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CENTRO MONDIALE COMMERCIALE, STRAGE DI USTICA, STRAGE DI BOLOGNA, ISRAELE

 



Continua la pubblicazione su l'AntiDiplomatico delle ricerche dello studioso Michele Metta sul Centro Mondiale Commerciale. Sul nostro sito potete trovare anche tutti gli articoli precedenti


di Michele Metta *


 

Proprio nei giorni in cui curavo la stesura di questo articolo, è giunta la notizia della perdita di Robert Parry, faro del giornalismo d’inchiesta e stella polare di quanto oggi sappiamo sullo Scandalo Iran-Contras. Robert, questo pezzo è per te. Riposa in pace


 

Nello scorso articolo sul CMC, ho lasciato appositamente da parte l’esame di Renato Era, Amministratore delegato di Itavia, accennando soltanto a quanto da lui stesso ammesso alla magistratura, e cioè il suo essere legato, fin dal 1946, allo spionaggio militare del nostro Paese. È, dunque, ovviamente da lui che parte questo mio odierno; cominciando dall’aggiungere che c’è un saldarsi pesantissimo tra Era e lo psichiatra, e piduista, Aldo Semerari. Saldarsi un cui forte cardine è la volontà, da parte del Semerari, di vuotare il sacco a proposito della Strage di Bologna. Strage per la quale lo psichiatra era stato effettivamente indagato ed arrestato. Arresto che, in Semerari, è causa d’un crollo interiore tale da indurlo a minacciare i Servizi d’esser pronto a diffondere, su quell’attentato, un memoriale. Situazione cui, in un primo tempo, si tenta di porre rimedio ricoverando il Semerari presso Villa Mafalda: clinica parecchio sui generis, dato che, tra i suoi impieghi, c’è il “normalizzare” cittadini libici lì inviati per espressa indicazione del governo di tale Paese, allora retto da Gheddafi. Clinica a gestire la quale c’è proprio Renato Era. Era che, non di meno, è l’ultima persona cui si rivolge il Semerari dopo essere stato dimesso da tale sinistra struttura. Contatto avvenuto il 25 marzo del 1982: allorquando Semerari sparisce, per poi essere ritrovato, a distanza di pochissimi giorni, atrocemente ucciso. Morte alla cui radice ci sarebbe proprio la già detta volontà del Semerari di rivelare la verità sulla bomba che il 2 agosto del 1980 aveva devastato la frequentatissima stazione emiliana. È quanto scritto negli Atti del magistrato Leonardo Grassi, che su quella strage ha investigato. Leggiamo:


 

Ricapitolando oggi il senso di tutta questa vicenda appare chiaro che SEMERARI aveva lanciato precisi messaggi ai Servizi Segreti.

(Egli si rivolse non già ai Magistrati ma ad Agenti di Polizia, in forma riservata a FERRACUTI, ERA ed altre persone di cui conosceva i legami con i Servizi Segreti) facendo comprendere di essere disposto a parlare [...].

Se tutto questo è vero, ben si comprende allora come gli associati operanti nell’ambito dei Servizi Segreti (Gelli-Musumeci) abbiano dovuto escogitare un intervento di tale natura da scuotere l’interesse della Magistratura allontanando la pressione su Semerari e sugli altri imputati. Cosa che puntualmente avvenne.


 

L’intervento cui Grassi allude, è la cosiddetta informativa Terrore sui treni, la quale, in realtà, è un depistaggio teso a spargere il fumo d’una inesistente pista internazionale per, appunto, mettere al riparo i veri responsabili. Depistaggio mosso, oltre che da Licio Gelli, anche dal piduista Francesco Pazienza. Depistaggio ch’è cardine della condanna penale, in via definitiva, del duo.

