Tra minacce e retromarce: la crisi che espone i limiti della strategia USA
Il fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad segna un nuovo punto di svolta in una crisi già esplosiva, con il rischio concreto di un’escalation militare nello strategico stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump ha annunciato misure drastiche, tra cui un blocco navale immediato della rotta marittima, accusando Teheran di “estorsione globale” e di non aver rispettato gli impegni presi. Il nodo centrale resta il programma nucleare iraniano: Washington ha ribadito la linea dura sull’arricchimento dell’uranio, mentre Teheran rivendica il proprio diritto sovrano a sviluppare energia nucleare a fini civili.
Nonostante alcuni progressi su questioni secondarie, i colloqui si sono arenati proprio su questo punto cruciale. La risposta iraniana non si è fatta attendere. Ebrahim Azizi ha liquidato le dichiarazioni di Trump come “retorica vuota”, definendole il comportamento “naturale di un presidente sconfitto”. Secondo Teheran, gli Stati Uniti non sarebbero riusciti a influenzare il tavolo negoziale e starebbero tentando di compensare con mosse dimostrative sul piano militare. In questo contesto si inserisce un episodio ad alta tensione: il tentativo di due cacciatorpediniere statunitensi, tra cui la USS Michael Murphy (DDG-112), di attraversare lo stretto.
Secondo fonti iraniane, l’operazione si sarebbe trasformata in un fallimento, con le navi costrette a ritirarsi dopo essere state intercettate e puntate da missili e droni della Guardia Rivoluzionaria. Lo stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, si conferma così il vero epicentro della crisi. Il suo controllo rappresenta una leva geopolitica enorme, capace di influenzare i mercati energetici globali e gli equilibri strategici. Mentre gli Stati Uniti parlano di “libertà di navigazione”, l’Iran ribadisce la propria autorità sulla gestione della rotta e avverte che qualsiasi incursione militare sarà affrontata con fermezza.
Il fragile cessate il fuoco rischia quindi di trasformarsi in una pausa temporanea prima di un nuovo confronto. In un mondo sempre più multipolare, la crisi dello stretto di Hormuz non è solo uno scontro regionale, ma un banco di prova per i nuovi equilibri globali, dove la forza militare, la sicurezza energetica e la sovranità nazionale si intrecciano in modo sempre più esplosivo.
LA NOTIZIA CHE HAI LETTO FA PARTE DE "Il MONDO IN 10 NOTIZIE" - LA NEWSLETTER CHE OGNI GIORNO ALLE 7.00 DEL MATTINO ARRIVA NELLE EMAIL DEI NOSTRI ABBONATI.
SCOPRI COME ABBONARTI A L'ANTIDIPLOMATICO E SOSTENERE LA NOSTRA LUNGA MARCIA
CLICCA QUI

1.gif)
