Hormuz divide l’Occidente: l’Europa si sfila dalla guerra USA?
La crisi nello Stretto di Hormuz non sta solo ridefinendo gli equilibri militari nella regione, ma sta mettendo a nudo una frattura sempre più evidente all’interno del blocco occidentale. E, soprattutto, sta accelerando un processo già in corso: il ripensamento europeo del rapporto con Washington. Il 20 marzo, diversi alleati degli Stati Uniti - tra cui Regno Unito, Francia, Germania e Italia - hanno espresso disponibilità a sostenere iniziative per garantire la sicurezza del traffico marittimo nello stretto. Ma il dato politico reale è un altro: nessun impegno militare, nessuna adesione a una coalizione navale guidata dagli USA. La linea è chiara e condivisa. Le principali capitali europee rifiutano di partecipare a operazioni dirette contro l’Iran, definendo il conflitto, implicitamente o esplicitamente, come “non una loro guerra”.
Una posizione che ha irritato apertamente Donald Trump, arrivato a minacciare la stessa NATO, accusando gli alleati di non voler sostenere lo sforzo militare pur beneficiando della protezione USA. Sul piano operativo, la distanza è ancora più evidente. Mentre Washington resta l’unico attore impegnato in azioni militari dirette nella regione, l’Europa si limita a dichiarazioni politiche e richiami alla de-escalation. Nessuna missione NATO, nessun dispiegamento significativo, solo prudenza e calcolo dei rischi. Eppure, il nodo dello stretto resta cruciale: da lì transita una quota fondamentale del petrolio e del gas mondiale. Nonostante la narrativa allarmistica, però, il traffico non è completamente interrotto. L’Iran ha imposto un sistema di controllo selettivo, consentendo il passaggio solo a navi autorizzate, in gran parte provenienti da paesi asiatici o non allineati. Questo meccanismo, ancora informale, introduce una dinamica nuova: non una chiusura totale, ma una gestione politica del flusso energetico globale. Un filtro che colpisce in modo mirato, escludendo di fatto le rotte legate agli Stati Uniti e a Israele, e ridefinendo sul campo le regole del commercio marittimo.
Ma il vero elemento di rottura è politico. Il quotidiano cinese Global Times sostiene che il rifiuto europeo di seguire Washington rappresenta “un passo concreto verso l’autonomia strategica”, dopo anni di adesione quasi automatica alle operazioni statunitensi. Il ragionamento è semplice: le guerre precedenti - dall’Iraq all’Afghanistan - hanno lasciato all’Europa costi economici, instabilità e pressioni interne, senza i benefici promessi in termini di sicurezza. Oggi, con un nuovo conflitto imposto senza consultazione, molti governi europei non intendono ripetere lo stesso schema. A pesare è anche la dimensione economica. In un contesto di crisi energetica e pressione fiscale, l’idea di finanziare operazioni militari ad alto rischio rischia di generare contraccolpi politici interni. Senza contare il pericolo di un’escalation diretta con l’Iran, che potrebbe trascinare il continente in un conflitto più ampio. Il risultato è una postura diversa: meno ideologica, più pragmatica. L’Europa non rompe con gli Stati Uniti, ma smette di seguirli automaticamente.
Una trasformazione lenta, ma sempre più visibile. Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz resta aperto, ma sotto condizioni. E questo basta a dimostrare che il controllo delle rotte energetiche non passa più solo dalla superiorità militare, ma anche dalla capacità di gestire, filtrare e politicizzare i flussi. In questo scenario, la crisi attuale diventa qualcosa di più di un confronto regionale. È un banco di prova per un ordine internazionale in transizione, dove le vecchie alleanze si incrinano e nuove forme di equilibrio iniziano a emergere. E dove, per la prima volta dopo anni, anche l’Europa sembra interrogarsi su quale ruolo vuole davvero giocare.
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