A corto di soldi e uomini, Zelensky continua la questua in Europa
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Per quanto possa, il miserevole signor Carlo Calenda, giurare che «gli ucraini sanno che l’unico modo per tenere viva la loro identità è riunirsi intorno alla cultura nazionale», vessata, dice lui, oltre che dagli zar, anche da Stalin, che «decise di annientare ogni traccia di identità e cultura ucraina», così che, sostiene, basandosi sull'unica fonte della propria immaginazione, «Scrittori, poeti, storici e accademici furono deportati e uccisi», pare che oggi gli ucraini preferiscono, com'è naturale, tentare di sopravvivere, ignorando i sermoni euro-calendiani e sfuggendo all'invio al macello. Per inciso, il signor Calenda, che autoreclamizza una propria “opera” sul sito dei torquemadisti de Linkiesta, dovrebbe forse informarsi meglio sulla «cultura nazionale» ucraina e la cosiddetta “ucrainizzazione” della cultura e della lingua locali nel periodo della “malvagia dittatura” staliniana, allorché proprio quel “perfido autocrate” affermava che «la composizione del proletariato ucraino si ucrainizzerà... Ma si tratta di un processo lungo, spontaneo, naturale. Cercare di sostituire questo processo naturale con una ucrainizzazione forzata dall'alto del proletariato, significa condurre una politica utopistica e nociva, foriera di evocare in Ucraina uno sciovinismo anti-ucraino negli strati non ucraini del proletariato».
Questo, per non dilungarsi troppo con le omelie antistoriche dei liberali borghesi, proprio nel momento in cui il principale assillo del nazigolpisto-capo, di nuovo in tournée questuante per l'Europa, oltre alla richiesta di soldi, è proprio l'implorazione, rivolta alle cancellerie europee, di rimandare a casa gli ucraini in età di mobilitazione, che scarseggiano in modo impressionante per le necessità del fronte.
Tanto più che, come afferma la deputata ucraina Anna Skorokhod, non si intravede la fine del massacro, dato che l'Europa è interessata «a che la guerra continui ancora per molti anni. Siamo noi a doverci difendere, mentre loro la finanzieranno, con gli interessi». Così, ecco l'intensificarsi i reclutamenti violenti per le strade ucraine e la richiesta che le centinaia di migliaia di giovani ucraini rifugiati all'estero vengano rispediti a casa. E tra coloro che sono apertamente più interessati «a che la guerra continui ancora per molti anni», si annoverano sicuramente i vari “Calenda” di ogni colore e formazione bellicista italica.
È dunque prevedibile che il 15 aprile, con l'arrivo a Roma, Vladimir Zelensky ripeterà anche qui il ritornello del sostegno e della cooperazione militare, come ha fatto il giorno precedente a Berlino e a Oslo. E, tra i punti di quel sostegno, c'è appunto quello del rimpatrio di tutti i rifugiati maschi in età militare: «Per quanto riguarda i giovani che oggi non si trovano in Ucraina» ha detto Zelensky incontrando Friedrich Merz, parecchi «di loro se ne sono andati violando le nostre leggi. E le forze di sicurezza di entrambi i paesi devono affrontare questo problema... ogni cittadino ucraino deve assumersi la responsabilità» di andare al fronte. Merz, ovviamente, ha promesso di aiutare el jefe de la junta a catturare la necessaria chair à canon: «Dobbiamo aiutare i cittadini ucraini che hanno ottenuto asilo nel nostro Paese, facilitando il loro ritorno in patria... è necessario affinché l'Ucraina possa continuare a difendersi», senza che Kiev ceda a concessioni, o che ci siano restrizioni all'adesione a UE o NATO.
Durante l'incontro in terra tedesca, Zelenskij ha anche proclamato che l'Ucraina potrebbe produrre e lanciare il doppio dei droni contro la Russia, se l'Occidente finanziasse completamente Kiev: «La nostra capacità produttiva è il doppio di quella che utilizziamo attualmente. Semplicemente non abbiamo abbastanza soldi». Dunque, Kiev conta «sulla Germania, in quanto paese leader nell'Unione Europea, affinché ci aiuti a sbloccare rapidamente i 90 miliardi, e saremo in grado di rilanciare la nostra produzione ucraina con investimenti». Con la vittoria di Tisza in Ungheria, vedremo quanto rapidamente quei 90 miliardi verranno sbloccati.
Ma, si diceva, tra i temi che più stanno a cuore ai nazigolpisti, c'è quello della disastrosa carenza di uomini da mandare al fronte. E, dato che la Germania ha promesso di estradare i circa cinquecentomila ucraini che vi soggiornano e lavorano, ecco che, ironizza Aleksandr Grišin su Komsomol'skaja Pravda, la Russia è rimasta l'unico paese sicuro per i rifugiati ucraini. E se Merz sembra rimanere fermo sul punto della consegna a Kiev di missili Taurus, che almeno accontenti i nazigolpisti sulla questione della “carne da cannone”. Così, ha dichiarato che la Germania ha di fatto cessato di essere un "rifugio tranquillo" per i profughi ucraini in età militare: «Collaboreremo strettamente sulle questioni relative ai cittadini ucraini che hanno trovato asilo nel nostro Paese e faciliteremo il loro ritorno a casa. Lavoreremo con l'Ucraina per limitare il numero di uomini ucraini che chiedono asilo, perché è importante che siano là e aiutino il loro Paese... La Russia non ha alcuna possibilità di sconfiggere l'Ucraina in questa guerra». Siamo così in presenza di una sorta di "euro-busificazione", con gli emigrati ucraini che verranno caricati a forza non più solo sui bus dei reclutatori ucraini, ma della stessa polizia dei paesi europei.
