Elezioni in Russia, il racconto di chi c’era
Lo storico Angelo D’Orsi racconta le elezioni della Duma da osservatore internazionale e replica alle polemiche dei giornali italiani
Premessa
L'accettazione dell'invito a fare l'osservatore internazionale alle elezioni della Duma da parte di Angelo D'Orsi ha sollevato l'indignazione della stampa mainstream: favore al Cremlino, propaganda, vergogna. Proviamo a ragionare sui fatti, non sui riflessi pavloviani.
Primo, la sovranità dei controlli. Ogni Paese organizza da sé le proprie istituzioni elettorali — l’Italia con Viminale e magistratura, la Russia con la propria Commissione centrale — e nessuno contesta questo all’Italia. La differenza è che la Russia invita osservatori internazionali anche non allineati al Cremlino, come D’Orsi; l’UE no, alle proprie elezioni non invita osservatori russi o cinesi. E c’è un’asimmetria ancora più profonda: l’OSCE/ODIHR non controlla l’Italia, esentata dalla verifica in quanto classificata a priori come “democratica”; la contrario le regole che la Russia si è data per permettere questi controlli sono state reputate inidonee e pertanto, da quasi un decennio, l’ufficio di monitoraggio elettorale si rifiuta di farli, bollando Mosca come antidemocratica in via preventiva. In questo modo l’assenza del controllo diventa la prova dell’accusa — un espediente circolare comodo per delegittimare in anticipo qualunque risultato sgradito.
Secondo, i sistemi elettorali. Duma e Camera italiana condividono la stessa architettura mista, maggioritario in collegi uninominali più proporzionale con sbarramento. Eppure una viene raccontata come pilastro democratico, l’altra come farsa autoritaria, con quale criterio oggettivo, se non la convenienza geopolitica del momento?
Terzo, l’affluenza. In Russia si vota più che in Italia, dove l’astensione ha eroso la legittimità stessa del voto. Se la partecipazione è indice di vitalità democratica, perché il sistema più partecipato viene bollato come meno legittimo? Inoltre, in Russia chi si astiene non viene schedato, perseguitato, incarcerato o deportato: se il dissenso di massa esistesse davvero, gli elettori avrebbero lo stesso strumento degli italiani: restare a casa. Se non lo fanno ci sarà pur una ragione, ma questa non interessa gli editorialisti indignati.
Con questa intervista non vogliamo assolvere né sentenziare: vogliamo raccontare l’esperienza di chi le cose le ha vissute in prima persona, non il racconto preconfezionato di chi non si alza dal proprio scranno — politico o mediatico, comunque ben retribuito — per andare a vedere di persona. Dato che l’ODIHR ha abdicato al controllo, a che titolo la propaganda si arroga il diritto di giudicare ciò che non conosce, sull’unica base del proprio preconcetto? Noi abbiamo scelto una strada diversa, quella di ascoltare chi, sul campo, quel controllo lo ha fatto davvero.

Intervista
Professore, partiamo dall’inizio: com’è andata? Che atmosfera si respirava a Mosca in questi giorni di voto?
La città era pulita, vivace, con gente tranquillissima per strada, nella meravigliosa metropolitana, i caffè e i ristoranti accoglienti, insomma tutto come ogni volta in cui ci sono stato negli ultimi due anni. I negozi ridondanti di merci, i supermercati e i centri commerciali scintillanti, pieni di persone: sugli scaffali tanti prodotti italiani, specialmente alimentari. Le sanzioni? C’è modo di aggirarle…
I droni ucraini che hanno colpito il territorio russo nelle ultime settimane hanno inciso in qualche modo sul clima elettorale, sulla sicurezza degli spostamenti, sull’umore delle persone che ha incontrato?
A dire il vero io e i miei colleghi della squadra operante a Mosca non ci siamo accorti di nulla, neppure indirettamente. E quando abbiamo letto la stampa italiana ed europea, abbiamo interpellato le presidenze dei seggi visitati (in tutta Mosca, che ha una dimensione territoriale immensa, sono stati 34!) anche loro come noi avevano scoperto la notizia dei droni solo dai media. In realtà quel furioso attacco ucraino che mirava a disturbare la procedura elettorale, ha fallito lo scopo. Nella regione di Mosca, che costituisce una sorta di Repubblica come le altre della Federazione, le votazioni si sono svolte in un clima di serenità, direi, e di rigorosa osservanza di norme e regolamenti, come ho potuto constatare: la parola che ho sentito di più è stata “glasnost”, trasparenza, come si ricorderà divenuta celebre con Gorbacev.
Le faccio una domanda un po’ provocatoria: nei giorni sul campo ha registrato qualcuno dei fenomeni che la stampa italiana dà per scontati — gente portata a forza ai seggi, sparizioni di dissidenti, brogli plateali, o magari anche qualche invasione aliena, visto il livello a cui si è arrivati nel racconto? Cosa ha visto davvero con i suoi occhi, seggio per seggio?
