“Amico mio, sai cos'è il terrore? Il terrore questa mattina è la pioggia”
I testi di Radio Gaza, puntata 13
I testi di Radio Gaza, puntata 13: “Amico mio, sai cos'è il terrore? Il terrore questa mattina è la pioggia”.
E’ disponibile la tredicesima puntata di Radio Gaza, pubblicata sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico.
Guarda la puntata 13:
“Radio Gaza - cronache dalla Resistenza”, ogni giovedì alle 18, sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico, è un programma a cura di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue.
“Gaza ha vinto”, il quinto episodio del film in progress, sarà proiettato per la prima volta a Genova questa sera venerdì 21 novembre alle ore 18 presso BB Service, Via XX Settembre 41.
Lo scorso lunedì 17 novembre, la campagna “Apocalisse Gaza” è arrivata al suo 150° giorno, avendo raccolto 115.628 euro da 1.502 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 114.874 euro.
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Di seguito I testi della tredicesima puntata.
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Radio Gaza - cronache dalla Resistenza
Un programma di Michelangelo Severgnini e Rabi Bouallegue
In contatto diretto con il popolo di Gaza che resiste e che ha qualcosa da dire al mondo…
Puntata numero 13 del 20 novembre 2025
Lunedì il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato a favore dell'adozione di una risoluzione redatta dagli Stati Uniti che sostiene il piano del presidente Donald Trump.
Il voto è passato con l’astensione di Russia e Cina, le quali non potevano avallare l’idea di vedere eventualmente militari americani a Gaza, ma che in qualche modo scelgono di vedere dove questo piano può arrivare.
Il voto autorizza la creazione di un “Board of Peace”, un Consiglio di pace previsto dal piano di Trump per Gaza, che dovrebbe fungere da autorità di transizione incaricata di supervisionare la ricostruzione della Striscia. Il consiglio dovrebbe essere presieduto da Trump. L'unico altro membro proposto da Trump fino ad oggi è l'ex primo ministro britannico Tony Blair.
Questo consiglio autorizza inoltre una “forza internazionale di stabilizzazione”, che garantirà un processo di smilitarizzazione di Gaza, anche attraverso la dismissione delle armi e la distruzione delle infrastrutture militari.
Rimangono non chiare la composizione e le capacità della Forza internazionale di stabilizzazione.
Turchia, Indonesia e Azerbaigian sono stati indicati, insieme all'Egitto, come i principali Paesi pronti all’invio di truppe.
L'ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, ha dichiarato:
“Questi coraggiosi soldati garantiranno la sicurezza delle strade di Gaza, supervisioneranno la smilitarizzazione, proteggeranno i civili e scorteranno gli aiuti attraverso corridoi sicuri, mentre Israele ridurrà gradualmente la sua presenza e una forza di polizia palestinese accuratamente selezionata assumerà un nuovo ruolo”.
Per conquistare il voto del blocco arabo tuttavia, guidato dall’Algeria durante la riunione del Consiglio di Sicurezza, è stato inserito all’ultimo un passaggio che indica che, una volta che l'Autorità Palestinese si sarà riformata e la ricostruzione di Gaza sarà in corso, “potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l'autodeterminazione e la statualità palestinese”.
Netanyahu respinge sdegnato la possibilità.
Trump è tra incudine e martello.
Hamas, a sua volta, ha respinto il voto con queste parole: “La risoluzione impone un meccanismo di tutela internazionale sulla Striscia di Gaza, che il nostro popolo e le sue fazioni rifiutano”.
In sostanza il principio adottato da Hamas sostiene che non ci sarà disarmo fino al giorno della nascita di uno Stato palestinese. Di fatto, quel giorno, quelle armi diventerebbero semplicemente legali, oltre che legittime.
Il Consiglio di pace richiede inoltre la creazione di un comitato tecnocratico palestinese per gestire l'amministrazione quotidiana della Striscia di Gaza e la fornitura dei servizi, ma non è affatto chiaro chi ne farebbe parte.
