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Brasile, alcuni appunti per una riflessione

 
 

di Giusi Greta Di Cristina, Comitato Centrale, Dipartimento Esteri PCI

 

Domenica scorsa (lunedì notte in Italia) si è svolto il primo turno delle elezioni in Brasile per il rinnovo della carica presidenziale. Elezioni attese da tutto il mondo, per il carico ideologico e politico-economico che il risultato porterà con sé.

In questi ultimi due anni abbiamo lungamente analizzato gli accadimenti riguardanti il grande Paese latinoamericano: il colpo di stato finanziario che ha deposto nei fatti la legittima Presidente Dilma Rousseff; la persecuzione giudiziaria di cui è vittima a tutt’oggi Lula, al quale non solo è stato impedito di candidarsi ma persino di votare (rendendo vana persino la richiesta dell’ONU di assicurare all’ex Presidente il diritto di voto in quanto non dichiarato colpevole); la trasformazione del Brasile in un Paese via via sempre più liberista.

 

La vittoria schiacciante del candidato Bolsonaro, rappresentante del Partido Social Liberal (PSL), ovvero la destra brasiliana, è stata fermata dal Nordeste del Paese, regione di provenienza di Lula, che ha votato compattamente per il candidato del PT, Fernando Haddad. Il risultato finale è stato di 46,66 per Bolsonaro contro il  28,46 di Haddad.

 

Dalla decisione del Tribunale Elettorale brasiliano di non permettere a Lula da Silva di potersi ricandidare si è scatenata una guerra aperta da parte della destra e ultradestra oligarchica e finanziaria del Paese che, con Lula formalmente fuori dai giochi, sapeva benissimo di poter conquistare anche i voti degli indecisi.  Il PT, in accordo coi comunisti del PCdoB,  ha deciso di presentare Haddad al posto dell’ex presidente nordestino. Haddad è un ex ministro proprio del governo Lula ed è stato sindaco di Rio de Janeiro: un uomo di cultura, un filosofo, un economista che ha contribuito ad aprire le porte a quella parte di brasiliani che, sino a quel momento, non avrebbero neppure sognato di entrare nelle università del Brasile, territorio “bianco”, della élite economica del Paese.


Ed ecco allora che nel grande “gigante” sudamericano si sono svolte durissime prove di forza, orchestrare da Bolsonaro, degno rappresentante della sua gente, arrogante, presuntuoso, i cui discorsi sono stati fin da subito al limite della violenza vera e propria, con proclami che tanto ricordano tempi bui che vorrebbero tornare. Un uomo che insiste sulla corruzione del PT e del suo leader Lula, in particolare. Ma che mai ha sottolineato i vari casi di corruzione dei quali lui stesso è accusato o quelli dei suoi compagni di merende, Temer fra i primi, coloro i quali si stanno adoperando in tutti i modi per trasformare il Brasile nell’avamposto liberista di antica (ma non troppo) memoria.

 

Nonostante Bolsonaro, come detto, rappresenti e lavori per la classe sociale di cui è parte, è stato allarmante vedere tanti poveri, cittadini medi, abitanti della favelas schierarsi dalla parte della sua coalizione, ripetendo come un mantra le parole d’ordine degli attacchi di destra “non vogliamo più corruzione”, “vogliamo un Brasile ricco”. È chiaro, in questo senso, come la comunicazione – sempre in mano alle classi dominanti, come Marx affermava – abbia saputo dirigere con maestria la volontà di milioni di votanti, che pare abbiano dimenticato che proprio le scelte neoliberiste hanno condotto il Brasile verso la perdita di quei vantaggi economici, politici e sociali che avevano segnato l’epoca Lula.


Se qualcosa vi è da rimproverare al PT, specie a quello della presidenza Dilma – oltre ai casi di corruzione, evidentemente da combattere e punire – è proprio quella di aver poco controllato a un certo punto la virata fin troppo capitalista di determinate scelte economiche.


Alla fine, il capitalismo si presenterà sempre per quello che è: una macchina che ingurgita ogni tentativo di volerlo controllare, di volerlo rendere “sociale”, “umano”.


Dall’altra parte, Haddad ha preso formalmente il posto di Lula, come suo “supplente”, ma è una supplenza che, seppur caldeggiata e assicurata da Lula attraverso discorsi e lettere dal carcere, ha rappresentato per il popolo brasiliano un accomodamento, un ripiego rispetto a quella che era la scelta primigenia, ovvero del ritorno dell’amato Lula, dato dai sondaggi vincitore con percentuali esorbitanti, e probabilmente per questo sbattuto in carcere con una indagine farsa, come abbiamo più volte spiegato.


Haddad, di certo, porta avanti il programma di Lula, del quale è rappresentante, come ha più volte detto (e fatto scrivere nei loghi della propaganda elettorale): un programma sinceramente socialdemocratico, in piena sintonia col passato presidenziale lulista del Brasile.

