Intorno a Libercomunismo. E' ancora possibile l'utopia?

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Intorno a Libercomunismo. E' ancora possibile l'utopia?

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di Giuseppe Giannini

Negli ultimi mesi ha destato interesse Libercomunismo – Scienza dell'utopia (Feltrinelli), il libro dell'economista e docente Emiliano Brancaccio.

Un lavoro che, partendo dall'analisi marxiste, tratteggia l'evoluzione dello sviluppo capitalistico, il ruolo degi Stati e dei governi, e propone un'alternativa. Alcune riflessioni diventano, quindi, opportune. Storicamente, le sinistre, da quelle di ispirazione socialdemocratica agli stessi partiti che si richiamavano al comunismo, hanno tradito l'utopia della liberazione dalle catene.

Le prime, in quanto parte integrante di un sistema che, nato con la produzione industriale, si è imposto, rimodellando abitudini e tempi di vita a partire dalla fabbrica di fine Settecento; i secondi, invece, tranne le varianti europee, identificati con le pratiche dei Paesi a socialismo reale si sono risolti, spesso, in burocratizzazione e preminenza dello sviluppo delle forze sociali produttive sulla libertà dei singoli. Nel nome di un astratto e superiore interesse del popolo coincidente con la classe unica e il partito unico, ma la cui traduzione, nei fatti, è stato lo sfruttamento (il capitalismo di Stato) e la limitazione delle libertà civili e politiche. Senza andare nel dettaglio delle esperienze particolari dei vari Paesi, è un dato di fatto che la dittatura del proletariato e la creazione di una società senza differenza di classi sono un'altra cosa.

Ci sono antiche questioni e vecchi dilemmi che ritornano. Ad esempio, se è possibile agire all'interno di istituzioni palesamente votate a gestire per conto altrui gli interessi del capitale (lo Stato borghese si sarebbe detto una volta). E, ancora, come conciliare aspettative, apparentemente, dicotomiche: la libertà collettiva e le libertà individuali, come se i due concetti dovessero essere per forza antitetici. Ora, è vero che la dottrina liberale mette al centro l'individuo e la libertà di azione, frenati dall'ideologia democratica, che viene vista come ingerenza dello Stato su una astratta autodeterrminazione, anche se in realtà più che un limite all'autorealizzazione la democrazia mira all'accettazione del pluralismo in vista dell'eguaglianza di trattamento (inclusività al posto della competizione e del merito), però è anche vero che se c'è qualcuno che ha limitato quelle libertà è stata la stessa ideologia neoliberale.

Il mito del mercato che si autoregola da sè (la mano invisibile), in grado di garantire la libertà di concorrenza tra soggetti imprenditori smentito dall'evoluzione di un capitalismo il cui scopo è sempre lo stesso: l'accumulazione dei profitti. E, in tale processo, sono venute meno le fondamentali garanzie che il liberalismo stesso pensava per i suoi adepti. Indivdui sacrificati sull'altare della concentrazione delle ricchezze. Con un fuori, un esterno (i giganti economici  le cui ricchezze superano i pil nazionali) a volte, difficile da identificare, ma che ha acquisito una posizione talmente dominante da condizionare le politiche economiche internazionali e la tenuta stessa del modello liberale. Punti, questi, ben messi a fuoco da Brancaccio quando si sofferma sui concetti di esocapitale e, soprattutto, di centralizzazione.

La concentrazione dei capitali in poche mani potenzia il dinamismo nell'estrazione coatta del valore. In continuo aggiornamento, che utilizza i canali tradizionali – la sussunzione della forza messa al lavoro -  ma che sfrutta ogni aspetto, dall'affettività, ai gusti, e alle inclinazioni, e che grazie alla finanziarizzazione dell'economia, alla tecnologia ed ai nuovi dispositivi di disciplinamento sociale è diventato incontrollabile.

A causa dell'arretramento ultradecennale degli Stati, sempre meno regolatori e sempre più esecutori di volobntà formatesi altrove. E' quanto avvenuto, ad esempio, con la globalizzazione economica. Adesso, però, una volta emerse le contraddizioni – le crisi cicliche dell'accumulazione, la sovrapproduzione senza sbocchi nel mercato, l'insostenibilità dei debiti pubblici e privati, la formazione delle bolle speculative – le enormi concentrazioni di ricchezza  (meno dell'1% più ricco vede aumentare i profitti nonostante le numerose crisi), e il travaso dai redditi da lavoro a quelli da capitale (e le rendite), agevolati da regimi fiscali favorevoli (la tassazione minima o inesistente, l'esportazione verso i paradisi fiscali) si è verificato un cambiamento strutturale, che minaccia la tenuta stessa delle democrazie liberali.

Con i piccoli imprenditori acquisiti e mangiati dai grandi gruppi che di fatto operano come monopolisti, altro che liberalismo! E con le guerre recenti, che diventano lo strumento per controllare territori e popolazioni e per impossessarsi delle risorse fondamentali per la supremazia. Come reagire, dunque, dinnanzi ad una situazione che, mettendo in competizione pochi grandi gruppi ed aree di riferimento (le corporation americane e cinesi ed i rispettivi Paesi in lotta per la supremazia economica mondiale, e quindi la creazione di un nuovo ordine globale) ha implicazioni su ogni ambito dell'esistente, dalle questioni sociali a quelle ambientali, fino alle guerre per accaparrarsi quanto serve per primeggiare? E' allo Stato che bisogna far riferimento?

La storia ci insegna che, anche nelle versioni più democratiche essi si risolvono in una specie di compromesso tra capitale e lavoratori, a discapito di questi ultimi. D'altro canto, il capitalismo è irriformabile. Brancaccio guarda al partito come motore del cambiamento, riprendendo la lezione classica di Lenin ma anche il concetto gramsciano di egemonia, tuttavia depurandoli da incrostazioni anacronistiche, ed attualizzandoli ad una realtà molto più complessa da interpretare.  Mettendo al centro del discorso il cambiamento paradigmatico, che passa dai diritti dei lavoratori e dalle libertò civili, dalla questione ambientale a quella legata al genere. In pratica, la convergenza tra gli interessi sociali delle masse e le inclinazioni/aspettative dei singoli.

Declinate secondo il concetto di Libercomunismo, che, appunto, cerca la sintesi finale tra pianificazione collettiva e libertà individuali. Qualcosa di simile, al comunismo libertario, anche se, in quest'ultimo caso la differenza sostanziale, sta nel fare a meno dello Stato.

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