Questo è lo stato dell’arte attuale.
Come detto la scorsa settimana, questo piano Trump è un tiro alla fune, dove però Trump non è uno dei due a tirare, Trump è proprio la fune. Da un lato tira Israele, dall’altro tira il cosiddetto “blocco musulmano”, che però annovera Paesi come la Turchia, l’Egitto, il Qatar, l’Arabia Saudita,, l’Algeria. Tutti Paesi con i quali Trump non può permettersi di rompere. Senza contare l’Iran che in questa fase osserva il rinnovato attivismo sunnita sulla questione palestinese in vista di una resa dei conti con Israele.
A proposito di Israele. Trump chiede al presidente Herzog di perdonare Netanyahu e sollevarlo dalle accuse di cui deve rispondere in patria.
Dall’altra parte, il neo-sindaco musulmano di New York, Zohran Mamdani, figura di spicco pro-Pal, eletto con un contributo eccezionale alla sua campagna elettorale di 37milioni di dollari elargito dalla Open Society Foundation del magnate ebreo George Soros, dichiara che Netanyahu verrà arrestato la prossima volta che metterà piede nella Grande Mela.
Insomma, Netanyahu è nel mirino di buona parte dell’establishment ebraico e d’ora in avanti dovrà guardarsi le spalle. La sconsideratezza non paga, a cominciare del proprio campo.
Ma abbiamo una domanda per voi: forse qualcuno crede che Steve Witkoff, inviato speciale americano per Gaza, stia incontrando in Egitto in queste settimane il capo di Hamas, Khalil al-Hayya, per capire come liquidare il movimento?
E’ vero, in fondo non sappiamo di cosa stiano parlando. Ma sappiamo cosa ne pensa la gente a Gaza. Perché glielo abbiamo chiesto e ci hanno risposto.
Perché le analisi geopolitiche sono sempre interessanti, ma lasciano il tempo che trovano se non sono in grado di coltivare contatti diretti e soprattutto tradursi in azione.
<<Che la pace sia su di te fratello Rabi, spero che stai bene, e che la pace su di te Michelangelo:
Riguardo la confisca della armi ad ad Hamas, quale sarà la seconda fase?
È un piano che Israele e alcuni esponenti internazionali stanno promuovendo e che riguarda: la guerra a Gaza e comprende la ricostruzione, una nuova amministrazione civile che non sia Hamas, il rifornimento di aiuti, forse un dispiegamento di forze internazionali o arabe, ma la condizione per avviare questa fase è il disarmo di Hamas.
Cosa implica un disarmo di Hamas? Spogliare totalmente il movimento delle sue capacità militari, e questo comprende i razzi, le armi leggere e pesanti, i tunnel e le brigate armate di Al Qassam.
Smantellare la struttura bellica di Hamas e impedirgli di riorganizzarsi in quanto forza armata.
Chi chiede ciò? Israele considera la confisca delle armi una misura di sicurezza prima di qualsiasi processo di definitiva distensione o ricostruzione. Gli Stati Uniti e esponenti europei legano (l'ingresso degli) aiuti con l'indebolimento della forza militare di Hamas.
Alcuni paesi arabi non escludono il disarmo a patto che ciò non sia un pretesto per ripristinare l'occupazione di Gaza, però fratello Rabi, alcuni si chiedono perché la situazione è cosi complicata.
Hamas rifiuta il disarmo perché ciò significa la fine del suo progetto di resistenza, e una sconfitta politica. Il popolo è diviso tra chi vede negli armamenti una protezione e chi pensa che debbano essere organizzate o eliminate, dopo questa incredibile distruzione.
Finora, nessuna autorità attendibile può governare al posto di Hamas, senza un pericoloso vuoto di sicurezza.
Pero, fratello, i paesi che propongono di partecipare nella forza internazionale e di pagare il prezzo per la ricostruzione di Gaza si dividono in tre gruppi principali.