Ora, si dà il caso che Pazienza sia membro di Great Italy: un’assai particolare Associazione, nota anche con il nome di Grande Italia, e collegata, prima di tutto, ad una strana trasferta negli Stati Uniti. Trasferta compiuta, nel febbraio del 1981, da Flaminio Piccoli, figura di vertice della Democrazia Cristiana. Trasferta organizzata proprio dal Pazienza, e tramite la quale, tra Pazienza e Piccoli, si consolida un asse di ferro.

A tal proposito, importante quel che Alvaro Giardili, braccio destro di Pazienza, dichiara a Carlo Alemi, il magistrato investito delle indagini su un cruciale sequestro operato per mano delle Brigate Rosse: quello del democristiano Ciro Cirillo, Assessore ai Lavori Pubblici per la Regione Campania e pupillo di Piccoli. Ad Alemi, Giardili narra d’un incontro. Incontro ad estremo ridosso – appena dieci giorni – della liberazione di Cirillo. Incontro che vede coinvolti, oltre al Giardili: lo stesso Pazienza; Antonio Gava, che in quel frangente è il Ministro degli Interni; Alphonse Bove, un notaio italo-statunitense sospettato di rapporti con la mafia. Incontro in cui s’affaccia il devastante sisma irpino del 23 novembre 1980, ed il cui contenuto è così sintetizzato dal Giardili:

 

In quell’occasione feci presente a Gava che io e Pazienza eravamo interessati a partecipare e a vincere delle gare d’appalto per la costruzione di prefabbricati nelle zone terremotate. Gava si appartò con Pazienza per parlare di Cirillo. Pazienza mi disse in seguito che Gava gli aveva chiesto di collaborare a salvare l’assessore dc contattando uomini di sua fiducia inseriti nella malavita napoletana […].

 

Datosi che anche Bove appartiene a Great Italy, ciò significa che a quel rendez-vous ci sono ben due rappresentanti di tale Associazione. Great Italy – o Grande Italia che dir si voglia – a capo della quale c’è Giovanni Quattrucci, potente massone. Massone ma anche – come proprio da me scoperto attraverso il mio lavoro investigativo, e poi pubblicamente rivelato in occasione di una conferenza per il quarantennale della morte di Pasolini – editore di Stampa Internazionale Medica: una pretesa Agenzia d’informazione la quale, nel 1962, ai direttori della carta stampata, diffonde una Perizia psichiatrica che, artatamente, getta il discredito più profondo sull’immagine di Pier Paolo Pasolini. Perizia emessa sotto l’egida dell’avvocato Giorgio Zeppieri che, come ho determinato grazie alle mie carte esclusive, è un membro del Centro Mondiale Commerciale. Perizia appunto firmata da Aldo Semerari.

Stampa Internazionale Medica circa la quale mai nessuno prima di me s’era accorto di quanto ho poi svelato sempre in occasione della suddetta conferenza: il suo direttore scientifico, Roberto Zamboni, è protagonista delle più torbide vicende del nostro Paese, a partire dal suo essere coinvolto nella gestione della latitanza del neofascista Franco Freda. Torbide vicende che ricomprendono anche gli intrecci tra Zamboni ed il potentissimo politico, sempre democristiano, Francesco Cosentino. Intrecci riguardanti, secondo quanto dichiarato dal pentito di ’ndrangheta Lauro, la gestione deviata e celata, a marchio P2, del sequestro e uccisione di Aldo Moro.

