La resistenza dell'Iran mette alla prova la strategia USA
L'escalation militare avviata dagli USA contro l’Iran ha raggiunto una nuova fase. Dopo mesi di combattimenti, Teheran rivendica di aver superato l'impatto della massiccia offensiva lanciata da Washington il 28 febbraio e di essere tornata pienamente in grado di condurre operazioni offensive coordinate su scala regionale. Le ultime azioni, rivendicate nell'ambito dell'Operazione Nasr-2, hanno colpito numerose installazioni militari statunitensi in Bahrain, Giordania e Kuwait, confermando un cambio di strategia: dalla difesa alla pressione costante contro la presenza USA in Asia occidentale. Tra gli obiettivi più significativi figura il data center di Amazon Web Services (AWS) in Bahrain, che secondo le autorità iraniane svolgerebbe un ruolo chiave nell'elaborazione di dati e nel supporto informativo alle operazioni del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM). Dopo un primo attacco, i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno annunciato di aver distrutto anche l'ultimo edificio rimasto in piedi della struttura, definita un nodo fondamentale dell'intelligence militare statunitense.
Parallelamente, droni iraniani hanno colpito le basi di Sheikh Isa in Bahrain, Al-Azraq e Prince Hassan in Giordania, oltre a Camp Al-Doha in Kuwait. Secondo le dichiarazioni ufficiali di Teheran, gli attacchi hanno preso di mira hangar, depositi logistici, magazzini di munizioni, infrastrutture per la manutenzione di droni e velivoli, oltre a strutture destinate al personale americano. L'IRGC afferma inoltre di aver distrutto un vasto deposito di munizioni nella base statunitense di Ali Al-Salem e diverse caserme, provocando vittime e feriti tra i militari USA. Washington, finora, non ha confermato queste informazioni. Le autorità iraniane sostengono che gli Stati Uniti starebbero occultando il reale bilancio delle perdite subite nei cinque mesi di guerra. Secondo i Guardiani della Rivoluzione, i caduti nordamericani sarebbero nell'ordine delle centinaia, mentre il numero dei feriti sarebbe molto più elevato rispetto ai dati ufficialmente comunicati. A sostegno di questa tesi viene citato il continuo trasferimento di militari feriti verso ospedali statunitensi in Germania.
Sul fronte opposto, gli Stati Uniti hanno proseguito la campagna di bombardamenti sul territorio iraniano, giunta alla tredicesima notte consecutiva. Secondo fonti iraniane, sono state colpite sedici città, tra cui Bandar Abbas, Ahvaz, Khorramabad e diverse località strategiche lungo il Golfo Persico. Le autorità locali riferiscono di vittime civili, feriti e danni alle infrastrutture, mentre la difesa aerea iraniana sarebbe entrata in azione in numerose province. Teheran sostiene inoltre di aver intercettato e abbattuto un missile da crociera Tomahawk statunitense nella provincia di Kerman, episodio che, se confermato, rappresenterebbe un ulteriore segnale della capacità iraniana di contrastare gli attacchi a lunga distanza. Dal punto di vista militare, il dato più rilevante riguarda la forza dimostrata dall'apparato difensivo iraniano. Se l'obiettivo iniziale di Washington era quello di paralizzare la catena di comando e ridurre drasticamente la capacità missilistica della Repubblica Islamica, gli ultimi sviluppi suggeriscono che Teheran sia riuscita a ricostruire gran parte delle proprie capacità operative. I vertici militari iraniani affermano che la produzione di missili e droni non si è mai interrotta durante il conflitto. Secondo il portavoce delle Forze Armate, le nuove armi entrano direttamente in servizio man mano che vengono prodotte, compensando le perdite subite sul campo. Il ministro della Difesa ad interim ha inoltre sostenuto che la guerra abbia accelerato lo sviluppo delle tecnologie militari nazionali, rafforzando ulteriormente l'autonomia dell'industria bellica iraniana. Resta alta anche la tensione sullo Stretto di Hormuz.
Dopo le minacce del presidente statunitense Donald Trump di colpire ulteriormente le infrastrutture iraniane qualora venisse compromessa la sicurezza della navigazione, fonti militari di Teheran hanno ribadito che qualsiasi attacco contro centrali elettriche, ponti o impianti energetici iraniani provocherebbe una risposta diretta contro infrastrutture strategiche collegate agli interessi americani nella regione. Il conflitto sembra così entrare in una fase di logoramento per gli Stati Uniti destinata a protrarsi nel tempo. Se nei primi giorni della guerra Washington puntava a ottenere una rapida superiorità militare, oggi lo scenario appare diverso: l'Iran dimostra sul campo di poter assorbire i colpi, rigenerare il proprio arsenale e mantenere una pressione costante sulle basi statunitensi e sui loro alleati regionali, trasformando lo scontro in una guerra di attrito dagli esiti sempre più incerti. Per diversi osservatori Trump sarebbe in trappola: la guerra è strategicamente persa per gli Stati Uniti.
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