1. paesi arabo - musulmani influenti probabilmente avranno un ruolo politico che implicherà costi materiali: l'Egitto, per esempio, grazie alla sua posizione geografica e la sua influenza su Gaza è la candidata per un ruolo politico e di sicurezza, però con delle condizioni. Qatar è stato il maggiore finanziatore per la ricostruzione di Gaza in passato, e molto probabilmente continuerà il sostegno economico. Gli emirati Arabi e l'Arabia Saudita : probabile offriranno un sostegno economico a delle condizioni chiare, ma legheranno ciò a un operazione politica ben più grande.
La Giordania e la Turchia: probabile ricopriranno un ruolo civile e logistico, soprattutto nei settori dell'assistenza umanitaria, nella sanità e nell’istruzione.
2. La forza occidentale e i paesi benestanti : gli è stato chiesto di finanziare largamente la ricostruzione e la stabilità.
Gli Stati Uniti : potenziale finanziatore (della ricostruzione) però a condizione del disarmo di Hamas e un cambio di governo a Gaza.
L'unione Europea : sosterrà la ricostruzione se ci sarà un ferreo controllo sui finanziamenti e il riarmo di Hamas.
Canada, Giappone, Norvegia, Svizzera : paesi tradizionalmente benestanti che probabilmente finanzieranno l'istruzione, la sanità e le infrastrutture.
3. Ruolo dell'ONU: il ruolo delle Nazioni unite e le organizzazioni internazionali, UNRWA, monitoreranno i progetti di ricostruzione e l'assistenza umanitaria.
Banca mondiale e Fondo monetario internazionale: gestiranno i finanziamenti per la ricostruzione tramite un ente trasparente.
Chi pagherà il prezzo della ricostruzione? Questa è quello che vogliamo, fratello Michelangelo. Il Costo iniziale stimato ammonta tra le 10 e i 15 miliardi di dollari.
I potenziali finanziatori: i paesi del golfo, l'unione Europea, gli Stati Uniti, o enti arabe e internazionali ma il finanziamento è condizionata da una clausola politica: cambio della situazione militare a Gaza, oppure il divieto di finanziare Hamas.
Che la pace sia su di voi>>.
Lo scorso lunedì 17 novembre, la campagna “Apocalisse Gaza” è arrivata al suo 150° giorno, avendo raccolto 115.628 euro da 1.502 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 114.874 euro.
150 giorni. 1500 donazioni. 115.000 euro raccolti. C’è una sorta di rotondità in questi numeri. E sono numeri straordinari che la flessione di questi ultimi tempi non mette in discussione.
Abbiamo aperto una strada nuova. E non è una strada lastricata. Al contrario è una selva piena di insidie e di spine, di sofferenza, di disillusione, di cruda realtà, di maschere che crollano di fonte all’ipocrisia di chi ancora, fino ad oggi, non ha speso una parola una per quello che stiamo facendo. Se non altro per rendere il servizio di informare i più della nostra esistenza.
Ma non ci fermiamo qui. Questo straordinario traguardo ci dà l’occasione per annunciare la realizzazione del quinto episodio del film in progress.
Per dedicarci a Radio Gaza, abbiamo forse trascurato l’aspetto visivo in questi mesi, ma tutto il materiale raccolto resta in archivio. E pertanto questo nuovo episodio, sempre realizzato con le riprese dei telefonini dei nostri contatti a Gaza, racchiude un periodo che va dal 4 agosto scorso fino a pochi giorni fa. E racchiude un lasso di tempo in cui è successo di tutto. Dalla carestia di agosto, all’operazione militare israeliana e al conseguente esodo di settembre, al contro-esodo di ottobre, fino alle piogge e ai mancati aiuti di novembre.
Questo nuovo episodio si intitola “Gaza ha vinto”, perché troppi si sono intestati la vittoria e i meriti: Trump, Israele, le Flottiglie. Noi, al contrario, crediamo che gli unici meriti vadano alla resistenza popolare di Gaza e all’eroismo della sua popolazione.