Sono balle clamorose, detto in tutta franchezza. Nei seggi, almeno quelli ai quali ho potuto accedere, tutti erano assai compresi dei loro ruoli, consapevoli dell’importanza di fare bene il loro lavoro e di essere bene giudicati dall’esterno, consapevoli della malizia di chi guarda da fuori, di chi è mosso soltanto da pregiudizi, di chi è animato da una feroce, inguaribile russofobia. Presidenti di seggio (in larga maggioranza di genere femminile), osservatori (ossia studenti universitari di facoltà politiche e giuridiche, volontari, che erano stati formati in corsi di durata quindicinale), esperti internazionali, ma anche delegati delle liste, e infine, anche alcuni candidati. Salvo che tra questi ultimi, tutte le figure citate erano prevalentemente femminili. Ho chiesto sempre ai presidenti e a qualche osservatore volontario se si fossero rilevate irregolarità. Mi hanno segnalato un solo caso: un elettore che si è presentato con doppio passaporto e pretendeva di votare due volte, il che non gli è stato concesso. Ho visto un sistema organizzato benissimo, con migliaia di occhi che controllavano, dalle due Camere civiche (quella della Regione di Mosca, e quella federale) lo svolgimento delle votazioni, grazie a quegli stuoli di volontari che ho menzionato, con sale provviste di schermi che monitoravano lo svolgimento delle votazioni in tutto quello sterminato Paese. Controlli severi agli ingressi, da parte di addetti della polizia, e sorveglianza discreta da parte di militari all’esterno dei seggi. Clima disteso, sereno. E con la mia squadra ho potuto parlare con tutti e scattare foto e fare videoriprese.
Ha potuto muoversi liberamente tra i seggi che le interessavano, o c’erano percorsi prestabiliti? Ha potuto scegliere lei dove andare o le è stato indicato un itinerario?
I seggi erano stati selezionati dalla IAPEE, l’Organizzazione che mi ha invitato; ma spesso giungevamo nei seggi senza avvertimento dei presidenti, il che se per un verso rappresentava talvolta una difficoltà era anche un’ulteriore garanzia di libertà e di trasparenza.
Veniamo ai numeri. Secondo lei, professore, come si spiega un distacco così ampio tra Russia Unita e gli altri partiti in corsa — Partito Comunista, Liberaldemocratici di Žirinovskij/Slutsky, Russia Giusta? È solo consenso reale, o pesa anche l’assenza di alternative percepite come credibili?
Si spiega con il grande consenso di cui gode Vladimir Putin, il cui partito di riferimento (non il suo partito, Putin si presenta come uomo libero e indipendente) è appunto Russia Unita. Un consenso che la guerra, a dispetto delle difficoltà e dei danni patiti, a cominciare da quelli umani, in definitiva non ha scalfito.
Ha potuto parlare con osservatori o rappresentanti di questi altri partiti? Che percezione le hanno trasmesso del proprio spazio politico?
Ho chiacchierato con alcuni candidati del Partito comunista (quello principale, di Zjuganov, che pure ha raccolto una mole di voti inferiore alle aspettative), e con rappresentanti di “Nuova Gente” e del Partito Liberaldemocratico). Tutti confidavano in un’avanzata della propria forza politica, e tutti, pur critici verso molti aspetti della gestione della guerra, esprimevano un punto di vista fortemente patriottico.
Un’altra provocazione: se davvero in Russia il dissenso fosse così ampio e silenziato come si racconta in Occidente, ci si aspetterebbe un’astensione di massa come forma di protesta silenziosa — invece i dati dicono il contrario, con percentuali più alte che in Italia, dove il dissenso, almeno ufficialmente, non esiste. Come se lo spiega?
Credo di aver già risposto. L’alta affluenza in tutto il territorio federale e in specie nelle Repubbliche ex-separatiste del Donbass, è a mio avviso una chiara dimostrazione di consenso.
Lei ha lavorato per anni come storico, abituato a leggere le fonti con distacco critico. Come si concilia questo mestiere con il ruolo di osservatore “sul campo”: quanto è difficile restare analitici quando si è dentro l’evento invece che a studiarlo a distanza?
Si tratta, mi lasci dire, di un pregiudizio. Il “padre della storia”, Erodoto, comincia le sue “Storie” scrivendo: questo è ciò che io ho visto e udito. Insomma lo storico nasce come testimone diretto. E se oltre alla testimonianza del visto e dell’udito è in grado di fare analisi sulla base della conoscenza dei documenti, e della letteratura critica, tanto meglio. Io continuo a fare lo storico, e se faccio storia del tempo presente è ovvio che io debba confrontarmi con le realtà, direttamente, mettendole poi sotto il vaglio della critica, alla luce di quanto già so, sul piano storiografico e documentale.
Cosa risponde a chi le contesta che la sua presenza, comunque la si racconti, dà comunque una forma di legittimazione politica al voto, indipendentemente da cosa lei abbia visto o non visto?
Ho già risposto in merito al Cremlino, in una domanda successiva. Chi dubita vada sul campo!
Se dovesse tornare a fare da osservatore altrove — penso a contesti ancora più esposti, come Venezuela o Iran — lo rifarebbe, dopo questa esperienza?
Assolutamente sì, del resto ero già in stato invitato in Venezuela, ma fui impossibilitato perché in quei giorni avevo altri importanti impegni. Ho comunicato all’ambasciatore Vito Grittani, della IAPEE, la mia disponibilità per altre missioni.
Ultima domanda: cosa direbbe a un collega italiano che le rimprovera di aver “sdoganato” il Cremlino solo per essere andato a vedere di persona?
Che la domanda è sbagliata, perché parte dal presupposto che il Cremlino sia il male. In quella parola, in quel luogo, ci sono stati fasti e nefasti della storia. E oggi l’Occidente se vuole sopravvivere deve accettare, prima possibile, di fare i conti con quella vicenda, con il presente e con il futuro della Russia. A chi mi facesse questo genere di obiezioni, risponderei di andare a visitare la Russia, e trarne qualche spunto di riflessione.
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