Atlantic Council: perché la strategia di Trump contro l’Iran si è rivelata un fallimento
Il recente scontro militare nel Golfo Persico continua a generare duri dibattiti all'interno dell'establishment politico statunitense. In un lucido articolo d'analisi intitolato “Perché Trump ha perso?”, l'Atlantic Council traccia un bilancio fortemente critico della gestione presidenziale, sostenendo che l'amministrazione sia entrata in un conflitto impopolare e privo di una chiara visione strategica, mosso principalmente da calcoli politici e personali. Oggi, mentre Washington descrive una complessa via d'uscita, la Repubblica Islamica mantiene intatta la propria postura e la sua storica influenza sullo Stretto di Hormuz.
L'analisi, firmata da David Frum — già funzionario di spicco durante l'amministrazione di George W. Bush —, evidenzia come la Casa Bianca non abbia mai formulato un obiettivo bellico definito al momento del lancio dell'attacco del 28 febbraio 2026. Nei suoi interventi pubblici, Donald Trump ha ripetutamente giustificato l'azione militare con la necessità di impedire a Teheran il conseguimento dell'arma nucleare, ricordando come i siti di arricchimento iraniani fossero già stati pesantemente compromessi durante la precedente operazione congiunta con Israele nel giugno del 2025. Tuttavia, secondo il think tank, le motivazioni ufficiali non spiegano la successiva escalation che ha trascinato il Paese in un conflitto strisciante e su vasta scala.
I quattro nodi critici: l'analisi psicologica e politica di Trump
Il rapporto dell'[^1] Atlantic Council si sofferma sulle caratteristiche della leadership presidenziale, individuate dall'autore come i principali fattori di instabilità e debolezza strategica del Pentagono:
- L'errore di valutazione: L'amministrazione ha apertamente sottovalutato la capacità di resilienza e di risposta asimmetrica di Teheran, convinta di poter archiviare in poche settimane un dossier regionale che i precedenti inquilini della Casa Bianca avevano preferito gestire con la diplomazia e il contenimento per oltre quarant'anni.
- Assenza di pianificazione: L'azione bellica viene descritta come il risultato di un impulso politico interno, slegato da una reale dottrina militare o da un piano di stabilizzazione per il post-conflitto.
- Inversione di rotta sotto pressione: Di fronte alle prime risposte militari iraniane e al progressivo deterioramento del consenso interno, la leadership ha mostrato segni di incertezza, accelerando la ricerca di canali diplomatici terzi per congelare le ostilità.
- La narrazione della resa: Nonostante la retorica ufficiale della Casa Bianca avesse inizialmente preteso una "resa incondizionata", il tavolo negoziale si starebbe chiudendo su posizioni decisamente favorevoli agli interessi strategici della Repubblica Islamica.
La gestione interna: "Incapace di governare in tempo di guerra"
Un passaggio cruciale dell'analisi dell'Atlantic Council contesta la capacità del Presidente di unire il Paese nei momenti di massima crisi internazionale. Un leader in tempo di guerra, argomenta il think tank, deve saper costruire un consenso solido e preparare l'opinione pubblica ad accettare i necessari sacrifici economici e sociali; un'operazione politica che l'attuale amministrazione non è stata in grado di compiere.
Il rapporto stigmatizza inoltre la scelta di non richiedere una formale autorizzazione al Congresso prima di ampliare la portata delle operazioni navali e missilistiche. Questo accentramento decisionale ha esposto la presidenza all'accusa di aver anteposto le scadenze elettorali e l'agenda politica interna ai reali interessi di sicurezza nazionale, proprio mentre i mercati e l'economia statunitense risentono delle tensioni commerciali e dei costi diretti delle operazioni nel Golfo.
Un epilogo sfavorevole per Washington
Le conclusioni di David Frum lasciano spazio a pochi dubbi: il conflitto si sta avviando verso una conclusione che vedrà gli Stati Uniti in una posizione di relativo svantaggio strategico nella regione. Sebbene sia ampiamente prevedibile il tentativo della Casa Bianca di presentare l'accordo di uscita come una "grande vittoria storica", il think tank sottolinea che l'opinione pubblica e gli analisti internazionali difficilmente accetteranno una simile narrazione.