Questo episodio, 48 minuti di durata, sarà proiettato per la prima volta a Genova venerdì 21 novembre alle ore 18 presso BB Service, Via XX Settembre 41.
Sarà poi proiettato venerdì 28 novembre a Livorno alle ore 21 presso il Centro Culturale Libertà in via Borgo Cappuccini 25.
In attesa che sia disponibile in rete, altre proiezioni possono essere organizzate contattando gli autori.
Proponiamo ora alcune scene del documentario.
Mentre i colloqui proseguono e ogni parte in causa muove le proprie pedine sullo scacchiere internazionale, intanto a Gaza la situazione non migliora. Anzi, possibilmente peggiora, a causa delle forti piogge di cui ormai tutti hanno sentito e visto.
Anche se l’operazione militare si è fermata, anche se le IDF si sono ritirate dietro la linea gialla, comunque la distruzione resta distruzione. E se nessuno interviene, le conseguenze di questi 2 anni terribili renderanno terribile anche il futuro.
Nel frattempo però ci siamo noi, noi gente comune, che su un piano orizzontale possiamo attivarci inviando valuta all’interno della Striscia per sostenere nel nostro piccolo quel poco di economia residua. Un niente che però reca sollievo e porta da mangiare a decine di persone, nonostante tutto.
<<Che la pace sia su di te Rabi.
Amico mio sai cos'è il terrore? Il terrore questa mattina è la pioggia abbiamo vissuto il profondo terrore e la paura. Quando cadono le piogge, non cadono sulle case, bensì sulle macerie, su tende a pezzi cadono su famiglie che vivono per strada, nei marciapiedi, nelle autostrade. Noi qui nella Striscia di Gaza temiamo molto la pioggia la pioggia significa che saremmo immersi di acqua, fango e terra noi gente di Gaza ciò che più ci terrorizza sono le precipitazioni di pioggia prima le pioggia era un buon presagio, oggi si è trasformato in un presagio di paura e terrore. Le piogge cadono da questa mattina, e cosa ne è stato di noi? Le piogge quando sono precipitate, hanno trasformato le nostre tende in luoghi che non servono a nulla hanno trasformato le nostre tende in stracci bagnati. Bambini che piangono per il freddo. Non abbiamo nulla con cui proteggerli le tende sono a pezzi, le istituzioni internazionali non si preoccupano di fare entrare le tende nella Striscia di Gaza noi stiamo vivendo una situazione di grande terrore. Avevo spiegato in messaggi precedenti, e lo ripeto: le istituzioni non hanno fatto nulla loro fanno solo ciò che filmano, per il resto non abbiamo visto nulla, salvate le famiglie di Gaza dalla rovina, nessuno sta aiutando Gaza città e i suoi abitanti di ritorno nei loro luoghi non vorrei dire "case" perché sono state distrutte, nel campo di Al Shaty più del 70% delle case sono state totalmente distrutte. Siamo nella zona di Al Shaty però viviamo nelle tende e oggi le piogge hanno totalmente distrutto le tende, cerchiamo di mantenere asciutti i vestiti dei nostri bambini.
Lancio un messaggio e un urlo attraverso Radio Gaza, la piattaforma mediatica che si è fatto carico delle nostre sofferenze, delle nostre speranze e di tutti i nostri problemi: salvate Gaza, salvate Gaza Città, nessun aiuto è stato offerto a Gaza città. A Gaza città nulla entra, siamo privati di qualsiasi cosa, persino le tende. Il nylon con cui ripararci a Gaza città non c'è indirizzate I vostri appelli alle istituzioni internazionali affinché si occupino di Gaza città forse hanno aiutato il Sud? Sì, a Khan Younis, nel centro (di Gaza), ma non hanno fatto nulla a Gaza Città che è stata, ed è, colpita dalla distruzione delle ultime operazioni militari israeliane>>.

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