Cosentino il quale spunta proprio all’interno delle poco prima ricordate indagini sul rapimento di Cirillo condotte da Alemi. Il magistrato, infatti, sulla scorta della testimonianza circa l’abboccamento tra Pazienza e Gava, ricostruisce come la liberazione di Cirillo sia avvenuta attraverso una trattativa dai contorni a dir poco torbidi, poiché quella richiesta fatta al Pazienza di «collaborare a salvare l’assessore dc contattando uomini di sua fiducia inseriti nella malavita napoletana» era sfociata nell’indicibile: una discesa a patti, da parte dello Stato, con la Camorra di Raffaele Cutolo. Discesa a patti il cui principale motore politico è proprio, sempre attraverso Pazienza, il già detto Flaminio Piccoli. Insomma: l’asse creatosi attraverso Great Italy in occasione del viaggio di Piccoli negli USA nel febbraio del 1981, torna due mesi dopo, all’interno degli sforzi, coronati da successo, fatti affinché Cirillo torni libero; sforzi passati per il tramite di due membri di Great Italy. Il nome di Cosentino spunta perché, quando Alemi doverosamente ordina la perquisizione dell’abitazione di Cutolo, qui vengono ritrovati dei carteggi che dimostrano rapporti diretti esistenti, e già a partire da anni ben precedenti il sequestro di Cirillo, tra lo stesso Cutolo e politici nazionali di primissimo piano. Uno di questi è Francesco Cosentino.

A porre, però, la museruola a quest’importantissimo, e sconvolgente, impianto investigativo di Alemi, ci pensa un raffinato intervento: al quotidiano l’Unità, infatti, è fatto recapitare un documento. È un documento ufficiale, e ricalca, e dunque conferma, quanto da Alemi stabilito. Tale documento, tuttavia, risulterà inequivocabilmente falso. La raffinatezza sta nel fatto che, nella Sentenza di secondo grado sul Caso Cirillo, i giudici stabiliscono che quella trattativa tramite Cutolo è assolutamente esistita, ed è stata portata avanti appunto con l’avallo di Gava e Piccoli. Insomma, come ottimamente sintetizzato dal giornalista Giovanni Marino nel suo articolo del 20 ottobre 1993 per La Repubblica: «tutto quello che il giudice istruttore Carlo Alemi aveva capito circa dodici anni fa viene adesso trascritto nella motivazione della sentenza di secondo grado del tormentato caso Cirillo». Detto in altri termini, significa che era un depistaggio quanto mandato a l’Unità. E depistaggio costruito con la massima cura: informazioni vere scritte su un documento contraffatto. Contraffazione atta a condurre a pensare, ovviamente, che sia falso anche il suo contenuto. Ed infatti, a confezionare il tutto – come da lui confessato, nero su bianco, sempre nell’imminenza della propria uccisione – era stato proprio il nefasto genio di Semerari.

Semerari che – massima attenzione – ci riconduce alla Libia. Proprio a ridosso di Ustica, infatti, Semerari raggiunge segretamente il Paese nordafricano. Viaggio cui, poco dopo, ne fa seguito uno negli Stati Uniti. È quanto, il 22 maggio 1981 e innanzi al magistrato Aldo Gentili, depone il medico Matteo Lex, membro della P2, basandosi sulle confidenze ricevute dal suo collega, e fidato amico, Romano Falchi. Ecco un attinente passaggio del Verbale:


 

Esercito le funzioni di coordinatore sanitario degli istituti di pena di Firenze nonché in condizione di aspettativa come medico militare attualmente in forza assente al Distretto Militare di Firenze. Per tali mie funzioni ho conosciuto il dr. Romano Falchi consulente psichiatra presso l’ospedale militare e tossicologo presso gli istituti penitenziari di Firenze.

Il Falchi è altresì coordinatore dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo fiorentino. Al Falchi sono legato anche da amicizia e lo stimo persona seria e responsabile.

[…] nell’ottobre scorso seconda o terza decade tornavamo nella stessa macchina il Falchi ed io in compagnia di un vicebrigadiere degli agenti di custodia dal Primo Congresso di Medicina Penitenziaria di Trani. Durante il viaggio si conversò di vari argomenti di carattere professionale […]; a tale proposito venne fuori il nome del Semerari […] Semerari aveva effettuato viaggi negli Stati Uniti e in Libia; circa l’epoca e la durata di tali viaggi il Falchi non mi fece date precise ma dal contesto del discorso era manifesto che si riferiva per entrambi i viaggi negli Stati Uniti e nella Libia (prima in Libia e poi negli Stati Uniti) a tempi recenti e nel corso della esposizione di tali viaggi egli fece cenno a quest’estate per cui anche per certi suoi riferimenti io compresi che si trattava del periodo giugno luglio della scorsa estate anche se egli, ripeto, non mi precisò l’anno.


