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Abraham Yehoshua: La vipera d'oro

 


di Patrizia Cecconi
 

Quale potrebbe essere il giusto omaggio a un grande scrittore e grandissimo rappresentante del sionismo intellettuale quale Abraham Yehoshua? Cioè uno degli ispiratori del muro dell'apartheid, uno che sa usare meravigliosamente bene la scrittura e la parola, mistificando la realtà politica e umana di Israele e degli israeliani verso i palestinesi e i loro diritti. Uno che sa usare con estrema grazia la scrittura e la parola come un duellante che elegantemente usa il fioretto per colpire al cuore le giuste rivendicazioni del popolo palestinese. Questo è Abraham Yehoshua e ieri, presente all’importante fiera romana della piccola e media editoria, lo ha ulteriormente dimostrato.


Tra le tante interviste rilasciate, ne prendiamo una pubblicata oggi dal quotidiano romano Il Messaggero a firma di Gabriele Santoro. Solo andando tra le righe, o meglio "dentro le righe" si riesce a capire dove mira il suo lavoro: mira a far accettare la realizzazione di Eretz Israel, il Grande Israele, quello che va dal Giordano al Mediterraneo (per ora, ma poi forse andrà oltre) cancellando i palestinesi come identità e giocando cinicamente e strumentalmente sull'Olocausto solo per poter declassare la Nakba palestinese definendola una vuota visione del passato.


Ad ogni osservatore attento – ma l'effetto alone del grande scrittore devia l'attenzione, purtroppo – non dovrebbe sfuggire che mentre Yehoshua scredita l’importanza del passato nei palestinesi derubati di tutto, si richiama, ma senza dirlo esplicitamente, a un passato ben più lontano, e più immaginario che reale, per affermare il diritto di Israele non solo di esistere ma anche di espandersi. 

E' un grande eroe Yehoshua, un eroe del sionismo. La mistificazione politica e umana è la sua forma di lotta, e la parola è la sua arma. Lui lo sa e lo rivendica, di questo gli va dato atto come prova di onestà intellettuale, sebbene settoriale.




Al giornalista che lo intervista circa il suo ultimo romanzo “Il tunnel”, pubblicato da Einaudi – che non è proprio piccola o media editoria, ma Yehoshua era comunque ospite d’onore – lo scrittore risponde senza ambiguità che il tema del libro, già chiaro nel titolo, nonché la sua
ambientazione, sono scelte politiche che, come scrive Santoro, trascinano “il lettore nel cuore del conflitto israelo-palestinese e nella dimensione politica delle (sue) opere.”


Yehoshua, ricordiamolo, fu uno degli ispiratori e sostenitori del muro dell’apartheid ma nonostante ciò è sempre stato considerato uno dei tre personaggi chiave nella letteratura israeliana contemporanea definiti amici o addirittura sostenitori della causa palestinese. Gli altri due sono Oz e Grossman ma ne parleremo in altra occasione, qui basti citare, rispetto a Grossman, l’uso strumentale che si fa della morte di suo figlio, un ragazzo che aveva indossato la divisa per andare a uccidere i palestinesi (questa parte viene regolarmente saltata) e restò a sua volta ucciso. Il dolore di un padre che perde un figlio deve essere enorme, ma mai viene messo in relazione all’altissimo numero di padri palestinesi che hanno perso i loro figli per mano di quei tanti ragazzi in divisa a servizio dell’esercito occupante come, appunto, il figlio sfortunato di Grossman.


Questa digressione non è casuale, ma serve a capire meglio che senza leggere in profondità il messaggio mandato da scrittori-militanti, nello specifico israeliani, ma il discorso è generale, si rischia di non capirne l’obiettivo. Poi si può apprezzarne lo stile e la ricchezza narrativa, se ci sono, ma visto l’obiettivo politico apertamente o meno dichiarato, ritengo importante valutarne il peso.


Il cuore del messaggio politico di questo nuovo romanzo di Yehoshua sta nell’ambivalenza della memoria. Alla domanda del giornalista se la memoria “stia diventando una sorta di gabbia” Yehoshua risponde con decisione “” e qui arriva la sua mossa di abile schermidore che sa muoversi con agilità per arrivare alla stoccata finale. Parte dalla memoria dell’Olocausto e lapalissianamente afferma che quella “sofferenza incommensurabile non dà il permesso di non riconoscere il dolore degli altri” MA, e quel “ma” apre alla negazione di ogni diritto palestinese con parole inequivocabili: “…i palestinesi con la costante rivendicazione della Nakba e del ritorno a casa, dimostrano di non voler guardare oltre il passato. Queste memorie negative s’impossessano dell’identità, che diventa l’unica ideologia politica. Vuota”.


