Israele nega l'acqua ai prigionieri come “punizione collettiva” sistematica - Haaretz

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Israele nega l'acqua ai prigionieri come “punizione collettiva” sistematica - Haaretz

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Documenti interni dell’Ufficio del Difensore Pubblico israeliano, ottenuti dal giornale israeliano Haaretz e successivamente rilasciati alle autorità competenti, gettano luce inquietante sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi classificati per motivi di sicurezza. Secondo i rapporti, basati su visite ispettive condotte nella prigione di Ketziot, nel sud di Israele, ai detenuti è stato sistematicamente negato l'accesso all'acqua potabile per periodi prolungati, una pratica che gli stessi prigionieri hanno denunciato come una forma di "punizione collettiva".

I documenti, redatti a seguito di sopralluoghi effettuati nei mesi di maggio, giugno e settembre 2024, descrivono una politica di restrizione idrica attuata in alcune sezioni del carcere, con privazioni che duravano "circa metà della giornata". Le testimonianze raccolte dagli ispettori indicano che la negazione dell'acqua era imposta intenzionalmente come misura punitiva, e non per ragioni logistiche o di manutenimento.

La divulgazione di questi rapporti è avvenuta solo dopo un procedimento giudiziario. Il Ministero della Giustizia israeliano ha inizialmente trattenuto i documenti, citando rischi per la "sicurezza nazionale" e potenziali danni ai prigionieri detenuti nella Striscia di Gaza. Dopo una petizione presentata a gennaio dall'Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) al Tribunale Distrettuale di Gerusalemme, il Ministero ha infine consegnato sei dei rapporti all'organizzazione.

In risposta alle rivelazioni, il Servizio Penitenziario Israeliano ha negato le accuse, dichiarando di "operare in conformità con la legge" e assicurando che tutti i detenuti hanno regolare accesso all'acqua e ai beni di prima necessità. L'ultimo rapporto, relativo alla visita di settembre, afferma che la pratica di limitare l'acqua sarebbe cessata prima di quel sopralluogo – un'affermazione contestata dalle precedenti documentazioni.

 

Questa vicenda si inserisce in un quadro più vasto di critiche e denunce riguardanti il trattamento dei detenuti palestinesi nelle strutture israeliane, un tema oggetto di attenzione da parte di organizzazioni per i diritti umani da tempo.

Le testimonianze raccolte dall'Ufficio del Difensore Civico descrivono condizioni estreme: fame diffusa, drastica perdita di peso, episodi di svenimento, violenze e abusi verbali da parte delle guardie, oltre al rifiuto di cure mediche e alla limitazione dell'accesso alle aule di tribunale. Un rapporto di inizio dicembre ha rilevato che circa il 90% dei detenuti per motivi di sicurezza è costretto in celle di meno di tre metri quadrati, e migliaia di loro sono privi di un letto.

Nonostante un pronunciamento dell'Alta Corte di Giustizia israeliana nello scorso settembre, che ha stabilito il mancato rispetto degli standard di vita minimi nelle carceri e ha ordinato l'adozione di misure correttive, a novembre *Haaretz* ha riferito che le condizioni sarebbero rimaste sostanzialmente invariate, una dichiarazione nuovamente smentita dal Servizio Penitenziario.

 

Il panorama giuridico, sottolinea correttamente the Cradle, potrebbe ulteriormente complicarsi. A novembre, il governo israeliano ha presentato in Parlamento un progetto di legge per reintrodurre la pena di morte per reati di terrorismo. Critici e organizzazioni internazionali hanno avvertito che tale provvedimento, se approvato, verrebbe applicato in modo sproporzionato ai cittadini palestinesi, in particolare a coloro coinvolti in operazioni che hanno causato la morte di israeliani, e rischierebbe di violare il diritto internazionale.

Le denunce non si limitano alle strutture maschili. Ad agosto, la Palestinian Prisoners' Society ha riferito di ripetute incursioni delle forze carcerarie israeliane contro le detenute nella prigione di Damon, con l'impiego di cani poliziotto e gas lacrimogeni. Le donne, comprese quelle incinte e gravemente malate, sarebbero state sottoposte a trasferimenti umilianti, fame, negligenza medica, isolamento e abusi.

Un'inchiesta del *Washington Post* nel luglio 2024 ha ampliato lo sguardo, documentando quelle che ha descritto come condizioni "paragonabili a Guantanamo" in varie prigioni e centri di detenzione israeliani. Il reportage, basato su testimonianze oculari, documenti autoptici e rapporti di gruppi per i diritti umani, descrive nel dettaglio casi di tortura, fame, mancata assistenza medica e numerose morti in custodia. Questi abusi, secondo l'inchiesta, avvengono sia all'interno del sistema penitenziario ufficiale, sia in luoghi di detenzione non ufficiali dove sono trattenuti palestinesi prelevati dalla Striscia di Gaza.

Le rivelazioni dei rapporti dell'Ufficio del Difensore Pubblico, mentre ricevono risposte contrastanti dalle autorità, alimentano un dibattito nazionale e internazionale sempre più acceso sullo stato dei diritti e della legalità nel sistema detentivo israeliano.

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