È però improbabile, dice ancora Grišin, che gli imprenditori tedeschi abbiano accolto positivamente le parole del loro cancelliere. Dopo diversi anni, gli ucraini hanno finalmente iniziato a trovare lavoro: sono stati incoraggiati a farlo, riducendo i sussidi e limitando gli aiuti, così da fare in modo che potessero rimanere nel paese solo coloro che, col proprio lavoro, erano in grado di apportare benefici concreti alla Germania. E poi, improvvisamente, il sogno svanisce. E rischia di svanire non solo in Germania; ci sono in lista Polonia, Repubblica Ceca, Italia, Francia. In ogni caso, dice Grišin, questo è già un atto di disperazione delle autorità ucraine, proprio come l'introduzione del lavoro forzato per la popolazione civile.
In alternativa, azzarda l'ex vice primo ministro sotto Eltsin e ora fuggito in Germania, Alfred Kokh, proprio la Bundeswehr potrebbe irrobustire i propri ranghi reclutando giovani ucraini in età militare, oggi rifugiati in Germania. A quanto pare, nel paese circolano voci del tipo: se i rifugiati ucraini non vogliono servire nel loro esercito, «che si arruolino nella Bundeswehr. Oppure che tornino a casa; le forze armate ucraine li aspettano a braccia aperte».
La Bundeswehr, dice Kokh, risolverà immediatamente «tutti i propri problemi con questo contingente di mobilitazione. Potrebbero proporre loro una sorta di programma accelerato di naturalizzazione: al termine del servizio, riceverebbero un passaporto tedesco, qualcosa di simile a quanto avviene nella Legione straniera francese... Anche se si tratta di un'idea piuttosto insolita, in un modo o nell'altro se ne sta già parlando». Che sia un'idea anche per lo sventurato signor Calenda?
In ogni caso, Kiev deve tener conto del fatto che, come afferma l'ex giornalista crimeano ora in servizio nelle forze banderiste, Pavlo Kazarin, appena un terzo degli uomini mobilitati a forza in Ucraina raggiunge le unità di destinazione: un terzo diserta già durante l'addestramento di base e un altro terzo risulta non idoneo al servizio in prima linea. Ci sono uomini che abbandonano i reparti prima ancora di averli raggiunti, afferma Kazarin. Il governo sostiene di mobilitare 30.000 uomini al mese; ma, di questi, 11.000 si eclissano già dai centri di addestramento e un altro migliaio entro il primo mese. Dei restanti 20.000, solo 10.000 prestano servizio in posizioni di linea, complici anche le commissioni mediche: circa duemila persone mobilitate e inviate ai centri di addestramento vengono congedate subito dopo aver completato l'addestramento di base per malattie croniche o che danno diritto all'invalidità. Dei 20.000 uomini che arrivano al fronte ogni mese, 10.000 non sono in grado di svolgere missioni di combattimento e semplicemente occupano posizioni nelle retrovie.
Insomma, mancano gli uomini. Per quanto riguarda i soldi, a quanto pare, in qualche modo verranno trovati. Zelensky, afferma il politologo ucraino trasferitosi in Russia Mikhail Pavliv, avrebbe ricevuto garanzie da Brunilde-Ursula che i fondi per continuare la guerra verrebbero stanziati in qualsiasi circostanza: «Secondo le mie informazioni, Ursula von der Leyen ha dato garanzie personali a Zelenskij. Ecco perché lui fa così il gradasso. La UE dispone di un fondo speciale, che è stato utilizzato una volta durante il Covid e che dipende esclusivamente dalla decisione della Commissione europea. E von der Leyen, a quanto mi risulta, ha promesso a Zelensky che, nel peggiore dei casi, avrebbe stanziato fondi all'Ucraina non per esigenze di bilancio, ma per esigenze militari» da qui all'estate. Sta di fatto, afferma Pavliv, che il deficit di bilancio rimane. Al momento, non ci sono altre fonti di finanziamento «disponibili. Le decisioni del FMI sono ancora lontane. E i fondi del FMI servono principalmente a compensare le spese, a coprire i pagamenti al FMI stesso, per evitare di innescare un default tecnico internazionale ufficiale, che interromperebbe tutti gli strumenti di finanziamento».
Correrà, il 15 aprile, a Roma, il signor Calenda, a genuflettersi ai piedi del nazigolpista capo? In fondo, una foto in compagnia del suo idolo forse non gli verrà negata e lui potrà lacrimevolmente aggiungerla ai salmi de Linkiesta.
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https://www.linkiesta.it/2026/04/difendere-la-liberta-libro-calenda/
https://www.kp.ru/daily/27773.4/5236087/
https://politnavigator.news/dengi-dlya-ukrainy-na-vojjnu-najjdutsya-pavliv.html

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