Il caso di Hannibal Gheddafi: analisi di un sequestro politico

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Il caso di Hannibal Gheddafi: analisi di un sequestro politico


di Marinella Correggia

“Il caso di Hannibal Gheddafi: analisi di un sequestro politico”: questo il titolo di una conferenza internazionale online organizzata dall’associazione italiana Indipendenza e da attivisti libici, per attirare l’attenzione sul caso del quale L’Antidiplomatico si è occupato in più occasioni e che appare a tutti gli effetti una delle numerosissime conseguenze nefaste dell’intervento Nato in Libia nel 2011. Relatori: l’avvocato libanese Bushra al-Khalil, già avvocato di Hannibal, Khaled al Gghawil, consigliere delle tribù libiche e membro della squadra legale che dalla Libia sostiene la causa  del detenuto in Libano, Ahmed Hamza, presidente del Comitato nazionale per i diritti umani in Libia. Hanno seguito la conferenza esponenti di associazioni pacifiste italiane ed esperti internazionali di diritti umani.

I relatori hanno denunciato la completa illegalità della detenzione in Libano dal 2015 di Hannibal Gheddafi, rapito dal gruppo armato libanese Amal in Siria, dove egli si era rifugiato nel 2011 dopo la vittoria della Nato in Libia. Una detenzione senza processo e senza accuse giuridicamente valide. Un chiaro caso di vendetta politica da parte della fazione Amal contro l’ex Jamahiryia araba libica, fondata dal padre di Hannibal, Muammar Gheddafi, e annientata nel 2011 dalla Nato e dai suoi alleati islamisti, dopo che nella storia aveva aiutato tanti paesi e movimenti, compresi quelli del Libano.

Il gruppo libanese Amal, al quale appartiene l’onnipotente uomo politico Nabih Berry, presidente a vita del Parlamento, accusa la Jamahiryia di aver fatto scomparire l’imam sciita libanese Musa Sadr, nel 1978. Un caso oscuro sul quale esistono opposte versioni. In ogni modo, all’epoca Hannibal Gheddafi aveva tre anni. Eppure, l’unica accusa – senza processo – che gli viene mossa è quella di essere reticente rispetto alla sorte di Musa Sadr e al coinvolgimento dei suoi familiari. Un reato che non esiste nello stesso codice penale libanese. Fra l’altro, per la sua liberazione si è mosso perfino il governo di Tripoli, che non può certo essere definito amico della famiglia Gheddafim, essendo anzi emanazione dei gruppi armati che la Nato aiutò a prevalere nel 2011.

Nel 2023, Hannibal Gheddafi – detenuto in una cella sotterranea come risulta da recenti rivelazioni anche fotografiche  – ha intrapreso un lungo sciopero della fame che ha messo a repentaglio la sua vita e lo ha portato due volte in ospedale. In quel periodo, due gruppi italiani, Peacelink e Rete No War, avevano scritto una lettera all’ambasciata del Libano, senza ricevere risposta.

In attesa di prossime iniziative in Italia, riportiamo l’intervento dell’avvocata Bushra Khalil, sintetizzato dagli attivisti libici.

 



SINTESI DELL’INTERVENTO DELL’AVVOCATA BUSHRA AL KHALIL

 

L’avvocata libanese Bushra Al-Khalil, che per un periodo ha assistito Hannibal Gheddafi, ha affermato che la decisione di arrestarlo e imprigionato è puramente politica, in completa violazione del diritto internazionale. Ha spiegato che Hannibal fu rapito in Siria, dove era un rifugiato politico, da Hassan Yaqoub, figlio di uno degli attivisti sciiti scomparsi con Musa al-Sadr, con l’inganno.

Dopo il rapimento e il trasferimento in Libano, il ministero della Giustizia libanese viene informato dell'incidente e la divisione Informazione lo sottrae al gruppo che lo ha rapito. A quel punto, la sorella di Hannibal Gheddafi, Aisha, anch’essa esule, chiede all’avvocata Bushra al-Khalil di occuparsi del caso. Il capo dell'apparato di sicurezza libanese si dice disponibile ad ascoltarla per risolvere il problema.

Ma poco dopo, arriva un atto d'accusa contro Hannibal Gheddafi: nasconde informazioni sul caso Musa Sadr. Ma per la legge libanese non è reato che un figlio non riveli cose che riguardano un familiare. L’accusa viene presentata dal presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, e poi assegnata al procuratore che stava occupandosi del rapito. Un’ovvia interferenza politica nel lavoro della magistratura. Khalil, dunque, presenta una richiesta al presidente della Corte di cassazione: trasferire il fascicolo a un giudice istruttore ordinario, per ottenere il rilascio del detenuto.

In reazione, Nabih Berry fa ricorso a un emissario: fa pressione su Hannibal affinché revochi l’avvocata, promettendogli che così sarà libero. Il detenuto accetta. Così il lavoro legale si ferma: gli avvocati successivi sono convinti che, essendo la questione politica, tutto sia nelle mani di Nabih Berry e che non sarà la magistratura a poter risolvere la crisi.

Bahsra Khalil insiste invece sul fatto che la questione andasse (e vada) affrontata sul piano legale: “Se così fosse stato fatto, Hannibal sarebbe stato liberato in un anno. Il Libano ha ancora giudici onorevoli. Nabih Berry controlla il giudice istruttore che ha avviato il caso, ma non può controllare tutta la magistratura”. Dopo la sua revoca,l’avvocata non ha più avuto contatti con il detenuto, salvo tre mesi fa: “Mi ha chiesto di tornare a difenderlo, gli ho risposto che avrei lavorato solo sulla questione legale senza aspettare decisioni politiche. La mia linea è quella del diritto. Ma Hannibal ha obiettato che ho torto perché la magistratura in Libano non è libera ma soggetta alla politica. Non sono indignata con lui, dopo 9 anni di carcere, ha diritto di avere questi pensieri. Gli ho chiesto di pensarci, ma non sono più stata contattata. Non crede alla via legale”. 

L’avvocata Bushra al Khalil ha concluso: “E’ evidente antutti, Hannibal Gheddafi non ha alcuna responsabilità legale per la scomparsa di Musa al Sadr. Che si trovi in carcere da nove anni, è una grande ingiustizia”. 

 

 

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