Il patto segreto nel Golfo: gli Emirati pagano miliardi all'Iran per salvare il Paese dai bombardamenti
Un clamoroso retroscena diplomatico e finanziario sta ridisegnando i rapporti di forza nel Golfo Persico. Gli Emirati Arabi Uniti hanno versato miliardi di dollari all'Iran per mettere in sicurezza il proprio territorio e scongiurare potenziali attacchi nemici. La rivelazione, diffusa dall'agenzia Reuters, evidenzia una radicale inversione di marcia per Abu Dhabi, che fino a poco tempo fa aveva mantenuto la linea più intransigente contro Teheran, spingendo persino la Casa Bianca a prolungare le operazioni militari contro la Repubblica Islamica.
Secondo fonti regionali, le finanze emiratine hanno già erogato 3 miliardi di dollari nelle casse di Teheran, ma la cifra complessiva dell'accordo potrebbe salire a 10 miliardi, con alcune proiezioni che ipotizzano un tetto finale di ben 20 miliardi di dollari.
Questo scenario certifica non solo il pragmatico cambio di rotta degli Emirati, ma anche la posizione di forza con cui l'Iran sta uscendo dalla recente crisi bellica.
Dalla linea dura ai canali segreti: il dietrofront di Abu Dhabi
Durante le fasi calde del conflitto, gli Emirati Arabi Uniti si erano schierati attivamente al fianco di Stati Uniti e Israele, partecipando a decine di raid aerei contro obiettivi iraniani. Non solo: Abu Dhabi aveva tentato di ostacolare la mediazione del Pakistan per la fine delle ostilità, arrivando a esigere da Islamabad l'immediato saldo dei debiti contratti come ritorsione per aver ospitato i colloqui di pace (costringendo l'Arabia Saudita a intervenire con un prestito d'emergenza a favore del governo pakistano).
In parallelo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era recato in visita ufficiale negli Emirati in pieno periodo di guerra. Un viaggio culminato, come rivelato da Middle East Eye (MEE), nella creazione di un fondo d'investimento congiunto per lo sviluppo e l'acquisto di armamenti avanzati.
Tuttavia, la diplomazia sotterranea ha rapidamente cambiato binario:
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Incontri ad alto livello: La scorsa settimana, lo sceicco Tahnoun bin Zayed al-Nahyan (consigliere per la sicurezza nazionale emiratino e vice governatore di Abu Dhabi) ha ospitato nella sua residenza privata una delegazione dei Pasdaran (il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche), nonostante questi ufficiali siano colpiti da severe sanzioni statunitensi.
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Missioni diplomatiche: Secondo Bloomberg, delegati emiratini hanno avviato colloqui diretti a Teheran nel corso della settimana per disinnescare la tensione ed evitare il coinvolgimento del Paese in una nuova ondata di raid.
La strategia della sicurezza: perché Abu Dhabi ha pagato
Mentre Stati minori o economicamente più fragili della regione – come Bahrein, Kuwait e Giordania – sono stati pesantemente colpiti dalle rappresaglie iraniane in risposta alle offensive americane, gli Emirati Arabi Uniti sono riusciti a rimanere indenni negli ultimi giorni, preservando la propria stabilità economica e un fragile cessate il fuoco.
"Il governo emiratino ha cercato una garanzia assoluta per blindare i propri confini e i propri asset strategici dalle piogge di missili" ha confermato una fonte diplomatica a MEE.
Non è ancora del tutto chiaro se i miliardi finora versati provengano dai fondi sovrani di Abu Dhabi o dallo sblocco di asset finanziari iraniani che gli Emirati avevano minacciato di congelare all'inizio della guerra (senza mai dare seguito pubblico all'ultimatum).
L'interdipendenza economica e il fattore Washington
Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano da decenni il polmone finanziario e commerciale della Repubblica Islamica, un legame economico che ha sempre superato le storiche rivalità geopolitiche, alimentato anche dai massicci investimenti iraniani nel settore immobiliare di Dubai e Abu Dhabi.
Esfandyar Batmanghelidj, CEO della Fondazione Borsa e Bazar, ha commentato su X la valenza strategica di questa mossa:
"Bisogna ricordare che gli Emirati sono il partner commerciale più importante dell'Iran. 'Sbloccando' o trasferendo questi fondi, Abu Dhabi si assicura implicitamente che una fetta importante di quel denaro tornerà a essere spesa all'interno dell'economia emiratina, accelerando l'interdipendenza commerciale bilaterale."
L'accordo di fatto permette all'Iran di incassare i proventi richiesti per interrompere le ostilità, consentendo contemporaneamente all'amministrazione Trump di sostenere pubblicamente di non aver sborsato un solo dollaro dei contribuenti americani per il cessate il fuoco. Un ex funzionario dell'intelligence statunitense ha inoltre sottolineato a MEE come, data la pervasiva rete di monitoraggio americana nel Golfo, sia di fatto impossibile che Washington fosse all'oscuro dei summit segreti nella foresteria dello sceicco Tahnoun.
Lo scacchiere regionale verso la tregua
Questo travaso di liquidità si inserisce in un quadro temporale cruciale: Stati Uniti e Iran sono infatti in procinto di siglare un memorandum d'intesa di 60 giorni per avviare i negoziati ufficiali sulla gestione dello Stretto di Hormuz e sul programma nucleare.
Il pragmatismo emiratino non è isolato. Nei giorni scorsi, indiscrezioni del Washington Post avevano segnalato la temporanea chiusura della raffineria di Ras Laffan in Qatar, interpretata come un compromesso con Teheran per evitare attacchi alle infrastrutture energetiche (sebbene Doha abbia formalmente smentito ogni coordinamento diretto con il governo iraniano).