Del resto, il titolo dato dal Messaggero alla sua intervista riafferma già il suo messaggio: “L’alibi della memoria deforma il presente”. Sarebbe a dire che i palestinesi debbono dimenticare di essere stati espropriati delle proprie terre e delle proprie case, debbono dimenticare di vivere sotto una feroce occupazione che quotidianamente mortifica, arresta, ferisce e uccide in ogni angolo di quel che resta di quella martoriata terra occupata dallo Stato di cui lo scrittore è cittadino. I palestinesi che non si arrendono alle prepotenze israeliane sono quindi vittime di “un’ideologia politica vuota” e il lettore, condotto per mano, se ne convince se dimentica che quel che sta leggendo è un capolavoro politico e non solo letterario.


Un capolavoro di manipolazione.


Infatti, a fronte della critica fatta ai palestinesi “attaccati alla propria identità” e al non voler dimenticare né la Nakba (la catastrofe del “48), né il loro diritto alla propria terra, Yehoshua contrappone, ma con leggerezza e in forma casual in altro punto dell’intervista la sua “necessità intima di una frontiera entro la quale ricostruire il gene di una madrepatria, l’idea di un attaccamento alla terra che è il primo elemento di ogni nazionalità.” E per essere più chiaro aggiunge che Non si può essere italiani senza l’Italia.”


Quindi, se non si resta ipnotizzati dalla sua abilità affabulatoria ma ci si affida alla logica formale, da tale assunto si ricava che mentre gli israeliani non possono essere israeliani senza Israele, resta il buco nero nel quale sono fatti precipitare i palestinesi per i quali si fa ricorso in negativo all’identità, “alla loro pretesa identità” non riconoscendo anche a loro il diritto di non poter essere palestinesi senza la Palestina ed accusandoli “costruire barriere” dovute alla “rivendicazione di identità e di origini presunte”.


E’ veramente un capolavoro quello che riesce a fare Yehoshua, e nella sua abilità narrativa affogano le ragioni dei palestinesi ed emerge Eretz Israel come fosse un fiore spontaneo sbocciato dopo una provvidenziale pioggia.


Anche la scelta del deserto del Negev come ambientazione della storia è una scelta rivendicata con spudorata disinvoltura. Il deserto del Negev, occupato seguendo “la lezione di Ben Gurion…che ne rivendicava la potenzialità” entra a pieno titolo nel messaggio politico del romanzo e senza mezzi termini “per me è una scelta politica” afferma lo scrittore.


E’ lucido Yehoshua, e sa che ormai non ha più senso fingere di voler i due Stati per due popoli perché l’unico Stato che gli interessa già esiste e nessuno lo potrà smuovere. Non accetta che si chiami Stato ebraico però. Ma attenzione, non abbiamo davanti un venditore di novelle o un rozzo sionista alla Lieberman, ma un sionista colto, intelligente e raffinato che sa bene come arrivare a far accettare il progetto di Eretz Israel. Infatti, cosa risponde al giornalista che gli chiede cosa pensi della legge che definisce Israele come Stato ebraico? Risponde che non lo accetta questo nome, ma aggiunge che “Israele”, dalle origini, “corrisponde al nome del popolo ebraico”.


Israele, nella narrazione biblica, è il nome dell’uomo che dopo aver derubato la primogenitura al fratello Esaù si trova a combattere con l’angelo mandato da Dio e a vincerlo. E nell’Antico Testamento si può leggere “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!”


Immagino il sorriso sornione di Yehoshua mentre rispondeva al giornalista Santoro di non accettare il nome di Stato ebraico, ma di Stato di Israele “in quanto corrisponde al nome del popolo ebraico”. Quello che una volta installatosi su terra palestinese è più forte di ogni legge e, passo dopo passo, sta realizzando il piano “dalet”, cioè la Grande Israele. Forte come Giacobbe capace di vincere con gli uomini e con Dio!


Bravissimo Yehoshua, se tra i tanti premi dai nomi singolari, come lo Strega o l’Orso d’oro ci fosse anche il Vipera d’oro, credo che la scelta cadrebbe indiscutibilmente e all’unanimità sul suo lavoro di grande scrittore.

 

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