Dazi e potere: gli USA rilanciano la pressione economica mondiale
La nuova offensiva commerciale degli Stati Uniti conferma una tendenza ormai consolidata: Washington utilizza sempre più gli strumenti economici come leva geopolitica. L'ultima misura annunciata dal rappresentante per il Commercio USA, Jamieson Greer, introduce dazi compresi tra il 10% e il 12,5% sulle importazioni provenienti da 60 partner commerciali, ufficialmente con l'obiettivo di contrastare il lavoro forzato nelle catene globali di approvvigionamento. Secondo la Casa Bianca, i Paesi che hanno recepito gli standard statunitensi sul divieto di importazione di beni prodotti con lavoro forzato saranno soggetti a un dazio del 10%, mentre quelli ritenuti non conformi dovranno affrontare un'aliquota del 12,5%. Una distinzione che attribuisce di fatto agli Stati Uniti il ruolo di arbitro nella definizione dei criteri commerciali internazionali.
La misura interessa partner che rappresentano oltre il 99% delle importazioni statunitensi e coinvolge economie appartenenti a tutti i continenti. In America Latina figurano Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Perù, Uruguay e Venezuela, colpiti dall'aliquota più elevata, mentre Messico ed Ecuador saranno soggetti al livello minimo del 10%. Anche i principali alleati occidentali non vengono risparmiati. Canada e Unione Europea subiranno dazi del 10%, mentre Cina, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito rientrano tra i Paesi destinatari dell'aliquota massima. Il provvedimento conferma come la nuova strategia commerciale USA non distingua più nettamente tra alleati e rivali, ma utilizzi la pressione tariffaria come strumento generalizzato di politica economica. Pur presentandosi come un'iniziativa a tutela dei diritti dei lavoratori, il provvedimento contiene numerose deroghe. Restano infatti esclusi prodotti strategici per l'economia statunitense, materie prime difficilmente reperibili sul mercato interno, beni già soggetti ad altri regimi tariffari e merci la cui tassazione potrebbe provocare squilibri nell'approvvigionamento nazionale. Eccezioni che evidenziano come le esigenze economiche interne prevalgano, in diversi casi, rispetto ai principi dichiarati.
La reazione più dura è arrivata dal Brasile. Il governo del presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha definito le nuove tariffe "completamente arbitrarie e ingiustificate", annunciando l'attivazione della Legge di Reciprocità, approvata all'unanimità dal Congresso nazionale, e il ricorso all'Organizzazione Mondiale del Commercio. Brasilia lascia così intendere che risponderà con misure equivalenti, aprendo la strada a un possibile nuovo contenzioso commerciale. Anche la Cina ha respinto con fermezza la decisione statunitense. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Lin Jian, ha ribadito che Pechino si oppone a qualsiasi forma di dazio unilaterale e considera le guerre tariffarie incompatibili con gli interessi dell'economia mondiale. La posizione cinese si inserisce nella più ampia critica rivolta negli ultimi anni all'utilizzo delle restrizioni commerciali come strumento di pressione politica. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno progressivamente ampliato il ricorso a sanzioni, controlli sulle esportazioni, restrizioni tecnologiche e tariffe punitive. Misure inizialmente rivolte soprattutto alla Cina, ma che oggi vengono estese a un numero crescente di Paesi, confermando un cambiamento strutturale della politica commerciale nordamericana. Per numerosi osservatori, il nuovo pacchetto tariffario rappresenta un ulteriore passo verso la frammentazione del commercio internazionale.
L'uso di strumenti unilaterali, accompagnato dalla possibilità di applicare eccezioni sulla base delle priorità strategiche di Washington, rischia infatti di indebolire ulteriormente il sistema multilaterale costruito attorno all'Organizzazione Mondiale del Commercio. Più che una semplice misura commerciale, il provvedimento riflette la crescente sovrapposizione tra economia e geopolitica. In un contesto caratterizzato dalle mosse statunitensi per preservare la propria egemonia, i dazi diventano uno strumento di pressione politica e di ridefinizione degli equilibri economici globali, alimentando il rischio di nuove ritorsioni e di un'ulteriore polarizzazione del sistema commerciale internazionale.
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