Il nuovo saggio di Thomas Piketty. perché l’istruzione universale è l’unica via per salvare democrazia e clima
di Michele Blanco
L’economista Thomas Piketty analizza l’andamento degli investimenti statunitensi nell’istruzione nel corso degli anni, con risultati molto eclatanti, come la costante e progressiva riduzione, in termini di risorse e finanziamenti, con gli effetti gravissimi che questa tendenza ha indubbiamente prodotto con il passare degli anni.
Le diseguaglianze economiche, nel reddito e nelle proprietà, sono sempre espressione di diseguaglianze di “capitale umano” (si veda, in particolare, in T. Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, Milano 2020, dove, tra le altre tesi interessanti, sostiene che la diffusione dell’istruzione universale è uno dei determinanti, forse il più importante, della crescita della produttività del lavoro e di una distribuzione egualitaria dei redditi primari), sono quindi fenomeni emergenti di realtà che rimandano a molte variabili sociali, soprattutto alla formazione scolastica e alla sua qualità. Per ridurre le diseguaglianze la prima cosa essenziale da fare è investire in educazione e formazione, sia a livello nazionale che a livello internazionale. Sembra molto chiaro e evidente che oggi è impensabile immaginare un futuro migliore per l’Africa e quindi per il mondo se i Paesi più ricchi non inizieranno ad investire in educazione dei bambini e giovani africani invece di investire, come stanno facendo, in riamo. Questo è la tesi di fondo da sempre sostenuta da Thomas Piketty.
La diseguaglianza è molto probabilmente il tema economico e sociale più importante dell’attuale mondo contemporaneo.
Thomas Piketty è l’economista che certamente di più in questi ultimi anni ha contribuito a riportare il tema della diseguaglianza (si veda T. Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, Milano 2020, dove a ci spiega come «la storia di ogni società è la storia della lotta delle ideologie e della ricerca di giustizia», p. 1169),al centro del dibattito sul presente e futuro del capitalismo. Piketty nei suoi lavori ha sempre dedicato una particolare attenzione alla proprietà sociale, dando ampio spazio all’evoluzione e alla lenta (e purtroppo scarsa) diffusione dei modelli di cogestione aziendale germanico-scandinavi, in cui i lavoratori hanno diritto a una rappresentanza nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. Soluzione il cui successo sarebbe costantemente testimoniato e verificato dalla contemporanea presenza di alti livelli di produttività e di molte contenute disuguaglianze economiche e sociali presenti nei Paesi scandinavi soprattutto. Tuttavia, questo modello è rimasto molto sottovalutato e confinato nei paesi in cui ha avuto origine (anche per una iniziale preferenza per la proprietà pubblica, cioè per le nazionalizzazioni, da parte dei partiti socialisti del resto d’Europa). Anche in Germania e Svezia, a detta di Piketty, si è configurato più come un tentativo parziale che come una vera e propria soluzione strutturale. Per questo quella della proprietà sociale viene definita come «una storia incompiuta».
In questo suo libricino, che è la traduzione di una conferenza del 2022, ci offre una sintesi del suo pensiero e delle molte ricerche del suo team. Per Piketty la diseguaglianza presente in un dato Paese, di reddito o di patrimoni, deriva dal risultato soprattutto di scelte politiche, dal sistema fiscale ai beni pubblici. E fin qui non ci stupiamo. Quando invece leggiamo che «l’aumento della spesa per l’istruzione ha rappresentato un fattore di emancipazione individuale, di equità, di prosperità tale da comportare a sua volta sia una riduzione delle diseguaglianze sia una crescita della produttività e del livello di vita», (p. 56), forse qualcuno resterà più sorpreso. E poi continua: «Negli anni 50, negli Stati Uniti, il 90% di una certa fascia d’età è scolarizzata fino al liceo, contro il 20% in Germania Francia o Giappone. Negli anni 80 con l’arrivo al potere di Ronald Reagan, il paese perde questa sua specificità» (p. 79). Potremmo quindi certamente affermare che i gravi problemi sociali, ma anche di tenuta democratica nella società, che gli Usa stanno incontrando, dipendono significativamente dal disinvestimento in istruzione della generazione passata i cui effetti si fanno sentire oggi, e domani. E potremmo anche dedurre che se l’Italia non inizierà nuovamente ad investire nella istruzione dei bambini e dei giovani almeno come fece a partire dal dopoguerra, la qualità della nostra uguaglianza, e quindi della democrazia, non potrà che continuare a peggiorare.
Il libro si apre e si chiude con lo stesso importante appello: «Non esisterà uscita dalla crisi del cambiamento climatico, non esisterà riconciliazione possibile tra uomo e natura, senza una drastica riduzione delle diseguaglianze e senza un nuovo sistema economico, radicalmente diverso dal sistema capitalistico attuale» (p. 13). E così si chiude: «Non è immaginabile una soluzione credibile alla sfida contro il riscaldamento senza una drastica riduzione delle diseguaglianze» (p. 98). Un appello che nel l’ultima pagina assume la forma di una profezia socio-economica: «Quando le conseguenze del cambiamento climatico incideranno sul la vita di ciascuno in misura molto più concreta, non sarà impossibile che gli atteggiamenti nei confronti del sistema economico cambino con considerevole rapidità» (p. 106).
Inutile sottolinearlo che siamo di fronte ad un’analisi molto seria e approfondita di chi guardando il passato e il presente dell’economia ci dice con il linguaggio dei numeri ciò che i governi occidentali fanno finta di non sapere. Perché Piketty non ha seguito il consiglio che Benedetto Croce dette a Vilfredo Pareto e ai suoi colleghi economisti: «Risparmiatevi la pena di filosofare: calcolate, e non pensate» (1901). Piketty ha invece pensato, mentre calcolava, controllando e verificando dati e statistiche, e invita tutti noi a pensare, anche con i suoi calcoli.
Ma il suo appello a tutti noi è quello di finirla di fare finta di nulla e impegnarci per cambiare le politiche neoliberiste per potere pensare a un sistema economico più giusto, con il ritorno alla reale redistribuzione dei redditi e con al centro l’accesso all’istruzione di qualità per tutti.

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