Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi

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Libia 2011: quando la Nato supportò al Qaeda contro Gheddafi

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Piccole Note
 

In Libia la Nato intervenne in supporto di al Qaeda. Lo rivela il documentato studio di Alan J. Kuperman, che ha analizzato l’immane documentazione pubblicata al tempo dai rivoltosi sul web. Fonti dirette, dunque, inequivocabili.


Nell’articolo pubblicato sul National Interest il professore della lbj School of Public Affairs di Austin (Texas) dettaglia quanto avvenne in quel fatidico 2011, quando la Libia fu teatro di un’insurrezione contro Muammar Gheddafi, travolto poi dall’intervento Nato.


Libia: falsità di una narrazione


Kuperman rammenta quanto ormai acclarato da indagini precedenti, che cioè l’intervento dell’Occidente ebbe “false giustificazioni”.


Non era vero che Gheddafii stesse “massacrando civili”, in realtà il regime stava contrastando “con attenzione delle forze ribelli che avevano attaccato per prime”.


In secondo luogo, l’apparente “missione umanitaria” era in realtà un’operazione di regime-change che accrebbe “il bilancio delle vittime di almeno dieci volte, promuovendo l’anarchia che ancora persiste”.


La narrazione ufficiale vuole che i disordini libici abbiano avuto inizio con proteste pacifiche, contro le quali. Il regime avrebbe usato la forza letale, costringendo i manifestanti a prendere le armi.


“Questi ribelli dilettanti – secondo tale narrazione – presero poi il controllo della Libia orientale in pochi giorni, spingendo Gheddafi a schierare forze per commettere un genocidio, che fu interrotto solo dall’intervento” Nato.


In verità, “studiosi e gruppi per i diritti umani hanno da tempo smentito parti fondamentali di questa narrazione: la rivolta è stata violenta sin dal primo giorno, il regime ha preso di mira i militanti e non i manifestanti pacifici e Gheddafi non ha minacciato nemmeno verbalmente i civili disarmati”.


La Nato in soccorso di Al Qaeda


Resta però il mistero su chi “ha effettivamente realizzato la ribellione nella Libia orientale”, ovvero su quei “militanti che hanno salvato i manifestanti dalla sconfitta e hanno aiutato a rovesciare Gheddafi”.


La narrazione convenzionale suggerisce “improbabilmente” che i pacifici manifestanti, “reagendo spontaneamente alla violenza del regime, si siano in qualche modo impossessati di armi e abbiano conquistato metà del Paese in una settimana”.


“La verità ha molto più senso: la ribellione è stata guidata da veterani islamici delle guerre in Afghanistan, Iraq e Libia. Pertanto, gli Stati Uniti e i suoi alleati, non rendendosene conto in quel momento, intervennero per sostenere Al Qaeda”.


Questo, in sintesi, quanto scoperto da Kuperman, che dettaglia giorno per giorno, scontro per scontro, i primi giorni di insorgenza.


E spiega come in realtà Gheddafi fu più che moderato rispetto ai manifestanti pacifici, “facilitando in tal modo la rivoluzione di al Qaeda”.


Egli, infatti, “ha perseguito la riconciliazione politica con gli islamisti, liberando centinaia di prigionieri, che lo hanno ricambiato rovesciandolo e uccidendolo”.


“In secondo luogo, all’inizio del 2011, Gheddafi si è astenuto da compiere forti ritorsioni contro l’insurrezione armata per evitare di recare danno ai civili, ma ciò ha dato slancio agli insorti e ha incoraggiato altri libici a unirsi a loro, aiutandoli a conquistare rapidamente l’Oriente”.


Il leader libico, sostiene Kuperman, avrebbe invece avuto facilmente la meglio sugli insorti se non si fosse aperto a una riconciliazione con i suoi avversari e avesse lasciato in galera gli islamisti.

 

Al Qaeda, dalla Libia alla Siria


Per Kuperman gli errori di valutazione dell’Occidente furono causati da una mancanza di approfondimento da parte di media, intelligence e politici. Lettura minimalista, che nulla toglie al coraggio dell’autore dello studio.


Resta però arduo credere che l’intelligence Usa, che dopo l’attentato alle Torri Gemelle monitorava costantemente al Qaeda, non fosse a conoscenza che i bastioni della rivoluzione anti-Gheddafi nella Libia orientale coincidevano con i presidi di al Qaeda.


Insomma, una grande menzogna, la narrazione della rivolta libica propagandata allora, che nonostante tutto perdura.


Pur non potendo negare la tragedia prodotta dall’intervento, evidente dal caos in cui è sprofondata la Libia, resta comunque consegnata alla storia l’idea di un regime che ha massacrato civili inermi, che andava comunque rovesciato.


Solo, è l’autocritica di oggi, occorreva una pianificazione’ più accurata, che prevedesse un nuovo ordine post-Gheddafi.


Ma al di là, la scoperta che l’intervento della Nato in Libia è stato in supporto di al Qaeda non ha solo implicazioni storiche. Riguarda anche il presente. Basti pensare alle Siria, dove l’ambigua convergenza tra Occidente e al Qaeda si è
replicata, in maniera altrettanto tragica, contro Assad.


Ma sul punto torneremo, limitandoci per ora a registrare che l’ultima enclave siriana di al Qaeda vacilla: l’esercito di Assad, infatti, sembra sul punto di riprendere il controllo di Khan Sheikhoun, città chiave dell’enclave di Idlib, ultimo baluardo del Terrore nella Siria tornata sotto il controllo di Damasco (resta agli Usa il Nord Est). Potrebbe rappresentare un punto di svolta decisivo dopo otto anni di tragedie inenarrabili.

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