Iran: «Missili pronti da 25 anni, il nemico ha fallito»

Il portavoce del ministero della Difesa annuncia che le riserve accumulate in un quarto di secolo sono ancora in gran parte intatte. «Lo Stretto di Hormuz è sotto il nostro controllo»

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Il portavoce del ministero della Difesa iraniano, Reza Talaei-Nik, ha dichiarato che Stati Uniti e Israele (la cosiddetta coalizione Epstein) hanno fallito nella loro aggressione contro la Repubblica Islamica e ora cercano una via d’uscita «onorevole» dalla «palude bellica» in cui sono rimasti intrappolati. Un’affermazione netta, arrivata nel corso di un intervento televisivo in cui il funzionario ha ribadito che l’obiettivo di Washington e Tel Aviv era il collasso del potere missilistico e militare di Teheran. E invece, ha sottolineato, «il nemico ha completamente fallito».

Talaei-Nik ha spiegato che solo una parte dell’arsenale missilistico è stata impiegata nei quaranta giorni di guerra, mentre una porzione «considerevole, anzi maggiore», rappresenta una capacità rmasta ancora inutilizzata. Ha riconosciuto che all’inizio del conflitto potevano esserci alcune «debolezze» difensive, ma col passare del tempo il collasso delle difese avversarie si è accelerato. «Tutte le basi statunitensi nella regione sono state messe sotto la pioggia di droni dell’esercito e missili del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, compresi missili da crociera e balistici di vario tipo», ha affermato, aggiungendo che la capacità offensiva iraniana «è diventata più forte giorno dopo giorno».

Secondo quanto affermato dal portavoce, le riserve di missili accumulate in oltre venticinque anni dal ministero della Difesa, dal settore privato, da imprese basate sulla conoscenza e dalle Forze Armate erano state preparate proprio per condizioni come quelle attuali. «Questa preparazione venticinquennale ha mantenuto fino ad ora il potere militare e missilistico - ha ribadito - e per la continuazione della guerra tutti gli osservatori internazionali riconoscono la superiorità missilistica dell’Iran, anche in altri ambiti offensivi». Di qui la conclusione: l’obiettivo nemico di provocare il collasso è fallito completamente, «oggi la nostra forza militare è una forza dominante».

In parallelo, Talaei-Nik ha sottolineato che lo Stretto di Hormuz è sotto il «controllo e la gestione intelligente e potente» dell’Iran. Ha ricordato che a un certo punto l’avversario ha tentato di avvicinare navi alla zona, ma dopo la risposta iraniana si sono allontanate centinaia di chilometri per restare fuori tiro. Pur essendo lo Stretto una via naturale e internazionale, ha concluso, uno dei risultati della guerra è che ora si trova sotto la gestione dell’Iran e delle sue Forze Armate.

Proprio sul controllo dello Stretto è tornato anche il Quartier Generale Khatam al Anbiya, che in un comunicato ha lanciato una chiara minaccia a Washington: «Se l’aggressivo esercito statunitense continuerà con il blocco, i furti e la pirateria nella regione, sappia che dovrà affrontare una reazione di rappresaglia da parte delle Forze Armate del potente Iran». Le stesse Forze Armate, si legge nella nota, sono «più potenti e meglio preparate che mai per difendere la propria sovranità, territorio e interessi nazionali. L’esercito di questo paese ha già sperimentato parte di questo potere e capacità offensiva durante la Terza Guerra Imposta».

Il Quartier Generale ha aggiunto di monitorare costantemente il comportamento e i movimenti dei nemici nella regione, mantenendo il controllo dello Stretto strategico, pronti a infliggere danni «ancora più gravi in caso di un nuovo attacco da parte dei nostri nemici americano-sionisti».

Mentre la retorica bellica si alza, il processo di negoziazione tra Iran e Stati Uniti è finito di fatto nel vuoto. Questa settimana le delegazioni dei due paesi non si sono incontrate a Islamabad, come invece era stato ipotizzato. Donald Trump, aveva annunciato martedì una proroga del cessate il fuoco fino a quando Teheran non avesse presentato una proposta unificata, sostenendo che il governo iraniano si trova «gravemente diviso». Ma da Teheran è arrivata una smentita secca: l’Iran non avrebbe affatto richiesto una proroga del cessate il fuoco. Una circostanza che, secondo alcuni osservatori, potrebbe significare che il presidente USA «ha fallito nella guerra».

Il portavoce del Quartier Generale Centrale Khatam al Anbiya, Ebrahim Zolfaghari, ha affermato che di fronte alle «ripetute minacce» del presidente statunitense, le Forze Armate iraniane sono totalmente preparate a rispondere e a dare una «lezione ancora più dura» a Stati Uniti e Israele, in caso di un nuovo attacco. Dal canto suo, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha comunicato che Teheran ha scelto di restare ai margini delle trattative a causa delle azioni «inconsistenti e contraddittorie» di Washington.

Non manca però la versione statunitense. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato a Fox News che l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, si sarebbero diretti in Pakistan per partecipare questo fine settimana a colloqui con rappresentanti iraniani. «Gli iraniani hanno risposto all’appello del presidente Trump - ha chiarito Leavitt - e hanno richiesto questo incontro faccia a faccia». Una ricostruzione diametralmente opposta a quella di Teheran, che lascia intendere quanto sia alto il livello di sfiducia reciproca e molto alto anche il livelo di propaganda statunitense, visto che Washington, come sottolineato dagli iraniani è evidentemente rimasta impanatanata in una guerra che voleva chiudere in breve tempo. 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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