100 anni di Fanon. Con Gaza negli occhi e la decolonizzazione 2.0 nel cuore

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100 anni di Fanon. Con Gaza negli occhi e la decolonizzazione 2.0 nel cuore


di Alex Marsaglia

Mentre la strage di Gaza continua toccando vette di disumanizzazione mai raggiunte prima e l’Iran, con l’aiuto di Cina e Russia, tenta di riorganizzarsi per arginare la Grande Israele che sta strabordando in Siria; dall’Africa arriva la notizia che il Senegal dopo 65 anni ha ufficialmente cacciato l’ultimo contingente militare francese presente nel Paese, requisendo la base di Camp Geille. Il capo delle Forze Armate senegalesi Mbaye Cissé ha parlato di un nuovo partenariato in cui vi sarà finalmente il “rispetto reciproco e la sovranità di ciascuna parte”. Lo scorso marzo era avvenuto il ritiro delle truppe francesi dai siti di Camp Maréchal, Camp Saint-Exupéry, Contra-Amiral Protet e Rufisque tornati tutti sotto il comando senegalese. Così, dopo le imprese dell’AES, siamo davanti ad un altro pezzo di storia di Françafrique che se ne va, in nome di una maggior indipendenza e sovranità delle popolazioni locali che tornano a riaffermare l’autodeterminazione, cacciando la presenza militare straniera e accodandosi alla protesta delle altre potenze locali contro le politiche di sicurezza anti-jihadiste. Una simile spinta identitaria africana si identifica ormai sempre più come tendenza politica trasversale al rifiuto del neocolonialismo, con politiche economiche a favore del popolo e della pace.

In questo contesto cade il centesimo anniversario dalla nascita di Frantz Fanon, uno dei più grandi pensatori e rivoluzionari neocolonialisti dello scorso secolo che nei suoi scritti ha sempre messo in guardia dalla mancata decolonizzazione, parlando di «grave errore bianco» e «grande miraggio nero».  Per lo psichiatra della Martinica infatti «il neocolonialismo strappa l’indipendenza economica sotto forma di un programma di aiuto e assistenza»[1] ed è precisamente quello che è accaduto negli ultimi anni con i programmi militari di “protezione” dal terrorismo jihadista attentamente instillato dall’Occidente stesso. Per non parlare invece delle aziende che continuavano indisturbate la loro impresa estrattiva delle materie prime, depredando del valore e della ricchezza con le stesse modalità del colonialismo storico. E in questo le azioni condotte dall’AES nei rispettivi territori dove sono state ricomprate le miniere, costruite fabbriche e banche statali per sostenere produzione e credito si inseriscono sulla scia dell’insegnamento fanoniano e del suo monito, secondo il quale «tutti i paesi coloniali in lotta devono sapere che l’indipendenza politica che strapperanno al nemico, in cambio del mantenimento di una dipendenza economica, è solo un’illusione»[2]. Ebbene, rompere quell’illusione è diventato prioritario nella decolonizzazione 2.0 che mira chiaramente ad un’indipendenza non puramente formale, ma sostanziale. La realizzazione della piena statalizzazione dei capitali, della collettivizzazione della produzione e di chiari obiettivi di politica sociale mirano a rendere effettiva l’indipendenza della comunità, affermando totalmente il potere del popolo e scacciando i politici corrotti. La prima mossa è tuttavia centrata sull’interruzione del dominio militare, poiché «la violenza delle democrazie occidentali durante la loro guerra contro il nazismo, la violenza degli Stati Uniti d’America a Hiroshima con la bomba atomica, rappresentano la misura di ciò che le democrazie possono intraprendere quando è la loro vita ad essere in pericolo»[3], infatti «la situazione coloniale è in primo luogo una conquista militare ininterrotta e rafforzata da un’amministrazione civile e poliziesca»[4].

Non è un caso che il primo e più urgente provvedimento sia stato, da parte di giunte militari e non, la cacciata degli eserciti occupanti e delle loro milizie mercenarie. Solo da questa lotta e da quella economica discendono tutte le successive politiche di autodeterminazione, poiché «la lotta che conduce un popolo per la sua liberazione lo porta, secondo le circostanze, sia a respingere, sia a far esplodere le pretese verità impiantate nella sua coscienza dall’amministrazione civile coloniale, dall’occupazione militare, dallo sfruttamento economico. E soltanto il combattimento può realmente esorcizzare quelle menzogne sull’uomo che interiorizzano e letteralmente mutilano i più coscienti tra noi»[5]. Queste “menzogne sull’uomo” altro non sono che l’ideologia colonizzatrice che porta a sviare le masse, facendo accettare la dominazione coloniale con «tutte le false verità» e impedendo «la liberazione totale che riguarda tutti i settori della personalità»[6].  Il messaggio di fondo lanciato da Fanon nel nuovo secolo e che sembra esser stato raccolto appieno dai fautori della decolonizzazione 2.0 è proprio la ricerca di questa rottura radicale che implica la reticenza a soluzioni riformistiche e di compromesso con i collaborazionisti sui punti chiave ideologici, per avviare a partire dalle politiche economiche, una reale indipendenza. Secondo lo psichiatra della Martinica è proprio da questa che fiorirà l’uomo nuovo ben descritto nei suoi scritti più celebri, perché «(l’indipendenza) non è una parola magica, ma condizione indispensabile all’esistenza degli uomini e delle donne veramente liberati, vale a dire padroni di tutti i mezzi materiali che rendono possibile la trasformazione radicale della società»[7]. L’espropriazione dei mezzi di produzione e la loro collettivizzazione diventa in questo senso premessa fondamentale per l’attuazione di questa strategia volta alla trasformazione dell’uomo e della società, partendo da solide basi economiche.


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[1] F. Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, Vol. I, DeriveApprodi, Roma, 2006, p.126

[2] Ivi, p. 129

[3] Ivi, p.165

[4] Ivi, p. 87

[5] F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino, 1962, pp. 212 - 213

[6] Ivi, p. 225

[7] Ibidem

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