 

Viaggi che il Falchi inserisce all’interno di contorni inquietanti, poiché descrive il Semerari come individuo che «per la sua qualità di eminente psichiatra e docente di psichiatria frequentava l’ospedale psichiatrico di Montelupo e si occupava di casi molto importanti per la qualità dei detenuti in fama di pezzi grossi della mafia e della camorra»; agganci, questi del Semerari, che il Falchi chiarisce doversi inquadrare in una cornice di destabilizzazione del Paese «la cui matrice non era duplice rossa o nera ma unica». Matrice unica nettamente ribadita, in quella stessa occasione, dal Falchi. Ricorda, infatti, il Lex:


 

A mia domanda sull’apparente contrapposizione tra missioni politiche legate alla destabilizzazione negli Stati Uniti e in Libia il Falchi mi spiegò che le missioni erano in un certo senso omogenee, in quanto con la missione in Libia si poteva sfruttare l’antisemitismo di Gheddafi, mentre con la missione in Usa si poteva sfruttare l’anticomunismo di certi ambienti. Tali antagonismi convergevano nell’ambito del disegno di destabilizzazione verso un unico fine. Ricordo con precisione che il Falchi, parlando del viaggio in Libia, precisò che l’incontro con Gheddafi fu per il tramite del capo della polizia libica


 

La contraddizione cui, infatti, Lex allude, è racchiusa, ancor più esplicitamente spiegando la sua domanda, in quel chiedersi come fosse possibile un connettersi di azioni tra un universo fortemente pro-Israele – quello USA – ed uno di Israele nemico, e cioè quello della Libia di Gheddafi. La risposta giuntagli dal Falchi è che le linee di demarcazione morale, per chi tira i fili a monte di tutto, non esistono. In nome del proprio interesse, si fa questo e altro. È, insomma, la risposta del Falchi, corollario e conferma a quanto da me ribadito ad inizio articolo.


Ma, in realtà, ci parla dell’esistenza di una regìa capace di tessere trame che vadano al di là dei logici steccati anche – di nuovo attenzione – un’accurata lettura di quanto raccontato su Great Italy dalla Commissione Anselmi. Sì, perché dai volumi di tale Commissione è possibile desumere il coinvolgimento di Great Italy anche nel Billygate, e cioè la manovra compiuta per gettare discredito su Billy Carter, fratello di Jimmy Carter, il Presidente USA allora in carica. Manovra dove la Destra statunitense pro-israeliana si serve tranquillamente della Libia anti-israeliana e, per giunta, ufficialmente nemica di Washington.


