apre perché sa che la crescita non è un gioco a somma zero.
In ultima analisi c’è una domanda da porsi: per quanto tempo ancora gli Stati Uniti potranno permettersi questa strategia? Per quanto tempo potranno dire ai cittadini che i dazi fanno bene, mentre i prezzi salgono e le alternative cinesi diventano più attraenti? Forse meno di quanto crediamo, perché alla fine il popolo, i consumatori, gli imprenditori, guardano il portafoglio. E il portafoglio, in questo momento, segna il rosso. Mentre la Cina avanza, cresce, porta sviluppo e un modello che permette anche alla popolazione di avanzare migliorando costantemente le condizioni di vita.

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