Il nuovo ordine del Medio Oriente passa dal campo di battaglia
Il conflitto scatenato il 28 febbraio dalla coalizione Epstein USA-Israele contro l’Iran, sta rapidamente ridefinendo gli equilibri regionali, assumendo i contorni di una guerra ad alta intensità con implicazioni globali. Secondo fonti dell’intelligence iraniana, la prima settimana di combattimenti avrebbe prodotto perdite pesantissime per Washington: oltre 200 militari uccisi, più di 3.000 feriti e una significativa distruzione di asset strategici, inclusi sistemi Patriot, velivoli e piattaforme missilistiche. Teheran sostiene inoltre che quasi la metà degli arsenali USA dispiegati nell’area sia stata compromessa, mentre i sistemi di difesa aerea, sia statunitensi che israeliani, risulterebbero fortemente indeboliti. Stime indipendenti parlano di danni per decine di miliardi di dollari, in un contesto in cui né Washington né Tel Aviv hanno fornito dati ufficiali.
Sul piano operativo, la risposta iraniana si è articolata nella massiccia campagna “True Promise 4”, giunta ormai a decine di ondate. Le ultime operazioni hanno colpito obiettivi militari in Israele e basi USA nella regione, inclusa quella strategica di al-Udeid in Qatar. L’impiego combinato di missili balistici avanzati e droni indica un salto qualitativo nelle capacità offensive iraniane. Parallelamente, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha delineato una linea politica netta: Teheran non intende più accettare il ciclo “guerra–tregua–negoziato–guerra”.
Pur dichiarando di non cercare il conflitto, l’Iran promette una risposta “ferma e definitiva” a ogni aggressione, accusando gli Stati Uniti di aver sottovalutato la capacità di reazione iraniana. Particolarmente delicata è la situazione nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale. Qalibaf ha chiarito che le attuali restrizioni al traffico marittimo sono una conseguenza diretta delle ostilità e che le condizioni di sicurezza precedenti “non esistono più”, lasciando intravedere un cambiamento strutturale negli equilibri della regione. Nel discorso iraniano emerge con forza anche una visione alternativa dell’ordine regionale: un sistema di sicurezza ed economia fondato sulla cooperazione tra Paesi islamici, in contrapposizione alla presenza militare statunitense, ritenuta destabilizzante.
Secondo Teheran, il conflitto in corso starebbe accelerando la transizione verso un assetto multipolare in Asia occidentale. In questo scenario, la guerra non appare più come un episodio circoscritto, ma come un punto di rottura destinato a incidere sugli equilibri globali, dal mercato energetico alla sicurezza internazionale. La posta in gioco, ormai, va ben oltre i confini regionali.
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