Ma spieghiamo la vicenda un passo alla volta. Billy Carter, a differenza di Jimmy, era purtroppo schiavo dell’alcool. Schiavitù radice d’un modo d’essere mai all’altezza di quello del suo illustrissimo consanguineo. Facile, perciò, per i libici, renderlo vittima delle proprie mire. Mire che, ovviamente, attraverso lui, cercavano d’imbrigliare anche il ben più appetito Jimmy Carter. Tuttavia, detto questo, va aggiunto che tale condotta sconsiderata di Billy era stata pienamente investigata dalle autorità competenti di Washington. Autorità che, oltre a sanzionarla come riprovevole, avevano al contempo stabilito l’estraneità totale, in questo, di Jimmy Carter. Estraneità che, una volta acclarata, aveva iniziato a regalare al politico del Partito Democratico un po’ di respiro nei sondaggi che misuravano le sue possibilità di vittoria contro lo sfidante Ronald Reagan. Questo, fino agli ultimissimi scampoli di ottobre di quel fatidico 1980 elettorale. È proprio allora, infatti, che Michael Ledeen, persona dell’entourage di Reagan, riesce a spargere una voce: 50.000 dollari dati di nascosto a Billy Carter dai libici. La mossa è indovinata: il dato è falso, ma diffuso a così breve distanza dal giorno delle elezioni da non lasciare materialmente tempo a nessuno di poterlo verificare. Il risultato è ben noto: Reagan diviene il 40° occupante della Casa Bianca. Ebbene: Ledeen sarà dimostrato essere, in realtà, il principale alleato occulto USA di Pazienza. Quella voce sui 50.000 dollari, era, cioè, in verità, il congegno ingegnato dal duo Pazienza-Ledeen, all’ombra del SISMI, per riuscire a tendere una trappola così micidiale da cambiare le sorti mondiali. Trappola che, appunto, aveva avuto Great Italy come suo punto orbitale. Infatti, come dicevo, all’interno d’uno dei volumi della Commissione Anselmi, ecco riportata copia dell’interrogatorio, innanzi al magistrato Domenico Sica, di Giuseppe Magnanini, un alto Ufficiale della Guardia di Finanza. Interrogatorio in cui il Magnanini ripercorre una vicenda ben precisa, e cioè il suo incontro con Lando Dell’Amico, un giornalista connesso, e a doppio filo, ai Servizi. Incontro grazie al quale il Magnanini aveva ottenuto degli Appunti, e delle confidenze, riguardanti proprio il Pazienza. Ecco uno stralcio di tale interrogatorio:


 

Ritornando alla Grande Italia, rammento testualmente che il Dell’Amico mi disse che – negli USA – il Pazienza aveva allacciato rapporti con l’ambiente sociale italo-americano e con quello politico repubblicano, all’epoca all’opposizione.

Nell’appunto del Dell’Amico vi era un argomento che io scartai, perché mi sembrò fantasioso: si riferiva dei rapporti tra Pazienza ed il giornalista americano MICHAEL LEDEEN, che sarebbe stato poi assunto da Indro Montanelli al Giornale Nuovo. Si riferiva che il Pazienza ed il Ledeen avevano fornito al gruppo politico repubblicano l’esito di loro investigazioni circa i reali rapporti tra GHEDDAFI ed il fratello del Presidente CARTER ed in relazione a sovvenzioni date dal libico all’americano. Secondo l’appunto, tali documentazioni avrebbero notevolmente favorito la vittoria del gruppo REAGAN.


 

Ciò premesso, Ledeen, personaggio della Destra estrema statunitense, è anche, come si apprende da più d’un testimone, uno dei protagonisti della gestione da parte dello Stato italiano della crisi generata dal sequestro di Aldo Moro. Incarico affidato al Ledeen personalmente da Cossiga, Ministro degli Interni durante il rapimento. Ne parla, nella seduta del 15 luglio 1988 della Commissione Stragi, il parlamentare Umberto Giovine. Lo riferisce pure lo psichiatra Franco Ferracuti. Il Ferracuti cui, come ricordato dal magistrato Leonardo Grassi proprio nello stralcio riportato all’inizio del mio presente articolo, si rivolge Semerari in quel suo giro di incontri febbrili con personaggi afferenti ai Servizi. Incontri fatti per minacciare d’essere pronto a compiere rivelazioni sulla bomba del 2 agosto 1980. Ferracuti lui pure piduista, e pure lui voluto da Cossiga a gestire la risposta dello Stato al rapimento. In una sua intervista al settimanale Panorama, rilasciata in data 11 giugno 1988, il Ferracuti, infatti, così dichiara:


 

Ero incaricato dei rapporti con l’ambasciata americana e di conseguenza incontravo agenti sia della Cia sia dell’Fbi oltre che del Mossad, il servizio segreto israeliano. In quel periodo si fece vivo con me Michael Ledeen che faceva capo alla Georgetown University il quale si offrì di aiutarmi nelle indagini sulle Brigate rosse.


