Ginevra, atto secondo

C'è ancora spazio per un soluzione diplomatica alla crisi siriana?

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Ginevra, atto secondo


di Mara Carro


Il piano Kerry-Lavrov.
Il 7 maggio, Russia e Stati Uniti hanno annunciato che avrebbero cercato di convocare una Conferenza internazionale per porre fine alla guerra civile in Siria e che avrebbero intensificato la loro azione diplomatica sulle parti in lotta per trovare una soluzione politica al conflitto. L’annuncio segue gli incontri tenuti a Mosca dal Segretario di Stato americano John Kerry con il presidente russo, Vladimir Putin, e con il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov.   
 
Il Piano di Ginevra. Obiettivo della conferenza è l’attuazione del Piano di Ginevra, concordato dalle potenze mondiali lo scorso giugno nella città svizzera.  Il 30 giugno, a Ginevra, il Gruppo di Azione per la Siria, composto dai delegati dei cinque membri permanenti in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e i rappresentanti di Turchia, Qatar, Iraq e Kuwait, Ue e Lega Araba, ha raggiunto un accordo sul progetto di “governo di unità nazionale” presentato dall’ex inviato congiunto di Lega Araba e ONU per la Siria, Kofi Annan.  
Dopo il sostanziale fallimento del primo “piano di pace in sei punti” proposto da Annan, il nuovo accordo delle grandi potenze prevedeva la creazione di un nuovo organo esecutivo di transizione, inclusivo sia delle opposizioni che dei membri dell’attuale regime scelti sulla base di un “mutuo consenso”, una riforma costituzionale ed elezioni libere. Tuttavia il ruolo riservato ad Assad non veniva chiarito, restando così suscettibile delle diverse interpretazioni a cui il documento approvato si esponeva e che sono risultante evidenti nelle dichiarazioni successive al vertice.
 
Il nodo Assad. Mentre il bilancio dei morti del conflitto armato in corso in Siria si aggravava, il Piano di Ginevra non ha mai trovato attuazione. 
L’incertezza sul ruolo di Assad risulta centrale anche nel nuovo tentativo russo-americano di rilanciare il progetto di Ginevra. Mentre la Coalizione nazionale siriana, principale gruppo di opposizione al governo del presidente Assad, e gli Stati Uniti non includono Assad in un governo di transizione, la Russia non è dello stesso avviso. Mosca, anche a tutela dei suoi interessi legati allo sbocco sul Mediterraneo attraverso la base navale di Tartus, continua ad opporsi a qualunque interferenza esterna nelle questioni siriane, in applicazione di un rigoroso principio di sovranità.
 
Verso il fallimento? Al momento le parti in lotta non hanno mostrato molto interesse per la via diplomatica. 
La Coalizione nazionale siriana si riunirà il 23 maggio per discutere la proposta presentata da Usa e Russia mentre Assad, in un’intervista al quotidiano argentino El Clarin, si è detto scettico circa la possibilità che “una conferenza politica possa fermare il terrorismo”. Nella retorica del governo siriano i ribelli sono sempre equiparati a terroristi. Assad ha accusato i paesi occidentali di “non volere in realtà una soluzione per la Siria” e altre potenze di “sostenere il terrorismo”. Il presidente siriano ha anche chiarito che non si dimetterà e che sarebbero stati i siriani a decidere il suo futuro politico alle elezioni presidenziali del 2014.
 
Il nodo armi. Altro punto dibattuto all’indomani dell’annuncio dell’intesa tra Kerry e Lavrov sono le consegne internazionali di armi alla Siria. Sotto accusa, soprattutto da parte israeliana, la fornitura alla Siria di quattro batterie di missili terra-aria S-300 e di missili Yakhont da parte della Russia. 
La notizia della fornitura dei missili S-300, che si innesta sia sul dibattito su un’eventuale imposizione di una no-fly zone in Siria che sui raid attribuiti ad Israele in territorio siriano, è stata al centro di un colloquio a Sochi, in Russia, tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente russo Putin. Il timore di Israele è che queste armi possano passare sotto il controllo di Hezbollah. 
Mosca sostiene che le forniture rispondono a quanto previsto da accordi in materia di difesa siglati da Russia e Siria prima dell’inizio del conflitto e che in alcun modo alterano gli equilibri delle forze nella regione.
 
Le incognite della transizione. Oltre al ruolo di Assad nell’equazione, manca ancora una soluzione concordata su cosa dovrebbe essere la Siria in futuro, sul come opererà la giustizia di transizione e a chi sarà consentito prendere parte al governo di transizione. A ciò si aggiunga la mancanza di unità tra le fila dell’opposizione e le difficoltà incontrate nella creazione di un governo di transizione che amministri le zone liberate dai ribelli oltre al ruolo di attori esterni al conflitto. 
Al momento, e la battaglia di Qusayr ne è la prova, le parti in lotta sembrano convinte di poter continuare a guadagnare di più da un confronto armato che dalla diplomazia. Considerazione che mette in dubbio la riuscita del compromesso Kerry-Lavrov.

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