Salario minimo e Direttiva UE: perché l'Italia ha scelto di non applicare le tutele europee

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Salario minimo e Direttiva UE: perché l'Italia ha scelto di non applicare le tutele europee

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L’Italia non applica la direttiva europea 2022/2041 sui salari minimi adeguati, una decisione ben ponderata dal Governo, del resto il salario minimo a detta del Cnel sarebbe già incluso nei contratti nazionali di comparto sottoscritti dai sindacati maggiormente rappresentativi.
 
La rinuncia alla delega legislativa da parte del governo rinvia alcune decisioni dentro un quadro normativo che necessiterà di qualche revisione in materia di rappresentatività sindacale. 
 
L' austerità salariale, la discesa agli inferi delle buste paga negli appalti e nei subappalti consegna alla mera retorica questioni dirimenti che in teoria dovrebbero essere disciplinate dai principi costituzionali per muovere e guidare le norme legislative, stiamo parlando delle retribuzioni eque e giuste, della lotta alla concorrenza sleale, dei contratti pensati appositamente per abbassare il costo del lavoro e di conseguenza le retribuzioni, parliamo dell'inutile proliferazione dei Ccnl e dei comparti di contrattazione  (la causa originaria fu quella di favorire le privatizzazioni).
 
Leggeremo le deleghe governative, nel frattempo sarebbe utile fare i conti, una volta per tutte, con la erosione dei salari e delle pensioni, la delega dei datori al Governo concretizzatasi nella riduzione delle tasse sul lavoro.

Sono tutti concetti detti e ridetti ma senza mai avere una replica seria dalle controparti, ad esempio le imprese come hanno utilizzato i soldi risparmiati con i mancati aumenti salariali? E le risorse mancanti al welfare, impiegati a finanziare i tagli alle tasse sul lavoro, quanti e quali servizi hanno indebolito?
 
Facciamo una volta per tutte un serio bilancio degli incentivi e dei bonus prima di ritrovarceli dentro i futuri decreti come soluzioni pratiche per il mondo del lavoro.
 
La questione della rappresentanza è un'arma a doppio taglio per qualsivoglia Governo che potrebbe essere accusato di avere favorito un sindacato amico con la introduzione di qualche norma. E un'altra domanda dovrebbe riguardate il Testo unico sulla rappresentanza nel lavoro privato la cui sottoscrizione è condizione essenziale per accedere alle elezioni Rsu che nel frattempo, in diversi comparti, non si tengono più favorendo le Rappresentanze aziendale dei soli sindacati firmatari di contratto, sindacati poi legati a doppio filo a previdenza e sanità integrativa.
Il ruolo delle Rsu è stato all'insegna della democrazia o di una farsa democratica con innumerevoli materie sottratte nel tempo alla contrattazione? Esiste una rappresentanza migliore e democratica da proporre in alternativa alle attuali RSU?
 
Poche e frettolose considerazioni che inducono a qualche riflessione non solo sul concetto di rappresentanza sindacale ma sulla assenza della democrazia nei luoghi di lavoro, su un impianto che calcola la rappresentatività in base alle deleghe sindacali e alla firma dei CCNL che offre agibilità sindacale per tenere assemblee e consulenze in orario lavorativo. E una considerazione andrebbe sempre fatta sul diritto di sciopero, sui servizi minimi essenziali estesi alla logistica oggi, ai beni culturali qualche anno fa e originariamente, dal 1990, a servizi pubblici e pubblica amministrazione, norme che hanno limitato l'esercizio del diritto di sciopero con il solo obiettivo di erodere il potere contrattuale dei sindacati. E limitato il diritto di sciopero ha avuto inizio l'austerità salariale.
 
In Italia mancano poi poche regole ma essenziali come l'obbligo di applicare negli appalti e nei subappalti lo stesso contratto applicato dalla committenza superando il cosiddetto contratto confor me che spesso e volentieri non produce uguaglianza di trattamento nella forza lavoro della medesima filiera produttiva. E poi manca l'obbligo, negli appalti e nei subappalti, di prevedere risorse aggiuntive per la contrattazione di secondo livello , quella parte di salario che per quanto riconosciuta da ogni contratto non viene presa in esame per milioni di lavoratori e lavoratrici. 
E ogni Governo, a prescindere dal colore politico, dovrebbe in tempi come i nostri prendere in esame la nozione di sfruttamento, aggiornarla una volta per tutte al fine di attuare quella ricognizione nel mondo del lavoro mancante da decenni.
 
Ebbene siamo consapevoli che fino ad oggi in assenza di principi guida e di regole invalicabili (l'esatto contrario del sistema delle deroghe contrattuali) sia stato possibile  allungare ogni oltre limite l’orario di lavoro, accorciare i periodi di riposo, saltare il riposo settimanale, non prendere in esame le materie di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, sottoporre i salariati a sorveglianza stretta. E alla fine  lo sfruttamento della forza lavoro è andato avanti allargandosi sotto i nostri occhi, di questo dovremmo parlare prima di assuefarci alla ineluttabilità dello sfruttamento, della insicurezza, dei bassi salari. E forse siamo quasi fuori tempo massimo per farlo avendo atteso troppo tempo perdendo di vista le questioni essenziali: potere di acquisto e di contrattazione, libertà di sciopero e di rappresentanza, questi sono i soli principi per i quali valga la pena di spendere qualche parola.
 
 

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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