Knesset, il monologo di Trump interrotto dal grido di due parlamentari: "Riconoscete la Palestina"
Mentre il tycoon rivendicava il suo ruolo nella tregua – da lui definita "pace" – trasformando la politica in una soap opera familiare ("Ivanka si è convertita per amore di Israele"), Ayman Odeh e Ofer Kassif hanno riportato tutti alla realtà: quella del genocidio e dell’apartheid.
di Francesco Fustaneo
Durante il suo discorso alla Knesset, il parlamento israeliano, Donald Trump ha proclamato al mondo il suo ruolo nell’accordo di “pace”, intrecciando armi, affari e racconti personali, arrivando persino a strumentalizzare la conversione all’ebraismo della figlia Ivanka come prova del suo “amore per Israele”. In quel momento, due parlamentari hanno riportato l’attenzione della platea alla realtà dei fatti.
Ayman Odeh, arabo-israeliano, leader del partito Hadash e della Lista Comune, e Ofer Kassif, deputato ebreo dello stesso partito, hanno compiuto un gesto di disobbedienza politica che, nel contesto israeliano, assume un peso ancora maggiore rispetto a qualsiasi altro analogo fatto in un parlamento occidentale. Alzandosi in piedi, hanno sventolato davanti al presidente statunitense e a tutto l’emiciclo un cartello con la scritta “Riconoscete la Palestina”, mostrando anche fogli con la parola “genocidio”: frasi inaccettabili per l’esecutivo israeliano e la propaganda al suo seguito.
La reazione è stata immediata: le forze di sicurezza li hanno allontanati fisicamente dall’aula. La loro colpa? Aver ricordato l’occupazione, la pulizia etnica a Gaza, mentre Trump elogiava “la pace attraverso la forza” e si vantava delle armi fornite a Israele – “alcune delle quali non avevo mai sentito nominare” – definendo il massacro a Gaza un “incredibile trionfo”.
La risposta di Trump, una volta rimossi i dissidenti, è stata rivelatrice: “ E’ stato molto efficiente”.. Un’ammissione perfetta: la macchina del potere deve scorrere senza intoppi, cancellando ogni forma di dissenso. Da un punto di vista mediatico, invece è stato un colpo inferto all’ingranaggio celebrativo del tycoon e, di riflesso, alle autorità israeliane.
In quel momento, due rappresentazioni della realtà – antitetiche – si sono guardate in faccia: da una parte, quella di Trump e Netanyahu, fatta di aneddoti familiari, accordi normalizzatori e arsenali militari; dall’altra, quella di Odeh e Kassif, che con un semplice cartello hanno urlato la verità di un popolo umiliato, quello palestinese, che da decenni subisce apartheid, soprusi di ogni tipo, ormai stremato da mesi di bombardamenti, afflitto dalla fame indotta e costretto a condizioni sanitarie indicibili.
Il loro gesto è stato forse l’unico atto di lucidità in un teatro di rivendicazione dell’assurdo.

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