Ci tiene, Haddad, ad affermare la sua più totale lontananza da Cuba, dal Venezuela, dal comunismo: “la bandiera del Brasile è giallo-verde, non rossa”, ha ribadito sui social fino a stamattina. Più di un analista ha considerato sbagliato questo atteggiamento che lo porrebbe non in continuità con la politica di Lula il quale, sebbene anche lui non comunista, ha lottato fianco a fianco coi governi rivoluzionari per la costruzione di un subcontinente libero dalla morsa statunitense, non più condizionato dalle decisioni derivanti da una mai smontata Dottrina Monroe e un Manifest Destiny che ancora vorrebbe dettare l’agenda dell’America Latina.


La tempesta delle fake news di cui si è servita e si sta servendo la destra per attaccare Haddad e Manuela D’Ávila (candidata vicepresidente dal PcdoB) è riuscita a confondere gli elettori, a disseminare di informazioni false e ignobili i due candidati della sinistra: dalla vendita di bambini in un futuro comunista(!) al classico corollario di accuse smaccatamente maschiliste.


Non ci si può né deve meravigliare di questi mezzi: chi ha dimenticato le campagna mediatiche false e pretestuose contro Lula negli anni Novanta, che contribuirono enormemente ad una errata percezione del personaggio e alla sua sconfitta? Chi ha dimenticato la ferocia contro “Dilma la terrorista rossa”, accusata di aver commesso omicidi durante la dittatura, proprio lei che fu arrestata, torturata e stuprata dai militari? E ancora: chi ha dimenticato il sostegno dell’establishment mediatico al golpe contro la Rousseff? E infine: chi ha organizzato la messa in scena delle cosiddette “prove” contro Lula, se non giornali al servizio del padrone?


Nulla di nuovo sotto il sole, dunque.


Copioni ritriti che si ripropongono fedelmente per il giubilo delle destre mondiali, collaborazioniste ieri e oggi.


Bolsonaro, l’uomo dalle innumerevoli denunce, colui che ha mimato su un palco di imbracciare un fucile per sparare a tutti i brasiliani di sinistra è principalmente combattuto come un fascista. Ma se abbiamo cara la lezione dei grandi, dovremmo ricordare che il fascismo è il braccio politico del capitalismo, e, ai nostri tempi, del capitalismo finanziario, sul quale ci si dovrebbe concentrare.  È sugli obiettivi economici di Bolsonaro che dovremmo puntare per farci capire, che non sono quelli dell’autarchia o della chiusura nazionalistica del Paese, bensì della svendita del Paese ai miglior offerenti della finanza mondiali, alle multinazionali statunitensi ed europee, alle strette dipendenze del FMI e della Banca Mondiale. Un Paese completamente al servizio degli investitori stranieri, che tenteranno di acquisire al minor prezzo risorse, beni, industrie, manodopera. Lo stesso scenario, insomma, preparato da Temer, che ha quasi spazzato via gli importanti risultati economici raggiunti, ha distrutto i rapporti socio-economici interni alla Regione (si pensi all’allontanamento dal CELAC e dall’UNASUR). Lo stesso scenario sperimentato in questi mesi dagli argentini.


Abbiamo purtroppo ragione di credere che nonostante gli attestati di fiducia e appoggio politico di altri candidati alla presidenza sconfitti al primo turno che appoggeranno Haddad al secondo (ci riferiamo al PSOL), l’ultradestra ha molte più probabilità di vincere.


Personaggi come Bolsonaro vanno affrontati con toni ben più coraggiosi di proclami pacifici, marce arcobaleno e puntando i riflettori sui diritti civili: personaggi come Bolsonaro vanno smascherati nella loro interdipendenza dalle grandi oligarchie finanziarie.


Mai si deve dimenticare che il fascismo – o il nazismo nel caso di Bolsonaro – vanno inquadrati, prima di tutto, come progetti economici, a cui il resto fa da corollario, per creare il cosiddetto “capro espiatorio”, per dirla con Weber.


Sarebbe un guaio se la sinistra – in Brasile come altrove – continuasse imperterrita  nella sostituzione dell’analisi economica con quella civile. Non perché meno importante, ma perché dall’una discende l’altra, e non viceversa. Sopratutto perché, dall’altra parte i nostri avversari non sbagliano nello studio e nella proposizione della teoria.


A dimostrazione che la lotta di classe non è mai terminata, ma che la sinistra si rifiuta spesso di combatterla.


Quindi, stiamo con Hassad senza sé e senza ma, perché stiamo con un Brasile che vuole tornare ai grandi progressi sociali e socialisti dell’epoca più fortunata della presidenza Lula. Per un Brasile che torni ad occupare il suo ruolo di gigante dell’economia, all’interno e all’esterno, con i progetti interregionali e coi BRICS.


Per un Brasile nuovamente forte e indipendente, per un Brasile socialista!

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