 

Siamo, come si vede, tornati a Israele, e tramite parole che riecheggiano inquietantemente quelle di Luigi Carli, ex magistrato di Genova, che nel corso della Seduta della Commissione Moro del 19 giugno 2017, parla proprio di aiuto economico da parte del Mossad alle BR. E riecheggiano pure, le parole di Ferracuti, quelle di Giovanni Galloni, l’ex vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ed amico di Moro, che nel 2007 afferma:


 

C’è poi una mia frase, una cosa che ho sempre detto senza ottenere mai attenzione, su alcune confidenze che Moro mi fece alcuni mesi prima di essere catturato. Mi disse che era preoccupato perché riteneva che i servizi segreti degli Stati Uniti e di Israele avessero degli infiltrati nelle Br


 

Parole di Galloni che rimandano necessariamente alla precisazione sconvolgente, fatta, come ho già mostrato, da Romano Falchi al Lex, di una destabilizzazione del Paese «la cui matrice non era duplice rossa o nera ma unica», chiarissimamente alludendo, con questo, al fatto che le BR furono manovrate, eterodirette, infiltrate appunto. Cosa che fa altrettanto necessariamente approdare all’acclarata infiltrazione, nelle BR, fatta da Edgardo Sogno attraverso i suoi Comitati di Resistenza democratica. Comitati in cui militava il membro del CMC Corrado Bonfantini. CMC fortemente connotato da connessioni dirompenti con Israele.


Ma potentemente ad Israele conduce lo stesso Ledeen, come immediatamente ci accorgiamo al leggere i risultati del lavoro svolto negli Stati Uniti dalla Commissione Tower. È l’Organo del Parlamento USA occupatosi dell’episodio che arrivò ad un millimetro dal costare proprio a Reagan le dimissioni. Ma, anche qui, è utile raccontare un passo alla volta. Reagan, riconfermato alla Casa Bianca, s’era nel 1985 avventurato in un’operazione spericolatissima e cinica: armare segretamente l’Iran. A dar materialmente tali armi è però – siamo al punto – Israele; Paese che, in quel particolare momento, vede questo come gioco utile contro l’Iraq, dato lo stato di belligeranza tra quest’ultimo e, appunto, l’Iran confinante. Gioco utile, cioè, esattamente contro il Paese reo, agli occhi d’Israele, d’essere il destinatario, nel 1980, del carico di Uranio che l’abbattimento dell’aereo Itavia aveva voluto scongiurare. Ebbene: questa alleanza tra Israele e Reagan, ha per proprio perno – come ricostruito, punto per punto, dalla suddetta Commissione Tower – incontri tra Ledeen ed un suo stretto sodale israeliano. Di chi mai stiamo parlando? Ma di Shimon Peres. Di colui il quale, cioè, come ho evidenziato in un mio precedente articolo, ha suo fratello Gershon Peres seduto, dal 1967 al 1970, all’interno del CMC. Già.


Qui mi fermo, accennando solo che, approfondendo la questione, c’è modo d’arrivare, nuovamente, a Calvi; alla borsa che Calvi aveva portato con sé in quel viaggio conclusosi con il suo assassinio; al ripetersi della domanda, importante, che ho già fatto in altri miei articoli, se dietro la Strage di Bologna, ferma restando – lo ripeto – la colpevolezza di Mambro e Fioravanti, non ci sia stato, in qualche modo, Israele. Così come c’è infine modo di giungere proprio ad un sodale di quel Talenti appartenente alla famiglia di costruttori soci dei Tudini proprietari di Itavia. L’Itavia dietro cui spunta l’ombra di Calvi. Ma, appunto, tutto questo lo vedremo in una futura puntata.
 

* Le dichiarazioni e opinioni espresse nel presente articolo non necessariamente coincidono con quelle della redazione

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