Al Mayadeen: tregua in Libano in arrivo dopo la pressione iraniana, ma resta l'incognita Netanyahu

Fonti iraniane annunciano una settimana di silenzio delle armi, legata a doppio filo ai negoziati in corso con Washington. Ma da Teheran filtra il timore di un sabotaggio all'ultimo minuto da parte del premier israeliano

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Al Mayadeen: tregua in Libano in arrivo dopo la pressione iraniana, ma resta l'incognita Netanyahu

Pare che una tregua sia imminente anche sul fronte libanese, come riferisce l’emittente Al Mayadeen. Non si tratta di una pace duratura, nessuno è così ingenuo da pensarlo, ma di una finestra di una settimana, un intervallo prezioso strappato con le unghie e con i denti dalla pressione incessante della diplomazia iraniana.

Secondo quanto trapela da fonti vicine al dossier politico e di sicurezza di Teheran, l’annuncio dovrebbe arrivare in serata. Un alto funzionario ha confidato che il via libera è frutto di un pressing costante e meticoloso esercitato dall’Iran. La durata concordata non è casuale: sette giorni esatti, un arco temporale pensato per coincidere con la scadenza del periodo di cessate il fuoco già in essere, seppur traballante, tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. È un gioco di specchi e di calendari dove il destino del sud del Libano sembra essere stato legato a doppio filo ai colloqui che si svolgono a migliaia di chilometri di distanza.

Ma la cautela resta d’obbligo, ed è proprio da Teheran che arriva l’avvertimento più esplicito. La variabile impazzita di questo complicato equilibrio porta un nome e un cognome: Benjamin Netanyahu. Le stesse fonti che annunciano la tregua non nascondono la preoccupazione per possibili colpi di coda del Primo Ministro israeliano, descritto senza mezzi termini come un elemento capace di sabotare l’intesa all’ultimo minuto utile. La speranza dei mediatori iraniani è riposta tutta nella capacità di Washington di esercitare il ruolo di "sponsor" e di "partner responsabile", quello che dovrebbe tenere al guinzaglio gli impulsi più bellicosi del suo storico alleato guerrafondaio.

In questo clima di sospensione, la Resistenza libanese osserva la scena dalla posizione di chi ha guadagnato sul campo il diritto di dettare alcune condizioni. Le parole del direttore dell'ufficio di Al Mayadeen a Beirut risuonano chiare in questo contesto: i successi ottenuti sul terreno hanno trasformato la dinamica del negoziato, imponendo elementi di forza che fino a poche settimane fa sembravano impensabili. Intanto, dall’altra parte della frontiera, i vertici politici e militari israeliani si preparano a riunirsi nel gabinetto di sicurezza proprio stasera per votare la proposta USA. Se i calcoli politici interni allo Stato ebraico lo consentiranno, il silenzio delle armi potrebbe cominciare già con le prime luci dell’alba.

Questa pausa è conseguenza diretta di una trattativa più ampia, iniziata l’11 aprile a Islamabad, dove l’Iran ha posto una condizione tanto semplice quanto perentoria: non ci sarà alcun accordo con Washington se prima non verranno fermati gli attacchi contro il Libano. L’amministrazione USA, in quei frangenti, sembrava aver recepito il messaggio, concordando verbalmente su una tregua tangibile che abbracciasse l’intera Asia Occidentale, con un’enfasi particolare proprio sul sud del Libano, dove i raid sulle infrastrutture civili venivano giudicati da Teheran come una palese violazione dello spirito dei colloqui.

Eppure, per gli USA la parola data sembra come scritta sulla sabbia. Nelle ore successive a quell’intesa preliminare, una telefonata tra il Presidente Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha gettato un’ombra di ambiguità sull’intera impalcatura. Secondo indiscrezioni raccolte da fonti diplomatiche, la posizione statunitense avrebbe subito una brusca sterzata dopo quella chiamata. Se prima di alzare la cornetta gli inviati statunitensi sembravano accettare un quadro regionale esteso che includeva il cessate il fuoco in Libano, subito dopo la conversazione l’interpretazione è stata rimangiata, creando non poca confusione tra gli osservatori e nei corridoi delle capitali mediorientali.

Il Pakistan, che con fatica si era ritagliato il ruolo di mediatore, aveva annunciato pubblicamente che l’intesa si applicava "ovunque", invitando formalmente le delegazioni a proseguire il dialogo e mettendo in guardia tutti dal rischio che le ostilità israeliane potessero mandare all’aria il già precario processo di pace. Ora, mentre la serata si avvicina e i gabinetti si preparano al voto, resta da capire se prevarrà la linea della de-escalation imposta dalla pressione iraniana o se l’ombra del sabotaggio paventato da Teheran si materializzerà.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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